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Cultura Pop

Centrali nucleari al cinema: Sindrome Cinese e Silkwood

Due film riassumono la propria epoca e le tensioni emotive generate dai reattori nucleari

Retrocult cover

Nota del curatore. Ero un bambino quando ci fu il disastro di Chernobyl, e non potevo capire più tanto perché non si potesse mangiare l’insalata; ma capivo che la cosa non mi dispiaceva affatto. Capivo che c’era una sorta di filo rosso con un’altra vicenda, una nube di diossina e un luogo chiamato Seveso.

Come capita a tutti, crescendo ho capito come i drammi e le tragedie della realtà si traducono sempre in storie di finzione. Ce le raccontiamo per metterci in guardia, per esorcizzare le paure, per ricordare chi ha sofferto e qualche volta ci ha lasciato.

E qualche volta la paura prende il sopravvento, come possiamo capire ripercorrendo il dibattito intorno all’energia nucleare. Un dibattito nel quale la razionalità ha spesso e volentieri avuto la peggio, e anche questo dettaglio è un valida misura della nostra umanità.

Dopotutto, una delle cose che ci definisce è la costante tensione tra ragione e sentimento. Dovremmo aver capito che è del tutto normale e aver imparato a gestirla, eppure ancora oggi è fonte di scontri piuttosto accesi. Alla faccia del progresso.

Buona lettura e alla settimana prossima

Valerio Porcu

Sogni nucleari

Circa un anno fa, su una bancarella di libri usati ho scovato una vecchia edizione di un manualetto della serie enciclopedica Colibrì. Si tratta di un testo agevole, a carattere divulgativo, pubblicato in Italia nel 1970 da Arnoldo Mondadori e scritta da Mattehew J. Gaines, all’epoca redattore della rivista britannica Atom.

Sindrome cinese

Il volumetto in questione colpisce subito per l’ondata di ottimismo con cui l’autore introduce e illustra l’energia nucleare: a partire dalla sua scoperta fino alla diffusione mediante la costruzione di centrali atomiche in tutto il mondo. Perché vi racconto questo? Perché mancavano soli pochi mesi alla messa in onda di una delle miniserie più dirompenti ed efficaci degli ultimi vent’anni. Ovviamente sto parlando di Chernobyl: è una tra le migliori serie Now TV, una produzione statunitense e britannica, di cinque puntate, scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck.

Quello che, in una rubrica come Retrocult, ci piace fare è andare indietro nel tempo. Cercare nel passato opere di finzione che esplorino il tema spinoso delle centrali nucleari. Storie che abbiano provato a raccontare le ansie e le contraddizioni che si agitavano intorno alla questione del nucleare già nei decenni precedenti al nostro. Da alcune ricerche ho scoperto che negli anni sessanta L’Istituto Luce ha realizzato dei documentari relativi alla costruzione dei primi impianti nucleari in Italia. A Latina, ad esempio, tra il 1958 e il 1962 venne realizzato il primo impianto elettronucleare italiano che cominciò a produrre energia a partire 1963.

Restando nell’ambito delle opere di finzione, i film che ruotano intorno al timore del disastro nucleare sono fondamentalmente due: Sindrome cinese e Silkwood.

Sindrome cinese

Sindrome cinese è un film diretto da James Bridges nel 1979. La vicenda racconta i rischi connessi all’utilizzo dell’energia nucleare e vede tra i protagonisti Jane Fonda, già nota ambientalista attiva, un giovane Micheal Douglas e un intenso Jack Lemmon che quell’anno vinse al festival di Cannes il premio come migliore attore protagonista.

Visioni consigliate
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Il titolo si riallaccia a una teoria secondo la quale, in un incidente nucleare, un’ipotetica fusione del nocciolo porterebbe a una perforazione della crosta terrestre e a una contaminazione conseguente che arriverebbe fino in Cina. (Una teoria tutta da dimostrare, ma utile alla stesura di un film avvincente, NdC.)

Qualche tempo dopo la proiezione del film, il 28 marzo del 1979, nell’impianto nucleare di Three Mile Island, a Dauphin in Pennsylvania, fu sfiorato il disastro. L’incidente portò a una fusione parziale del nocciolo.

