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Intervista a Simone Bianchi: “maestro e arte sono due parole scomodissime”

Tra i tanti ospiti presenti all’ultima edizione di Lucca Comics & Games, Simone Bianchi è certamente uno di quelli che meglio rappresenta lo spirito della manifestazione, nonché la diffusione del fumetto, o meglio dell’arte italiana, nel mondo.

Lucchese, dal talento straordinario, e con alle spalle un portfolio di collaborazioni straordinario, Simone Bianchi è oggi uno dei maestri contemporanei del fumetto nostrano, complice uno stile ricco e sfaccettato, la cui massima rappresentazione è nella sua arte pittorica che, assieme a Gabriele Dell’Otto, lo rende uno dei punti di riferimento del genere nel nostro Paese.

Simone inizia sin da giovanissimo ad approcciarsi al mondo del disegno: ad appena quindici anni pubblica delle strisce su Il Tirreno, mentre a ventidue inizia a collaborare attivamente con Sergio Bonelli Editore per la realizzazione di diversi progetti.

Le sue incredibili doti artistiche fanno sì che Marvel decida di puntare molto su di lui, dandogli la possibilità di dar vita ad alcuni dei fumetti più apprezzati degli ultimi anni: da L’Ascesa di Thanos a Thor: Per Asgard, la sua mano è evidente e dà quel tocco in più che rende la produzione complessiva ancor più apprezzabile. In questa lunga chiacchierata abbiamo toccato gli argomenti più disparati: dalla sua bellissima esposizione che lo ha visto protagonista a Lucca, passando al suo rapporto con l’attuale Editor In Chief di Marvel C.B. Cebulski, fino al suo modo di concepire in essere l’arte del fumetto.

simonebianchi

Anzitutto complimenti per la mostra, non solo è molto molto bella ma ti rende di nuovo protagonista dopo l’edizione di Lucca in cui hai illustrato il manifesto.

Era il 2005, sono passati tredici anni. Davvero parecchi.

In questi tredici anni cos’è successo? Com’è cambiato Simone Bianchi?

La cosa più bella è che mi sono nati due bimbi. Sebastian di sei anni e mezzo, e Lorenzo che invece ne ha due e mezzo. Direi quindi che aver fatto la mia famiglia, in prima persona, è la cosa più bella a essermi successa. L’altra ovviamente è il lavoro.


A questo punto dobbiamo fermare l’intervista per un attimo, perché allo stand di Simone passa un ospite del tutto inatteso, nientemeno che C.B. Cebulski, ovvero l’attuale Editor-in-Chief di Marvel, che ha appositamente raggiunto lo stand per salutare fraternamente Simone, chiedendogli di acquistare il suo ultimo sketch book.

Simone e C.B. scambiano qualche chiacchiera sul lavoro, sulla Marvel, ed è evidente che tra i due ci sia una stima ed un affetto che va ben oltre il lavoro in Marvel. Cebulski è sorridente, quasi sornione, e sfogliando al volo lo sketch book non manca di rinnovare i suoi complimenti a Simone, in quella che è a tutti gli effetti una chiacchierata tra due amici.

Simone saluta C.B. invitandolo a mangiare a casa, che gli cucinerà qualche leccornia lucchese, io non posso che cogliere la palla al balzo per stringere la mano a Cebulski e fargli i complimenti, strappandogli al contempo un selfie.

A questo punto la nostra intervista prosegue, ed ovviamente non possiamo che ripartire proprio da Cebulski.


Incredibile! Guarda la fortuna di beccare completamente a caso nientemeno che Cebulski.

A parte essere ora caporedattore, C.B. è senza dubbio uno dei miei più cari amici.

Lui è stato il primo a credere nel tuo lavoro.

Lui è proprio il primo ad avermi assunto alla Marvel insieme ad Alonso. Nel senso che durante il primo incontro fatto agli uffici Marvel, a sedere c’era Axel (Alonso ndr) e poi quasi casualmente entrò C.B., entrambi videro i miei lavori e tutti e due chiusero il portfolio dicendo “Ok Simone dicci cosa vuoi, ci va bene qualsiasi cosa”.

E tu cos’hai risposto?

Wow! Cosa gli volevi dire? Insomma: wow! Comunque fu davvero una bella mattina. Ricordo che quando arrivai in ufficio da Axel, vivendo io a Brooklyn, Williamsburgh per la precisione, che comunque sono quattro o cinque fermate di metropolitana fino a dove erano allora gli uffici, arrivai con venti minuti di ritardo. Una cosa intollerabile. Entrai, era la prima volta che incontravo Alonso – con cui sono ancora incredibilmente amico tanto quanto con C.B. –, e mi scusai profondamente per il ritardo dicendogli “Se il mio babbo, che è fissato su queste cose qui, sapesse che sono arrivato con venti minuti di ritardo a un appuntamento con la Marvel mi strapperebbe le palle a morsi”. Lui si mise a ridere e rispose che al mio babbo non avrebbero detto nulla. E non ci eravamo mai visti prima! Poi con il tempo lo ha conosciuto, il mio babbo. Nel complesso fu una bella mattina, vide i miei lavori, poi entrò C.B. e anche lui si mise a guardarli, stavo lavorando al secondo volume di EGO SUM per Pavesio, videro il portfolio con gli originali e mi ricordo benissimo la scena, il momento in cui semplicemente lo chiusero e mi diedero carta bianca.

