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Cinema e Serie TV

Cartoni animati e propaganda: Paperino e Bugs Bunny contro il nazi-fascismo

Tre esempi di popolari cartoni animati e di come sono stati usati per fare propaganda politica ai tempi della seconda guerra mondiale.
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Nota del curatore. Una volta le cose erano molto più semplici, almeno per quelle spalle su cui ricadeva l’ingrato compito di fare propaganda politica. Tempo di guerra o no, si poteva insultare l’avversario senza mezzi termini, rappresentarlo con fattezze animali, affibbiarli i nomignoli più infamanti, chi più ne ha più ne metta.

Certi discorsi se fatti oggi farebbero fallire persino i politici più amati. Anche i linguaggi più scorretti di oggi, sarebbero acqua fresca rispetto a quanto si faceva pochi decenni fa. È una cosa di cui possiamo essere grati per almeno due ragioni: la prima e più ovvia è che almeno un po’ aiuta ad alzare il livello del dibattito politico – per quanto gli ultimi mesi potrebbero far pensare il contrario.

La seconda, forse meno evidente, è che la transizione verso un linguaggio più rispettoso dell’Altro, a qualunque costo e in qualunque situazione, spinge anche il linguaggio artistico a un livello più alto. Abbiamo cacciato dalla porta di servizio autori beceri e sboccati, aprendo quella principale a quelli che padroneggiano l’ironia e il sarcasmo. E ne sono nate opere, almeno alcune, più raffinate.

Certo, a leggere certi articoli di giornale verrebbe da pensare che non siamo molto distanti dal 1941 come linguaggio – e magari in qualche caso è davvero così. Ma se si guarda all’arte, quella popolare e quella raffinata, si può dire che ci sono stati dei passi avanti. Pazienza se esprimersi è più difficile, perché c’è sempre il rischio di offendere qualcuno. Pazienza se bisogna cestinare qualcosa ogni tanto. Alla fine, se metti un bel divieto d’accesso sulla strada facile, dovrai gestire qualche lamentela e magari ti ferirai nel farlo. Ma chi vorrà e saprà farlo imboccherà quella difficile, e quando sarà il momento di riposare avremo opere migliori per lenire il dolore.

Valerio Porcu

Paperino e Bugs Bunny contro il nazi-fascismo

Der Fuerher’s Face

L’eco della Seconda Guerra Mondiale non si declina solo in termini politici, economici e sociali, ma anche e soprattutto dal punto di vista culturale. Nell’immaginario comune, lo scontro tra Alleati e Asse ha assunto una connotazione quasi mitica, trasformandosi rapidamente in una narrazione che spesso e volentieri aggira la complessità dell’evento storico in favore di una visione manichea, con buoni e cattivi rigidamente incasellati. Una visione semplicistica che è base necessaria della propaganda.

Questa visione dualistica, che tutt’ora sopravvive nella cultura pop, trova origine nella straordinaria macchina propagandistica che accompagnò in maniera massiccia l’andamento del conflitto.

In particolare modo gli Stati Uniti, attraverso il carisma e le capacità del presidente di Franklin D. Roosevelt, riuscirono a portare l’ideologia bellica dentro la casa degli americani, nonostante la guerra fosse esplosa lontano da loro, nel Pacifico e in Europa. La pubblicità, i programmi radiofonici, ma anche fumetti e cartoni animati si fecero portavoce dei valori della democrazia, della libertà e del progresso nella loro lettura squisitamente statunitense. Non è un caso, dunque, che Capitan America fece il suo debutto proprio nel 1941.

Letture consigliate

Fu soprattutto con i cartoni animati che si cercò di formare i giovani americani nel disprezzo del nemico e nell’esaltazione della propria patria, in una visione semplicistica ma efficace di “loro contro di noi”. Non solo: oltre ai buoni vs cattivi, la narrazione americana vuole imbruttire i nemici, ridicolizzarli, stereotiparli. Gli esempi che attestano quanto detto sono davvero tanti, per questo abbiamo scelto tre cartoni per mostrare le varie declinazioni dell’avversario bellico nell’animazione americana della Seconda guerra mondiale.

