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Lucca Changes: Diabolik, il significato della maschera al cinema con i Manetti Bros.

Lucca Changes ha ospitato un incontro tra i Manetti Bros, Mario Gomboli e Roberto Recchioni per raccontare cosa si nasconde dietro il nuovo film dedicato al Re del Terrore. Dalla genesi a fumetti fino al lungometraggio dei Manetti, passando per il primo adattamento cinematografico di Mario Bava, la serie animata e le parodie.

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Diabolik, nato negli anni ’60 dalle matite delle sorelle Giussani, è un personaggio che è fortemente eradicato nella cultura italiana. E già dopo pochi anni, nel ’67 arrivò la prima trasposizione cinematografica. Un film che, racconta Mario Gomboli, non piacque per nulla alle Giussani perché era un buon film in generale, ma non aveva nulla di Diabolik. E proprio su questo tema è virato rapidamente l’incontro, ovvero l’attesissimo lungometraggio dei Manetti.

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Mentre Gomboli ha sempre difeso il personaggio in ognuna delle sue trasposizioni ed ogni volta che qualcuno aveva intenzione di creare un prodotto su Diabolik, ai Manetti è toccato convincerlo per riuscire ad iniziare la lavorazione del film. E sono proprio i registi a raccontare come è avvenuto il primo incontro. Tutto parte da “cinque paginette” mandate a Gomboli per un soggetto sul film di Diabolik e quest’ultimo ha dato una risposta “da brividi” secondo i cineasti: “Sono trent’anni che aspetto qualcuno che mi dica che lo vuole fare così il film [di Diabolik]”.

Perché il punto di forza della pellicola in uscita è la fedeltà assoluta con il personaggio, che passa anche dalla volontà di ambientare la storia alla fine degli anni ’60, proprio quell’epoca che da sempre è legata a Diabolik. La storia del film comincia idealmente intorno all’equivalente del numero 3 della serie e a fumetti, racconterà un Diabolik già come personaggio completo e le origini del personaggio di Eva Kant.

La scelta degli anni ’60 come periodo storico ha comportato un grande studio per quello che riguarda la tecnologia, ma anche quello che è il colpo d’occhio di Clerville che gli autori hanno ripreso a partire dalle panoramiche della Milano di oggi. Lo stile sarà il leit-motiv del film, dal vestiario ai gadget passando per l’iconica calzamaglia di Diabolik, che i Manetti hanno costruito come fosse un costume a più strati, per dare l’idea che Diabolik potesse mimetizzarsi con la gente normale semplicemente togliendosi la maschera.

“Dietro la maschera c’è tutta la forza drammatica di Diabolik”, dichiarano i Manetti. E proprio riguardo la scelta di Luca Marinelli, Valerio Mastandrea e Miriam Leone come, rispettivamente, Diabolik, Ginko ed Eva, gli autori hanno detto di aver preferito la bravura e l’adattamento al ruolo che la somiglianza fisica. Nonostante sulla Leone sia stato fatto anche un lavoro di trasformazione, tutti e tre gli attori sono risultati perfetti, anche dopo dei provini, per i ruoli che avrebbero dovuto fare.

Un film tutto italiano, pensato per l’Italia con un cuore italiano, anche dal fatto che i Mainetti raccontano di aver dovuto lottare per non girare il film in inglese e renderlo più appettibile a compratori esteri. Durante la trattativa con la produzione c’è stato anche un momento di out-out, dove i registi sono arrivati a dire “O ce lo fate girare in italiano, non lo facciamo”. Un lavoro attesissimo, che potrebbe rappresentare tra i fautori della rinascita del cinema italiano in un periodo in cui il settore è in grave difficoltà.

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