E tu ti sei lanciato subito su Wolverine?

Sì, dissi subito che avrei voluto lavorare su Wolverine. Nel contempo però per una casualità, senza che io lo sapessi, la DC mi aveva assunto due giorni prima, ed alla fine è passato un altro anno e mezzo prima che lavorassi assieme ad Axel, C.B. e tutti gli altri ragazzi Marvel. Cebulski tra l’altro, e ti sfido a trovare in tutte le convention del mondo qualcuno che dica il contrario, è uno degli addetti ai lavori più amati. Sapere che siamo così tanto amici mi rende felice, e lo sono stato ancora di più quando è diventato caporedattore: devo ammettere un retrogusto amaro nella notizia, perché comunque significava che Axel Alonso passava il testimone, però se qualcuno se lo meritava più di chiunque altro, questi è proprio C.B.

Tra l’altro, tornando al discorso Wolverine, ricordo che il volume in bianco e nero del tuo primo arco narrativo l’hai presentato proprio a Lucca.

Sì ma fu un’idea americana, di Alonso. Forse in parte anche di C.B., non ricordo, o addirittura fu proprio un’idea dell’allora caporedattore Joe Quesada, che chiamò me e Axel per dirci “Guardate, penso che le tavole siano così lavorate, tanto dettagliate rispetto alla media delle nostre pubblicazioni che sarebbe un peccato perderle con l’aggiunta del colore”.

Peraltro quel tipo di pubblicazione che ti è stata riservata in bianco e nero ha lanciato un vero e proprio trend, perché poi altri artisti sono stati riproposti allo stesso modo.

In parte era già successo anche con dei lavori di Bryan Hitch, però purtroppo penso che né l’una né l’altra casa editrice lo faccia abbastanza spesso – e lo dico da appassionato del bianco e nero. Perché a livello di didattico farebbe molto comodo ai ragazzi vedere cosa c’è sotto a quanto poi fatto dai coloristi in digitale, che spesso diventa invasivo.

Impastano un po’ il disegno, secondo me, soprattutto negli sfondi.

Soprattutto poi su uno come me che nei bianchi e neri usava tanto le mezze tinte, queste diventavano un vero casino. Esiste una scelta tecnica che va utilizzata per trasformare la mezza tinta desaturata in grigio in colore, si tratta di un comando e basta, invece loro aggiungevano altro colore, scurivano…

Essendo tu un amante dei chiaroscuri, c’è Muñoz qua. (José Munoz, artista argentino, considerato un vero maestro nell’arte del chiaroscuro ndr)

Certo ma Muñoz è il contrario rispetto alla mia idea. Lui è il maestro del togliere, del ridurre all’essenza la linea nera rispetto al bianco del foglio, mentre invece per me i chiaroscuri erano un modo per rendere più pittoriche, dettagliate e lavorate le mie pagine. Un atteggiamento più immaturo se vuoi, avevo comunque quindici anni meno, ero un giovane ventinovenne e per me era importante che quelle tavole fossero non solo belle piene ma anche riconoscibili.

La cosa bella del rivedersi dopo tutto questo tempo è vedere come è cambiato Simone Bianchi da, non voglio dire esordiente, ma delle origini, al Simone di adesso che invece è un maestro.

Ma che dici, no (ride)! Non so che dire poi. Maestro è una parola scomodissima. Insegnante neppure, perché ho smesso molti anni fa.

Penso sempre che sono pochi gli artisti in Italia identificabili come punto di riferimento per quanto riguarda il fumetto americano, e possiamo tranquillamente dire che ci si riferisce a te o Dell’Otto.

Questo mi fa tre volte più piacere, ma c’è una logica molto semplice dietro a ciò che stai dicendo. Alla fine gli unici due ad aver lavorato per un lasso di tempo tanto lungo per gli americani, dipingendo più che disegnando – oppure disegnando e dipingendo allo stesso tempo – siamo io e Gabriele. Perché potrei fartene mille di nomi di artisti bravissimi che conosci molto bene, Carmine Di Giandomenico, Stefano Caselli, Giuseppe Camuncoli, Riccardo Burchielli, la mia carissima amica Sara Pichelli… però loro disegnano, nel senso che fanno il bianco e nero. Io e Gabriele nasciamo pittori, quindi abbiamo provato in tutto il corso di questi quindici anni neanche di carriera ma vero e proprio lavoro a portare nel fumetto Marvel la nostra vera passione, perché a me piacciono le mani sporche di colore.

Lo sporco, la materialità.

Sì, la materialità, e poi proprio una scuola pittorica che deriva dai nostri pro pro pro genitori. Siamo veramente i nipoti – indegni magari – di loro, mi scoccia quasi dirne i nomi, dei maestri veri.

