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La Tigre Bianca, recensione: lotta di classe

Tratto dall’omonimo romanzo di Aravind Adiga, La Tigre Bianca è un realistico racconto sulle lotte di classe dell’India moderna. Paese in pieno sviluppo economico ma sin troppo ancorato a dei vecchi sistemi che ne hanno frenato l’evoluzione e limitato la crescita culturale, L’India rappresentata dal regista Ramin Bahrani è divisa tra necessità di cambiamento e religiosa osservanza delle tradizioni. Usanze che spesso, come la storia insegna, non collimano coi diritti umani e con la dignità del popolo.

In un Paese dove le divisioni tra ricchi e poveri sono sempre state piuttosto nette, la possibilità di redenzione è spesso una chimera e la condanna a condurre una vita di stenti si configura come una grande certezza. E persino quando l’occasione della vita si presenta in punta di piedi, il rischio di subire devastanti contraccolpi non è mai escluso. È così che si propone il nuovo film drammatico offerto da Netflix, sempre più aperta a produzioni estere di nicchia che approfondiscono le grandi contraddizioni dell’era moderna.

La Tigre Bianca, dalla povertà alla ribalta

La Tigre Bianca narra la storia di Balram Halwai (Adarsh ​​Gourav), un ragazzo nato e cresciuto in un poverissimo villaggio dell’India rurale. Vessato assieme alla sua famiglia dai padroni locali che riscuotono puntualmente i proventi del loro duro lavoro, Balram sembra destinato a una vita di stenti e fatica, senza alcuna possibilità di ribellione. “Siamo condannati a essere polli da stia“, spiega come un narratore onnisciente allo spettatore. Il suo aspetto, all’inizio del film, è completamente diverso rispetto a come lo si vede durante la storia, raccontata attraverso un lungo flashback che mette in luce evoluzione del personaggio e repentino cambio dello stile di vita. Cosa è successo davvero? In che modo Balram è passato dal fare la fame a essere un imprenditore di successo?

Il protagonista lascia intendere che non ci sono molte scelte se si vuole modellare davvero il proprio futuro in un mondo corrotto e senza reali scappatoie: “Le promesse elettorali mi hanno insegnato che non bisogna mai essere poveri in una democrazia“. Eppure ciò che effettivamente succede a sin troppe famiglie povere è ben noto: sono costrette a subire angherie e ingiustizie, minacciate da promesse di sterminio in caso di rivolta e obbligate a produrre per se stessi e per chi li controlla. Balram però è scaltro, ha la volontà di istruirsi e, soprattutto, ha l’orecchio sempre rivolto ai dialoghi dei padroni. Quando si rende conto che hanno bisogno di un nuovo autista, tenta il tutto per tutto e si reca fino alla villa della ricca famiglia per farsi assumere, pur ammettendo la sua appartenenza a una casta di basso livello.

Ingaggiato infine come servo di Ashok (Rajkumar Rao) e Pinky (Priyanka Chopra), due ricchi signori da poco tornati dagli Stati Uniti, Balram inizia a capire qual è la realtà che aleggia attorno a usi e costumi di chi comanda davvero. La corruzione politica è una consuetudine e le facilitazioni sociali ne sono la più logica conseguenza, ma Balram è determinato a essere un perfetto servitore e ha tutta l’intenzione di elevare il proprio status sociale, accumulare denaro e risollevare le sorti della propria famiglia. Sa qual è il suo ruolo e conosce i rischi della disobbedienza: commettere gravi errori, per le caste di basso lignaggio, significa avere terribili ritorsioni anche a scapito dei propri congiunti.