Il combustibile fuso si raccolse sul fondo del recipiente a pressione, senza tuttavia causare una perforazione del pavimento, la contaminazione delle falde acquifere e l’eventuale esplosione. Nonostante gli avvenimenti non coincidessero con le teorie esposte nella narrazione filmica, la quasi concomitanza della proiezione dell’opera e dell’incidente portarono nel tempo a una rivalutazione critica del film.

Al di là delle inesattezze scientifiche presenti nella pellicola, e a un impianto drammaturgico non particolarmente innovativo, ci troviamo di fronte a un film che riassume bene il clima e la diffidenza di quegli anni. Dopo Three Mile Island, ma soprattutto dopo la tragedia di Chernobyl, l’aria di angoscia e omertà che si respira in Sindrome cinese cessa di avere il sapore vagamente complottistico che sembrava possedere all’epoca.

Tornando alla trama, il film racconta le vicende della presentatrice televisiva Kimberly, e dell’operatore Richard, alle prese con la realizzazione un servizio documentaristico all’interno di una centrale nucleare situata a Ventana. Durante le riprese avviene un incidente, per fortuna senza conseguenze anche grazie all’intervento del direttore della sala di controllo.

Kimberly e Richard, che ha ripreso tutto di nascosto, vogliono realizzare un servizio sull’incidente, ma il direttore del giornale non ne vuol sapere, dato che non si potrebbero realizzare filmati in una centrale senza un permesso governativo. A questo punto, Richard fa visionare le riprese effettuate a un ingegnere nucleare. Viene così a scoprire che nell’incidente si è sfiorato per un pelo la fusione del nocciolo e la conseguente contaminazione del terreno che avrebbe potuto condurre alla cosiddetta sindrome cinese.

Dopo una frettolosa indagine della Commissione Federale, l’intera questione viene messa a tacere e la centrale torna operativa. Intanto il direttore della sala di controllo, Jack Godell, si accorge che la pompa, che spinge l’acqua di raffreddamento al nocciolo, perde liquido radioattivo. Durante una verifica, inoltre, scopre che le radiografie delle saldature della pompa sono state modificate in modo che la perdita non risulti in alcun modo. A partire da questa scoperta Jack, Kimberly e Richard collaborano per la ricerca della verità tra morti misteriosi e pedinamenti.

La pellicola è un buon prodotto, convenzionale ma efficace, suggerisce Mereghetti nel suo dizionario del cinema. Privo di commento musicale, ha l’asciuttezza e la suspense del thriller.

Silkwood

Non possiamo, poi, non citare Silkwood: film del 1983 diretto da Mike Nichols, con Meryl Streep, Kurt Russel e Cher. La pellicola è ispirata alla storia vera di Karen Gay Silkwood, attivista sindacale americana morta nel 1984.

Silkwood

Secondo i pareri della critica più attenta, il film si concentra poco sui reali effetti della contaminazione del plutonio, a cui la protagonista è soggetta. La trama dà ampio spazio alle vicende sentimentali della protagonista e ai suoi turbamenti, trascurando il carattere di denuncia civile che un film tratto da una storia come questa dovrebbe avere.

In breve: Karen Silkwood lavora come operaia nell’impianto nucleare di Cimarron Fuel Site, in Oklahoma. Impiegata nella linea di produzione per le barre di combustibile, è esposta alle radiazioni. Vive con un’amica e il fidanzato. Separata dal marito e dai figli, a causa dei suoi trascorsi di alcol e droga, trova nell’attivismo sindacale una nuova ragione di vita. Dopo aver scoperto gli effetti deleteri di un’esposizione massiccia al plutonio, inizia a raccogliere prove, nonostante l’opposizione dei suoi stessi colleghi.

Ottima come sempre, l’interpretazione di Meryl Streep.

Chernobyl Diaries

E chiudiamo in bellezza, si fa per dire, con un pessimo horror del 2012 diretto da Bradley Parker: Chernobyl Diaries. Il film è una banalissima rivisitazione di pellicole sulla falsariga de Le colline hanno gli occhi.

A Pryp”jat’ , città resa fantasma dopo l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, un gruppo di ragazzi decide di sfidare la sorte e addentrarsi nei luoghi abbandonati dopo il disastro. I soliti mutanti li aggrediscono, facendo fuori gli incauti uno dopo l’altro.

Retrocult cover

Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico. C’è un’opera del passato che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

Retrocult torna la settimana prossima!