Non sono tanto convinto che tu non possa essere definito maestro ma l’artista sei tu…

Maestro e arte sono due parole scomodissime, meno si usano meglio è. Poi mi fa piacere se me lo dicono, questo non lo nego.

Sei soddisfatto della mostra che ti è stata dedicata qui a Lucca?

Al mille per mille sì. Il mio babbo, altro aneddoto, la sera prima che inaugurassi la mostra mi ha mandato – avendola in parte allestita lui assieme a mia sorella Gloria e in parte anche a Mauro Bruno ovviamente – un video su WhatsApp dicendo “Questa è la mostra, prova a dirne male”. Erano circa le tre del mattino, io ero sveglio perché stavo lavorando, parliamo di circa ottanta pezzi esposti qui, e gli ho detto “Guarda, non lo vedrò il video. Muoio dalla voglia ma no, perché voglio arrivare domattina e vedere dal vivo cosa avete fatto”. Così è stato e ti assicuro che nonostante io abbia fatto tantissime mostre, e ti dico che la prima l’ho fatta come Federazione Giovani Comunisti quando avevo quindici anni, era alla Festa dell’Unità con i pezzi di legno e la plastica tirata con l’acqua al posto del plexiglas o il vetro, ecco nonostante il tempo passato e le tantissime mostre questa è la migliore a livello di allestimento e penso anche come qualità dei pezzi. Sicuramente del pezzo di cuore che ho messo dentro questi dipinti.

Publiée par Simone Bianchi sur Dimanche 4 novembre 2018

Una cosa che forse non tutti sanno è che sei un grande feticista di statue…

Ne ho tante, questo sì, ma rispetto a molta gente sono niente più che un bambino.

Ho visto di recente un video su Facebook nel quale stavi facendo l’unboxing credo di Wonder Woman del film.

Sì, la mia amica Gal Gadot con cui ci vediamo spesso, usciamo a cena…

Avevi gli occhi di un bambino in quel momento.

Era una battuta ovviamente quella su Gal Gadot (ride). Comunque. Mi piacciono, non ti nascondo che mi servono proprio professionalmente perché spesso le uso come fossero modelli dal vivo per avere un realismo a livello fotografico di ciò che dipingo e disegno. Posta la scusa a livello lavorativo, godo come un matto a vederla. Immaginati i miei bimbi come reagiscono.

Mi sorprende anzi non ti abbiano ancora distrutto niente.

Questo perché sono a un’altezza di circa tre metri e se vedo che qualcuno inizia ad arrampicarsi, come si dice in toscano, lo randello con il mio pennello più grande che ho.

Permettimi una domanda più banale. Tu, artista DC, Marvel, i più grossi li hai già disegnati o dipinti tutti: Batman, Superman, i Guardiani della Galassia, ora stai illustrando un Conan meraviglioso. Qual è il personaggio che ancora non hai fatto e vorresti fare?

Dici a livello di pagine interne o come illustrazione, copertina…?

Mettiamola così. Su quale personaggio vorresti fare una storia e su quale invece vorresti lavorare a livello di illustrazione?

Sicuramente mi piacerebbe fare una storia sui Fantastici 4 versione classica, su cui in parte sto lavorando perché la backstory sul Dottor Destino l’ho fatta io. Però ecco mi piacerebbero loro nella versione classica con Galactus, il Surfista, Destino…

Hai un po’ una passione per i villain, eh?

Sì ed è lo stesso motivo per cui Gomorra o Romanzo Criminale hanno tanto successo e i tuoi conterranei diventano miti delle folle. Si sa che il cattivo ha una sua stupidissima fascinazione. Mi ricordo un’intervista a Vinicio Marchioni, che ha recitato nel ruolo del Freddo (parla del personaggio di Romanzo Criminale – la serie ndr), dove metteva in chiaro che la loro era finzione ed era importante che venisse tenuto a mente. Fermo restando che la presenza di una componente brutta ci affascina o, quantomeno, ci ricorda esistere e non ci permette di fingere il contrario. Destino peraltro è molto contradditorio: non è un villain ma è un uomo torturato da se stesso, in continuazione. Comunque riprendendo il filo del discorso, per quanto riguarda le pagine interne i Fantastici 4, mentre a tema copertine mi piacerebbe lavorare su Hawkman della DC e su Wonder Woman perché in realtà da singola non l’ho mai realizzata.

Giusto in chiusura, ma hai notato che il Thanos dell’ultimo film dei Vendicatori è praticamente il tuo?

Ma sai che hai ragione? Ora che ci penso, il colore della pelle, le spalline… toccherà correre a chiedergli i diritti (ride)!

Simone Bianchi  è un artista eccezionale, le cui copertine arricchiscono da tempo diversi albi Marvel, Wolverine in primis! Per conoscerlo un po’ meglio potreste partire dal suo esordio con EGO SUM, o lanciarvi sulla Simone Bianchi Collection, un volume di disegni e non solo dell’artista, che trovate su Amazon ad un prezzo davvero interessante!