Cinema e Serie TV

La serialità agli inizi del terzo millennio, da Alias a The Walking Dead

Il primo decennio degli anni Duemila è stato attraversato da una trasformazione radicale, in ambito mediatico. A partire dalla televisione. Si tratta di un medium piuttosto recente, se confrontato al cinema e alla radio, ancor più alla stampa, che proprio nei primi anni del terzo millennio è diventata digitale, attirando su di sé un’attenzione sempre maggiore. Viene dunque mostrata la persistente centralità di questo mezzo, nonostante i cambiamenti siano sempre maggiori e costanti.

Non variano però solo le tecnologie in questi anni; anche la serialità vive una seconda primavera, un momento decisamente importante. Quali sono quindi i titoli della serialità degli esordi del terzo millennio che potremmo star dimenticando, ma per cui vale la pena rispolverare i ricordi? Accanto ai quattro capisaldi che hanno scalfito le fondamenta del passato e portato una nuova ventata d’aria fresca, ossia Lost, Dr House, The Walking Dead e 24, con una “nomination” eccezionale per Alias, non sono poche le produzioni mediali degne di nota, per svariati motivi che andiamo subito a elencare.

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Se la prima ondata ha visto protagonisti i titoli delle soap opera e telenovelas, una per tutte l’imperituro Beautiful, seguito da Love Boat, Sentieri o l’italiano Un Posto Al Sole, gli anni duemila definiscono una nuova serialità, più complessa, sia per protagonisti portati sullo schermo, sia per vicissitudini e per intrecci registici sempre più raffinati. Una nouvelle vague accompagnata anche da un’altra alba: il ruolo dello show-runner che assurge a una posizione sempre più importante e radicalmente centrale nel grande meccanismo mediatico.

La nouvelle vague seriale

La tv contemporanea apre gli anni Duemila con una serie cult che ha segnato l’adolescenza dei giovani dell’epoca, prima ancora di The O.C., per quanto i temi fossero abbastanza affini. Il teen drama Dawson’s Creek apriva i battenti nel 1998 e attraversava le barriere del terzo millennio proprio a metà della sua messa in onda, al fianco delle sorelle Halliwell di Streghe e della bionda cacciatrice di esseri demoniaci, Buffy l’ammazzavampiri. Parliamo di titoli sicuramente cult, conosciuti dal pubblico più per la loro allure, che per aver segnato effettivamente un’epoca, a differenza di quanto accaduto pochissimi anni dopo.

buffy l'ammazzavampiri

Collochiamo temporalmente questa rivoluzione tra il 2001, anno cruciale per gli Stati Uniti e il mondo intero, a seguito del crollo delle Twin Towers newyorkesi, e il 2004, quando cominciavano ad apparire all’orizzonte i primi barlumi della sopracitata digitalizzazione della fruizione televisiva. Sembrano forse decenni fa, a testimonianza di quanto siano sempre più corposi e complessi i cambiamenti tecnologici e socioculturali, ma parliamo di circa quindici anni di distanza dal mondo odierno.

E’ proprio in questo clima scombussolato, in pieno fermento e in fase di rottura con il passato che emerge Alias, serie dal successo tiepido ma significativa per aver caratterizzato una delle prime sperimentazioni narrative seriali, con la struttura cosiddetta a doppia trama. Convivono infatti una trama principale, il main plot, che segue le vicende della spia protagonista, Sidney Bristow (Jennifer Garner) e uno o più subplot, ossia le sottotrame, narranti le vite “private” e dal sapore più sentimentale dei personaggi coinvolti nella serie.

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Non a caso, questa serie porta una firma piuttosto importante del panorama televisivo: J.J. Abrams, una vera e propria colonna del mondo televisivo e cinematografico, noto per aver dato la paternità ad altri titoli portanti come Lost (che analizzeremo a breve), Fringe, Westworld – Dove tutto è concesso, ma ha anche diretto titoli di blockbuster tra cui Mission: Impossible III, il settimo e nono episodio di Star Wars e il rilancio della serie cinematografica di Star Trek.