Il nemico come minaccia alla pace: The Ducktators

The Ducktators

Risale al 1942 il cartone animato The Ducktators, una crasi simpatica che fonde paperi (ducks) e dittatori (dictators) in un’unica parola. Prodotto da Warner Bros., il cartone ci porta all’interno di una fattoria in cui i suoi abitanti animali sono pronti per il lieto evento: la schiusa di un uovo di papera, stranamente diventato nero.

La cosa desta sospetto nei genitori, che all’improvviso si ritrovano un piccolo anatroccolo col ciuffetto nero, baffetto e fascia con la svastica al braccio destro. Le sue prime parole? Naturalmente Sieg Heil. In pochissimi secondi la vena satirica prende possesso dell’opera: la narrazione ci lascia vedere la salita al potere del giovane Hitler-papero, seguito da altri palmipedi che si lasciano convincere dai suoi discorsi rabbiosi.

Tuttavia, non è solo il popolo a cedere al suo fascino guerrafondaio – fortemente caricaturizzato nelle espressioni del volto e nei gesti repentini -, ma riguarda altri leader che tentanto di emulare il suo percorso. Uno di loro è l’oca tronfia e massiccia Mussolini, che col suo mento sporgente e la sua gestualità, cerca di avere i suoi proseliti. E così da un finto balcone che rimanda a quello di Piazza Venezia a Roma, l’oca urla e richiede gli applausi, eseguiti da un piccolo pulcino obbligato a supportare il leader italico.

Anche dall’Oriente arrivano emulatori della papera tedesca: è un altro palmipede con i dentoni, gli occhiali tondi e gli occhi a mandorla. Esso è un chiaro riferimento al Primo Ministro giapponese Hideki Tōjō, in carica dal 1941 al ’44. A differenza dei rudi europei, la nipponica papera tenta di essere una dura, ma riceve solo botte da una tartaruga importunata per sbaglio.

Intanto la colomba che simboleggia la pace narra con rammarico il corso degli eventi, sempre più violenti e opprimenti. Il trio, con a capo Hitler, marcia con i suoi seguaci, con un ritmo irruento e sempre più tragico. Questo è troppo per la Pace, che decide di intervenire personalmente a suon di pugni e calci. A venire in suo sostengo un uomo del manifesto dedicato alla vendite dei crediti di guerra per sostenere il paese impegnato nel conflitto.

Il messaggio di fondo, ovvero il pericolo dei totalitarismi per la pace del mondo, è ben chiaro. La satira è fortissima, volta a ridicolizzare i leader nazi-fascisti. Abbiamo già citato i loro lineamenti duri e la loro gestualità esasperata, ma nel corso del cartone vi sono tanti piccoli dettagli volti ad enfatizzare la pochezza dei totalitarismi. Ad esempio, quando i nazi-fascisti vengono scaraventati nella sede della Gestapo, ribattezzata per l’occasione Gestinko per evidenziare l’essenza maleodorante dei suoi membri. Vi sono poi alcune semplificazioni storiche, spesso presenti anche in altri cartoni e rappresentazioni dell’epoca. La più ridondante è mostrare Mussolini e Tojo dei meri seguaci di Hitler.

In realtà il fascismo italiano e quello giapponese ebbero delle identità a sé stanti, molto diverse tra loro e dal nazismo tedesco. Anzi, Mussolini fu fondamentale per l’inserimento di Hitler tra i leader europei, e non viceversa. La stessa scena del dittatore italiano in veste palmipede – quella del discorso dal balcone senza pubblico – è una chiara scelta narrativa che vuole sminuire il fascismo non solo agli occhi dei cittadini americani, ma soprattutto a quelli degli italo-americani.

