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Il viaggio nel tempo in Avengers: Endgame

Facciamo chiarezza su uno degli elementi centrali dell’ultimo Avengers: Endgame, di casa Marvel Disney: il viaggio nel tempo. Fonti, supposizioni e teorie sugli eventi scatenati dai balzi temporali

Abbiamo ormai superato la data prefissata dai fratelli Russo, ovvero il 6 maggio, per poter parlare più liberamente del loro Avengers: Endgame. Non esiste occasione migliore per fare un po’ di chiarezza su uno degli elementi più complicati dell’ultimo blockbuster di casa Marvel-Disney: il viaggio nel tempo. Ovviamente, l’articolo contiene SPOILER sulla pellicola, quindi se non l’avete ancora vista, questo è il momento di fermarvi.

Le particelle Pym

Partiamo dall’inizio. Qual è la scintilla che dà origine, nell’ultimo film sui Vendicatori, all’idea di viaggiare nel tempo? Il ritorno di Scott Lang dal Regno Quantico, intravisto nel primo Ant-Man e più profondamente esplorato in Ant-Man & the Wasp. In questa dimensione ultra-microscopica, il tempo scorre diversamente, spiega l’Uomo Formica ai nostri eroi, senza entrare troppo nei dettagli.

Probabilmente, il riferimento scientifico è l’Area di Planck, superficie quadrata dello spazio inconcepibilmente piccola entro le dimensioni della quale, teoreticamente, avvengono fluttuazioni quantistiche tanto più energetiche quanto più brevi, chiaramente non misurabili. La costante di Planck, peraltro, è citata dallo stesso Tony Stark, così come il paradosso EPR, cioè di Einstein, Podolsky e Rosen, esperimento teorico che metterebbe in luce gli effetti di entanglement quantistico tra due particelle subatomiche.

Il piano di Scott Lang, poi realizzata grazie al know-how di Iron Man, è il seguente: visto che nel Regno Quantico il tempo scorre diversamente rispetto al mondo normale, è che i cinque anni trascorsi in quest’ultimo per lui sono equivalsi a sole cinque ore, è possibile entrare nel Regno in un certo momento dello spaziotempo e uscirne in un altro momento antecedente al primo. Ipso facto, viaggiando all’indietro nel tempo.

L’idea, per il contesto cinematografico pseudo-fantascientifico in cui è formulata, può funzionare. Anche se, a un’analisi ancora molto superficiale, verrebbe da pensare che le particelle microscopiche abbiano vita più breve dei corpi macroscopici e che quindi, più che trascorrere più lento o addirittura all’indietro, il tempo nel Regno Quantico dovrebbe correre più veloce.

Tant’è che lo scopo del Large Hadron Collider di Ginevra era proprio quello di accelerare la velocità delle particelle subatomiche fino ad avvicinarle a quella della luce, per poterne prolungare l’esistenza fino a poterla misurare (più velocemente un corpo si muove nello spazio, meno velocemente si muove attraverso il tempo). È così che è stata scoperta la celebre “particella di dio”, a.k.a. il Bosone di Higgs, scienziato che l’aveva teorizzato nel 1964 e premiato col Nobel nel 2013, alla conferma della sua esistenza.

Prof. Hulk vs Ritorno al Futuro

I nostri eroi, quindi, trovano il modo di viaggiare nel tempo. Questo pone subito un quesito fondamentale: tornare nel passato cambierà, di conseguenza, il presente? Bisognerà fare attenzione al cosiddetto “butterfly effect”, per cui la minima modifica in un certo momento temporale si ripercuote su tutti i momenti futuri, provocando reazioni a catena di proporzioni catastrofiche?

Questa è la logica che sembra seguire il viaggio nel tempo nella saga cult di Ritorno al Futuro. Non a caso, il film viene citato più volte in Avengers: Endgame, tutte le volte allo scopo di chiarire che, almeno nel Marvel Cinematic Universe, “il tempo non funziona così”. Prima è Stark a esprimere scherno all’ipotesi di un furto del tempo (in inglese, “time heist”) basato sull’opera di Robert Zemeckis, pur non spiegando minimamente il perché ed essendo, a questo punto del film, contrario a qualsiasi ipotesi di viaggio nel tempo.

Poi è Hulk a smentire, di nuovo, l’ipotesi dell’effetto farfalla. Ma se si fa attenzione alla spiegazione del maxi-scienziato verde non si fatica a rivelare la sterilità delle sue argomentazioni. Tornando nel passato, quel passato diventa il proprio presente e futuro, mentre Il futuro diventa il proprio passato.