Le conseguenze delle azioni

Proprio quando Balram comincia a inserirsi e a guadagnare la fiducia dei padroni, Ashok inizia col tempo a manifestare un atteggiamento sempre più arrogante nei suoi confronti. L’autista tuttofare, pur piegandosi ai soprusi dei parenti dei padroni, accetta senza riluttanze e con servilismo le mansioni previste dal suo lavoro, ma di lì a breve la vicenda prenderà una piega completamente diversa, cupa e inaspettata. Accade che durante una serata ad alto tasso alcolico, Ashok e Pinky si lascino andare ad atteggiamenti sopra le righe, con la donna che decide di mettersi al volante al posto di Balram. Accade anche che la donna incappi in un terribile incidente, investendo un bambino, ma Ashok intima subito a Balram di fuggire via ad alta velocità, tra le proteste e le lacrime di disperazione della donna, che supplica invano di voler chiamare i soccorsi.

La svolta avviene quando il padrone lo tradisce, incolpandolo di un incidente mai commesso e costringendolo a produrre un dichiarazione legale dove afferma che la notte del misfatto si trovava da solo alla guida. La Tigre Bianca cambia dunque d’improvviso le carte in tavola, presentando i risvolti più amari di una storia dove il potere tende sempre a prevalere e il debole è costretto ad accettare ciò che gli riserva il destino. Ma è davvero così? Sul serio non esistono scappatoie in quel pezzo di mondo dove le caste determinano i destini e gli uomini sono in balia di regole che contano più di ogni diritto?

Il film di Ramin Bahrani si apre così a grandi riflessioni sulla consapevolezza dell’individuo e sulle libere scelte dell’uomo, che deve industriarsi per sfuggire da calunnie e accuse che metterebbero fine a ogni sogno e progetto futuro. A costo di fare leva sulle debolezze altrui o sugli errori di valutazione, o persino sulla sottovalutazione dei rischi da parte del padrone, Balram capisce che esiste solo una via da perseguire, e che questa è completamente diversa da quella che un uomo come lui avrebbe mai potuto intraprendere. Il regista lascia intendere che un uomo messo alle strette ha la facoltà di potersi ribellare, di cambiare volto, obiettivi, vita. Ma in un’era moderna che è tenuta ancora a freno dalle pesanti catene del passato è davvero possibile o è solo una volontà destinata a rimanere una proiezione mentale che non collimerà mai coi fatti?

Le luci oscure della ribalta

Ci sono dei passaggi in cui La Tigre Bianca fa una panoramica sulle città indiane, mettendo in risalto povertà e ricchezza, i villaggi arretrati dell’entroterra e le vivacità produttive di Bangalore e Nuova Delhi. È un parallelismo con la vita del giovane Balram, trovatosi d’improvviso a passare mentalmente in rassegna le sue due possibilità prima di decidere sul da farsi. Subire in silenzio e prepararsi al grande nulla o prendersi il rischio di cambiare anche a costo di pagarne tutte le conseguenze? “Quando impari a riconoscere ciò che è bello a questo mondo, smetti di essere uno schiavo“, cita Balram, ed è esattamente questo il momento in cui lo spettatore comprende che la moralità è un concetto relativo, sfumato, adattabile a seconda delle esigenze vitali.

È da questo momento che Balram, ormai sull’orlo del baratro e in procinto di perdere tutto, decide di ribellarsi alla servitù dei suoi padroni e assurgere al ruolo che gli spetta: quello della tigre bianca, animale che si affaccia al mondo con rarità ma sempre con la forza prorompente di un istinto selvaggio e fuori controllo. Ci sono diversi messaggi di fondo di grande importanza ne La Tigre Bianca, che è un realistico affresco delle silenziose lotte di classe che si animano nel cuore dell’India. In che modo i padroni sono diventati tali e come hanno fatto ad assurgere a un ruolo così rilevante? Esistono modi puliti per costruire fama, successo e forti influenze sugli altri?

La realtà dipinta dal film, e quella che nostro malgrado viviamo tutti i giorni, dicono di no. E quando la voce che rimbomba nella testa di Balram dice che “Tutto ciò è possibile solo attraverso il crimine o la politica“, non ci sentiamo in nessun modo di darle torto. La critica è tagliente e gli esiti finali lo dimostrano ampiamente, ma il realismo con cui ogni tassello va al proprio posto fino ai titoli di coda, non fa altro che offrire una visione piuttosto veritiera di come il mondo costringe l’uomo ad agire.

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