Durante gli anni della grande immigrazione di inizio Novecento, gli italiani non erano ben visti dagli statunitensi di origine anglosassone, ed erano soggetti ad atti di razzismo, violenza e diffidenza. L’avvento e diffusione del fascismo era percepita dagli immigrati italiani come una rivalsa, in quanto vedevano in Mussolini l’uomo che avrebbe ridato loro dignità in quanto italiani. Di conseguenza era necessario far cadere il mito del fascismo tra le comunità italo-americane formatesi negli Stati Uniti.

Il nemico come fine della Libertà: Der Fuerher’s Face

Der Fuerher’s Face

Tra le opere propagandistiche anti-naziste più celebri dell’epoca vi è sicuramente Der Fuerher’s Face, cartone prodotto da Walt Disney nel 1943 e che ha per protagonista lo sfortunato Paperino. Il povero pennuto si ritrova vittima di un incubo, in cui lui non è altro che un lavoratore sotto al regime nazista.

Ancora una volta appaiono Mussolini e Tojo come membri di una banda che suonano in loop la canzone di Spike Jonze che dà il titolo al cartone. Hitler non appare mai come persona, ma viene citato costantemente in maniera simbolica.

La satira di Der Fuerher’s Face crea una sensazione opprimente: il nazismo è presente ovunque, sotto le sembianze di oggetti, simboli, suoni, versi. La svastica appare in continuazione, Heil Hitler fa da mantra all’intero cartone, mentre i colori tetri e metallici enfatizzano la sensazione di soffocamento, tra l’altro perfettamente interpretata da Paperino.

Alla fine, in un climax esasperante, il protagonista si ritrova nella sua cameretta, con alle spalle il quadretto “Home Sweet Home” e un’ombra all’apparenza minacciosa proiettata sul muro: essa non è che una riproduzione della Statua della Libertà. Resosi conto di aver fatto un bruttissimo sogno, Paperino si fionda per baciare la statuina e, con addosso un sobrio pigiamino a stelle e strisce, recita: “I’m glad to be a citizen of the United States of America”.

Alla fine il patriottismo esplode con tutta la sua forza. Il discorso qui però si basa sull’incredibile rappresentazione del nazismo come ideologia militare liberticida e anti-individualista. Il protagonista è succube dei massacranti ritmi di lavoro che lo vendono impegnato nella produzione di missili e proiettili, oltre alla mitizzazione asfissiante di Hitler.

L’aspetto più interessante è il confronto tra il nazismo liberticida e la democrazia americana: negli otto minuti di cartone, il 97% di essi è dedicato all’incubo, mentre bastano i pochi secondi finali per lasciare intendere a noi spettatori come negli Stati Uniti sia possibile vivere da uomini liberi. Inoltre, pur essendo un elemento di sfondo, il quadretto sopramenzionato racchiude il concetto di home, tanto caro agli statunitensi.

A partire dal XX secolo, il tema della casa è spesso presente nella produzione culturale statunitense. L’idea di home come patria sicura, del benessere e del calore, si ritrova dalla canzone Home Sweet Home scritta a fine Ottocento da Henry Bishop e John Howard Payne, divenuta poi popolarissima nel secolo successivo. Da lì in poi la casa intesa come patria appare nelle principali opere divenute cult come Il Mago di Oz del 1939 o Incontriamoci a Saint Louis del 1944, giusto per citare alcuni esempi.

Il nemico come essere stupido e brutto: Bugs Bunny Nips the Nips

Bugs Bunny Nips the Nips

Concludiamo questa panoramica tra con il cartone animato più irriverente e offensivo degli anni Quaranta, Bug Bunny Nips the Nips, in italiano traducibile con “Bugs Bunny mordicchia i giapponesi”, qui chiamati con uno slang dispregiativo.