Benché Banner neghi con decisione la possibilità di alterare gli eventi già avvenuti, evitando agli sceneggiatori un brutto quarto d’ora, lo fa attraverso un’affermazione tautologica: concepisce il tempo solo nella sua accezione soggettiva, senza considerare lo spaziotempo come dimensione condivisa da esseri che lo attraversano nell’una e, grazie alle pym particles, nell’altra direzione.

L’Antico tra Dragon Ball Z e il prigioniero di Azkaban

I nostri eroi, quindi, si dividono in squadre e tornano indietro in diversi momenti del passato. Finora, ci è stato detto come non funziona il viaggio nel tempo, ma non come funziona. Esclusa la prima ipotesi, rimangono due concezioni di spaziotempo. Una, la meno soggetta a paradossi, è quella di Inception e Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (contrastante, peraltro, con Harry Potter e la maledizione dell’Erede, che funziona come Ritorno al Futuro).

Nessun viaggio nel passato produce nuovi cambiamenti nel presente, perché è già compreso nel presente. Più semplicemente: tornando indietro di un anno, tutto ciò che farete è successo un anno fa.

Quasi subito appare opportuno scartare questa ipotesi, visto che i Vendicatori finiscono per modificare sensibilmente gli avvenimenti dei film passati (la fuga di Loki, Cap contro Cap, et cetera). A questo punto rimane la concezione delle diramazioni: tornando nel passato, e cambiandolo, si crea una diramazione dello spaziotempo che devierà dal presente originario, senza alterarlo. Le diramazioni sono potenzialmente infinite e compongono il multiverso, confermato anche dall’ultimo trailer di Spider-Man: Far From Home, a volerci fidare di Mysterio.

Neanche questa, però, convince del tutto. Quando Hulk incontra l’Antico, infatti, lei gli dice che le Gemme dell’Infinito tengono insieme “il flusso del tempo”, e che quest’ultimo si separa nel momento in cui si rimuove una Gemma dalla dimensione originaria. In tal modo, sembra implicare che lo spaziotempo si dirami solo quando si separano le Gemme. Inoltre, se una diramazione è priva della propria Gemma, è destinata a soccombere alle forze malvage. Così Hulk, per convincerla a lasciargli la Gemma del Tempo, promette un secondo viaggio nel tempo per restituire tutte le gemme nel momento immediatamente successivo alla loro rimozione, in modo che gli effetti di diramazione si annullino.

Il tutto è corredato da un disegno magico, la spiegazione quadra, ma la necessità di un secondo viaggio nel tempo che cancelli gli effetti del primo non somiglia un po’ alla dinamica di Ritorno al Futuro, eh Dott. Banner?

Uno, nessuno, centomila Thanos

Vale la pena specificare, a questo punto, che in Endgame si intende per viaggio nel tempo lo spostamento fisico di se stessi nel corso dello spaziotempo. Non si tratta di viaggi all’indietro della coscienza, come accade a Wolverine nell’altrettanto ingarbugliato X-Men: Giorni di un futuro passato. Anzi, nel film sugli Avengers non solo si incontrano più di una volta gli stessi personaggi di due linee temporali diverse, ma succede persino che combattano (Captain America) o si uccidano (Nebula) tra loro.

Per evitare il paradosso, a meno di postulare teorie estremamente superficiali sul viaggio nel tempo, è inevitabile accettare l’ipotesi delle diramazioni. Non solo: il fatto che Thanos del passato salti direttamente nel presente grazie all’aiuto della Nebula infiltrata, suggerisce che il passato si possa diramare anche senza la separazione di Gemme dell’Infinito. Ogni volta che si va indietro nel tempo, o si apre un varco con il passato, si crea una diramazione alternativa.

Ma, secondo questa teoria, quando la Nebula infiltrata nel presente apre il varco per farlo attraversare al Thanos del passato, avrebbe potuto aprire cento varchi in cento passati diversi, a distanza di un minuto l’uno dall’altro, creando cento diramazioni da cui sarebbero potuti arrivare nel presente cento Thanos e cento eserciti.

Un peccato che il titano, nel suo abile tatticismo, non abbia pensato a questa ipotesi. Persino Captain Marvel avrebbe avuto un bel da fare, nel distruggere cento delle sue navi ammiraglie.