Le 24 ore più significative

Se con Alias comincia a defilarsi ufficialmente una produzione più complessa, il cammino prosegue in due direzioni diverse ma simili: da un lato proseguono i lavori firmati da Abrams, con Lost nel 2004, e dall’altra parte con un caso singolare e storico, la serie 24 del 2001, spesso citato dalla critica come uno dei migliori show televisivi. La sua quinta stagione è stata quella più acclamata dalla critica, e complessivamente definito come prodotto innovativo. Sul Time è stato definito come lo show che ha definito e introdotto il trend della serialità ad archi narrativi, una tecnica introdotta dal drama degli anni ’80 in Hill Street Blues e Wiseguy e che continua su The West Wing e The Sopranos.

È stato inoltre etichettato come “uno spettacolo dell’era Bush nell’era Obama”: cominciato nel 2001 e chiuso nel 2010, Jack Bauer era “l’eroe perfetto post-9/11”, a caccia di terroristi islamici in America, mettendo in mostra la forza e la sicumera che il lato conservatore degli USA avrebbero voluto in un eroe. Ma l’America è cambiata, per via di un approccio al terrorismo piuttosto diverso nella figura di Barack Obama, rendendo sempre più stretto ed esiguo lo spazio per un personaggio come Bauer.

Complice anche un dispendio economico cospicuo e reintegrato a fatica, la serie chiude, ma lascia con sé il ricordo di puntate autoconclusive uniche e raramente viste prima: ogni episodio infatti narrava un’ora della vita del protagonista, con il tempo trascorso visualizzabile sullo schermo, motivo per cui la stagione era composta da 24 episodi, così da riportare un’intera giornata al termine e senza creare un raccordo narrativo con le puntate precedenti e successive a quanto mandato in onda.

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E’ dunque tempo di dare nuovi spazi alla serialità, con il ritorno in grande stile di Abrams e i suoi superstiti persi su un’isola: Lost. Acclamato dal pubblico e dalla critica, la serie ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui un Golden Globe (2006) e tre Emmy Awards (2005, 2007, 2009). All’epoca, accanto ad altri due prodotti seriali di notevole successo come Desperate Housewives e Grey’s Anatomy, è considerata una delle serie che hanno riportato al successo il network televisivo ABC.

Lost, una serie da manuale

La serie viene qui citata non solo per ricordare la storia drammatica ed entusiasmante del rapporto tra superstiti, ma anche e soprattutto per la peculiarità che l’ha resa unica e “da manuale”: la struttura particolare di ogni puntata, dove l’inizio è dettato da un prologo di pochi minuti, fino a raggiungere un primo momento di drama e poi staccare sul logo della serie, riprendendo la narrazione. Il finale dell’episodio prevede invece un procedimento strutturale uguale e contrario: dopo una chiusura dettata da un cliffhanger, la scena viene repentinamente chiusa, lasciando lo spettatore ancora una volta a rimuginare su plot e subplot, proprio come in Alias.

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Fino al finale della terza stagione, questi flash erano costituiti esclusivamente da flashback: venivano raccontati eventi passati relativi ai personaggi, poi affiancati da flashforward, che presentano le condizioni di alcuni dei personaggi in un tempo successivo alla linea temporale narrata. Nella quinta stagione viene introdotta l’alternanza di due storie, ognuna delle quali coinvolge protagonisti diversi, in due epoche diverse: il presente e i diversi anni in cui i personaggi sull’isola “viaggiano” in seguito ai salti temporali. Un meccanismo narratologico chiamato flashpresent.

Non mancano esempi di flash sideways, ossia utile per raccontare le vicende di due realtà tra loro parallele (quella vissuta dai protagonisti sull’isola e un’ipotetica realtà in cui l’isola è affondata e l’incidente non ha avuto luogo), ma solo al termine si è scoperto che erano semplicemente flashforward, ambientati in una sorta di limbo creatosi a seguito della morte dei vari personaggi. E’ chiaro dunque perché abbiamo definito davvero da manuale questa serie, a maggior ragione considerando la sua quasi unicità rispetto alle produzioni anche successive.