Prodotto dalla Merrie Melodies nel 1944, il cartone ci mostra Bug Bunny che naufraga su un’isola del Pacifico. Il coniglio sembra felice di essere approdato in quest’oasi di pace e tranquillità, quando viene assalito da un soldato giapponese. Egli è di piccola statura, con i classici dentoni che sporgono fuori dalle labbra, e degli occhiali neri che incorniciano gli occhi piccoli e a mandorla: si tratta della classica iconografia denigratoria con la quale venivano raffigurati i giapponesi durante gli anni della guerra. Sembrano passati secoli, e non solo qualche decennio, dalla rispettosa e lucida rappresentazione della serie Amazon The Man in the Hig Castle.

Lo scontro si risolve grazie alla furbizia di Bugs Bunny che si fa beffa facile dei nemici: il primo, mentre parte in volo con un aereo alla ricerca del roditore, viene legato a un albero, portando alla distruzione del velivolo e alla sua caduta in mezzo all’oceano; il secondo, un lottatore di Sumo, viene invece sconfitto grazie al travestimento da geisha adottato dal coniglio. Infine, la terza sequenza vede Bugs Bunny raggiunto da una miriade di giapponesi giunti in navi militari.

L’idea per farli fuori è tanto furba quanto terrificante: Bugs si traveste da gelataio e cattura l’attenzione dei soldati con un camioncino da cui giunge una musichetta amichevole. Raggiunto dalle decine di giapponesi, Bugs inizia a dividere dei gelati il cui involucro al cioccolato cela delle granate. Ma ai piccoli asiatici poco importa davanti alla gioia di avere un gelato gratis. L’aspetto più disturbante sono le parole proferite dal coniglio mentre consegna i dolciumi: spesso vengono fuori termini come “ecco a te faccia da scimmia”, “qui occhi da assassino” e così via.Alla fine tra le urla di giubilo, i giapponesi vanno a mangiare i loro gelati prima di esplodere.

Una scena trucida, resa ancora più paradossale da uno dei soldati che, non contento di essere esploso una volta, chiede di fare il bis dato che ha trovato la stecca che consente di vincere un secondo gelato gratis. Il cartone si conclude con Bugs che, finalmente, fatti fuori tutti i nipponici, può godersi la pace e la tranquillità. Poco dopo però si stufa. Ecco dunque giungere una possente nave militare americana, ma il protagonista si lascia distrarre da un’avvenente coniglietta.

Visto con lo sguardo del 2019, Bugs Bunny Nips the Nips non fa ridere. La sua narrazione è improntata sulla denigrazione dell’avversario giapponese, in questo caso rappresentato come stupido, facile da gabbare. Sono poi i toni di superiorità impregnati di razzismo usati da Bugs Bunny a rendere il tutto più grottesco.La denigrazione avviene anche attraverso l’estetica: i nipponici sono tutti uguali tra loro, con un tono di voce stridulo e un accento inglese incomprensibile.

Questa rappresentazione dei giapponesi, scemi e facile da zittire, deriva dall’onta che gli americani hanno subìto a Pearl Habor nel dicembre del 1941.D’altronde solo con un’azione ripugnante come un attacco a sorpresa i giapponesi avrebbero potuto vincere con gli americani. O almeno, questo era il pensiero dell’opinione pubblica americana. La rabbia per quell’attacco ancora ribolliva, e i toni di questo cartone ne furono il risultato.

I tre esempi forniti sinora sono solo una piccolissima parte di quella che è stata la produzione culturale americana per fini propagandistici, anche tra i cartoni animati: avremmo potuto citare Braccio di Ferro, altri episodi dei Looney Toones, ma i tre modelli qui analizzati lasciano intendere lo studio sopraffino fatto dagli autori e approvati dalla politica per consentire l’intrattenimento del giovane spettatore americano dell’epoca, e insegnargli il valore della patria, proprio quell’adorata patria messa in pericolo da nemici animaleschi, agguerriti, ottusi.

Questa breve analisi abbiamo voluto sottolineare come la cultura popolare sia sempre e inevitabilmente vincolata agli eventi storici e alla contemporaneità. Riguardarla a distanza di anni ci permette dunque di comprendere meglio il passato, e questo rende queste opere delle testimonianze preziose, al di là del loro valore artistico.

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Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C’è un’opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

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