Captain America e il mistero della panchina

Dopo aver considerato ipotesi e contro-ipotesi, sembra finalmente delinearsi una teoria, quella delle diramazioni, con pochi compromessi logici da accettare. Ma è la quiete prima della tempesta finale. Nell’epilogo, infatti, Captain America fa armi e bagagli per viaggiare nei passati già visitati e restituire le Gemme dell’Infinito. “Non preoccuparti, Bruce”, dice al collega Vendicatore, “eliminerò tutte le diramazioni”.

Già che a questo punto non si parli solo di diramazioni oscure, ma di diramazioni in genere, è alquanto ambiguo e, forse, convenientemente furbo. Se si interpreta rigidamente la spiegazione dell’Antico e il dialogo finale tra Hulk e Steve Rogers, il tempo si dirama solo separando le Gemme, ma non si spiegano gli effetti degli altri viaggi nel passato. Le parole del testo non solo non aiutano, ma remano in senso contrario. E forse l’unico personaggio che poteva risolvere l’arcano, cioè Tony Stark, a questo punto si è già sacrificato per la salvezza dell’universo.

Poi, il colpo finale: al momento di ritornare nel presente, dopo aver riconsegnato con successo le Gemme, Captain America non riappare nel posto e nel momento convenuti. Si palesa, invece, poco lontano, su una panchina, invecchiato considerevolmente, ormai anziano. Svolto il suo compito nel passato, Steve Rogers ha deciso di vivere la vita di cui era stato privato con l’amore della sua vita, Peggy Carter, e invecchiando insieme a lei. Perciò passa un nuovo scudo (quello della dimensione originaria è stato distrutto da Thanos) a Sam Wilson, che assume il ruolo di Captain America.

La prima ipotesi, visto che non vediamo Steve tornare nel presente attraverso il Regno Quantico, è che sia rimasto nella dimensione originaria a partire da un momento del passato, aspettando di farsi trovare su quella panchina. Questo però contrasta incompatibilmente con la concezione del viaggio nel tempo prestabilita, secondo cui facendo questo Steve avrebbe creato una diramazione e non si sarebbe potuto trovare sulla panchina della dimensione originaria. Ciò a meno di fare ingombranti e forzate operazioni di retcon, come dire che Peggy Carter, che in Winter Soldier dichiara di essersi sposata con un uomo salvato dal sacrificio di Captain America, non sia in realtà divenuta moglie, in gran segreto, proprio del Captain America tornato dal futuro.

Insomma, dobbiamo postulare che Steve Rogers, dopo essere invecchiato con Peggy in una diramazione alternativa, sia tornato nella dimensione originaria solo per l’incontro finale con Sam Wilson. La gestione fuori scena di un passaggio simile non sarebbe illegittima, dal punto di vista registico, se non fosse che le precedenti spiegazioni del viaggio nel tempo sembrano quantomeno fuorvianti e ambivalenti.

Non sorprende, allora, che proprio nei giorni successivi all’uscita del film, mentre questo infrangeva record di incassi, in sede di intervista i registi abbiano confermato quest’ultima interpretazione della crono-avventura di Captain America, mentre gli sceneggiatori abbiano avvalorato quella contraria (ovvero che, semplicemente rimanendo nel passato, Steve Rogers non crea diramazioni). Una confusione che si è evidentemente rispecchiata nei passaggi sopracitati e che qualcuno potrebbe ritenere sin troppo conveniente, in ambito spinoso quale il viaggio nel tempo, per essere casuale. Ai posteri, o a Kang il Conquistatore, l’ardua sentenza.

Dopo questa scorpacciata di elucubrazioni sul viaggiare nel tempo, e avendo già citato film autorevoli sull’argomento, proponiamo ai più insaziabili di scienza qualche libro di divulgazione scientifica che, in materia di viaggio nel tempo, possa fornire spunti interessanti su basi ben più solide del Prof. Hulk o dell’Antico. La Trama del Cosmo e L’Universo Elegante, di Brian Greene, sono due buone opzioni, come anche Dal Big bang ai Buci Neri. Breve storia del tempo, di Stephen Hawking, seguito da L’Universo in un guscio di noce. Prospettiva alternativa e interessantissima, poi, quella di Julian Barbour che ne La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura ipotizza il funzionamento dell’Universo a partire dall’ipotesi, quanto mai intrigante, che il tempo in realtà non esista affatto.