La testa di House, il cuore di Wilson

La storia secondaria, la sottotrama, diventa a momenti al pari della linea narrativa principale, e più coinvolgente, in un’altra serialità del periodo: Dr House – Medical Division, dove le vicende di storie d’amore tra medici, la difficile convivenza con se stesso di House e la sua dipendenza dal Vicodin, oltre all’amicizia con Wilson, si uniscono e quasi superano le vicende (quasi sempre autoconclusive) dei casi clinici da operare. Mentre i pazienti si rivedono solo difficilmente tra un episodio e l’altro, il fil rouge della storia è dettato proprio dalle vicende interpersonali tra House e Cuddy, Cameron e Chase e tutte le altre vicende che hanno caratterizzato otto stagioni.

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Dr House si configura in un’epoca dove si concludono alcune serie cominciate alla fine degli anni Novanta del secolo scorso e partono altrettante serie importanti e classiche del loro tempo: da One Tree Hill a Dexter, da Una mamma per amica a Smallville, fino ad avvicinarci alla chiusura di questo primo, intenso decennio. Un’anteprima davvero significativa delle ulteriori variazioni a venire, anticipate da un’ultima serie che è importante analizzare in questo periodo.

Se verso la fine degli anni “00”, come vengono talvolta definiti, cominciano a trovare una loro collocazione nei palinsesti anche Breaking Bad, Castle, Mad Men e Chuck, compare un esempio della cosiddetta TV complessa, la TV contemporanea delineata da Jason Mittel. Siamo nel 2010 e prende vita il fenomeno che chiude un decennio e ne caratterizza tutto quello successivo, infestando l’immaginario collettivo di zombie, non-morti e virus incredibilmente infettivi e mortali: The Walking Dead.

Zombie complessi

Ma in cosa consiste la “complessità”, in questo caso? Figlia dell’evoluzione del sistema televisivo e mediale, oltre che della competenza degli spettatori, serie come questa diventano sempre più raffinate e “complesse” perché puntano su “nicchie” di spettatori molto appassionati, ma TWD offre un esempio di  “complessità” non tanto narrativa, quanto di transmedialità.

Cosa significa? La storia di The Walking Dead è appunto un franchise transmediale perché nasce come fumetto, si trasforma in una serie televisiva, ed entrambi sono ulteriore motore di altri testi ancillari, primi fra tutti videogiochi e spin-off seriali come Fear The Walking Dead e il nuovo The Walking Dead: World Beyond. L’elemento di maggiore complessità consiste dunque nel filo che collega questi diversi testi, delineando uno dei più grandi successi della televisione d’oltreoceano di quegli anni.

The Walking Dead copertina

L’adattamento del testo originario avviene attraverso un processo di espansione, ampliando sempre più questo mondo, quasi prosciugandolo. Non dunque una serie “autoriale”, a differenza di altri prodotti come I Soprano o Six Feet Under, ma un “mainstream cult”, un prodotto di grande qualità e nato come una nicchia, ma destinato ultimamente a un pubblico sempre più ampio e trasversale proprio in virtù di queste caratteristiche.

Ad maiora

Il motivo per cui abbiamo deciso di riproporre questa ampia carrellata di titoli e nozioni trova luogo nella volontà di dare una rispolverata meritatissima a titoli altrettanto meritevoli, ma non solo in ottica di “angolo amarcord” della serialità televisiva.

E’ bene ricordare da quali presupposti nascono i prodotti oggi disponibili sulle principali piattaforme streaming, quali Netflix e Amazon Prime Video, capire le logiche e le tecniche registiche e narrative che hanno permesso di dare vita a serie TV sempre più variegate, in termini di tematiche e strutture narrative, ricordando i tempi d’oro di un’epoca “di un futuro passato”, per dirla con X-Men.

Riscopriamo insieme alcune delle migliori serie citate qui, tra cui The O.C. il cofanetto di Breaking Bad, il cofanetto di The Walking Dead, tutte le stagioni di Dr. House – Medical Division oppure l’intera serie di Alias.