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Cinema e Serie TV

Narcos Messico funziona, convince e vi obbligherà al binge watching!

Narcos Messico arriva finalmente su Netflix, e noi siamo pronti a restituirvi il nostro parere su quello che è un vero e proprio rilancio della popolarissima serie televisiva che racconta la nascita della lotta al narcotraffico, attraverso la vita dei suoi protagonisti.

Dopo l’ascesa di Pablo Escobar, e la sua rovinosa caduta in favore del Cartello di Cali, Narcos si sposta indietro nel tempo, consegnandoci quello che è, a tutti gli effetti, il primo spin-off della serie sebbene, chiariamolo adesso, il termine “spin off” gli stia quanto mai stretto.

Narcos Messico è molto più che uno spin off, è una serie completamente nuova, che con un salto indietro nel tempo, ritorna alle origini del narcotraffico panamericano, spostando la propria attenzione verso quello che è stato il cuore dello smistamento di “coca e mota” fin dalla fine degli anni ’70: il Messico.

Un racconto che, come da tradizione per la serie, viene portato avanti con stile e qualità, confermando Narcos come uno dei prodotti di punta di Netflix, e certamente come uno dei più attesi del campionario streaming della piattaforma. Già con il primo episodio eravamo rimasti colpiti dal nuovo andazzo della serie: un nuovo cast di gran caratura, una regia più stilosa e meno convulsa, e una fotografia eccezionale, capace di calarci in modo immersivo tra i colori caldi messicani, con il suo forte utilizzo di tonalità solari.

E dunque, lasciando da parte le vicende successive alla caduta del cartello di Cali, Narcos Messico ci riporta direttamente ai primi anni ’80, presentandoci subito quelle che saranno le due figure che si faranno guerra (non sempre consapevolmente) all’interno del panorama della città di Guadalajara, principale centro criminale all’epoca dei fatti, e sede della nascita del primo, ed omonimo, cartello messicano della storia.

Da un lato Kiki Camarena (Michael Peña), un agente di una DEA quanto mai alle prime armi, che nell’ambizione di fare carriera, finirà per farsi trasferire a Guadalajara, giudicata fino a quel momento una città relativamente tranquilla, a dispetto della vicina e più pericolosa Sinaloa, patria dei commercianti e trafficanti di mariujana.

Dall’altra Miguel Ángel Félix Gallardo (Diego Luna), che dopo una prima carriera da poliziotto sinaloense, comincerà la sua ascesa all’interno della malavita messicana arrivando a formare, con le sue sole forze, quella che è stata storicamente la prima grande coalizione del narcotraffico messicano, la cui frammentazione, ha dato vita a quelli che sono i vari cartelli oggi presenti nel Paese.

Narcos Messico gioca costantemente sulla sovrapposizione e sul contrasto dei due, uniti da un fil rouge, quello dell’ambizione e dalla passione per il proprio lavoro, a prescindere dal lato della barricata. Ora, il più grande terrore per questa nuova serie/stagione era proprio nei suoi personaggi, certamente più noti di quello che era, qualche anno fa, lo sconosciuto Wagner Moura (Pablo Escobar), ma proprio per questo più difficili da inquadrare all’interno di un racconto violento e drammatico come quello di Narcos.

Le perplessità principali derivavano certamente dalla presenza di Michael Peña, che le più recenti produzioni (la serie Ant Man in particolare) hanno proposto in ruoli secondari e macchiettistici, di molto distanti dal dramma che dovrebbe invece offrire la serie Narcos. Tuttavia, come avevamo già chiarito nella nostra recensione del primo episodio, Peña si comporta in modo egregio, dando prova di un carattere drammatico che sa venir fuori al momento giusto, in una stagione che – come da fatti storici – vedrà protagonista quasi assoluto l’agente Camarena, consacrando Peña in una delle sue interpretazioni migliori dai tempi di Fury.

La cosa che colpisce, a dispetto delle stagioni precedenti, è come Narcos racconti la corruzione dell’animo umano, di come si venga corrotti dal potere a prescindere dalla barricata di cui si fa parte, nel bene o nel male. Escobar, i “gentiluomini di Cali” non avevano infatti subito alcun cambiamento morale ed anzi, semmai, allo spettatore era stata offerta semplicemente una dimensione privata, che raramente entrava in contrasto con quelle che erano le figure pubbliche, creando una certa continuità emotiva tra la figura dei narcos e quella dei padri di famiglia.

Narcos Messico, invece, fa qualcosa di completamente diverso. Presenta fondamentalmente degli uomini comuni che si procacciano da vivere legalmente e illegalmente, e li trasforma, li muta, mostrando quelli che sono gli effetti della droga, e della guerra alla droga, su ambo le barricate. E così se Camarena diviene a mano a mano un uomo quasi ossessionato dalla lotta al crimine, Gallardo e in particolare il suo braccio destro Rafael “Rafa” Caro Quintero subisce una trasformazione quasi mostruosa, di riflesso alla crescita del potere economico e sociale del cartello.

Questo racconto di uomini e potere, unito al parallelismo continuo tra i due protagonisti, spesso presentati quasi in contemporaneità, con un richiamo anche registico del posizionamento (o della contrapposizione) dei loro corpi nell’inquadratura, conferisce a Narcos Messico un aspetto nuovo, rinfrancato, che lo rende capace di restare sì in continuità tematica con le stagioni precedenti, ma anche di conquistarsi una propria e definita personalità che, a conti fatti, appassiona e convince, rendendo la stagione fluida, godibile ed emozionante.

A conti fatti, a partita chiusa, ci sono solo due appunti che ci hanno fatto storcere un po’ il naso. Il primo è quello della gestione dei comprimari che soffrono molto dell’ampio spazio offerto ai protagonisti principali della vicenda. Normalmente ci starebbe (forse) anche bene, peccato che così vadano sprecati alcuni ottimi attori come Jackie Earle Haley (il Rorschach di Watchmen, qui poco più che una comparsa) e il titanico Don Neto (Joan Cosio), la cui figura in molti episodi si perde, seppur resti centrale nella costruzione del Cartello di Guadalajara. Diciamo, comunque, che questo è un problema che la serie si porta con sé sin dalla sua primissima stagione, complice la caratterizzazione sempre eccezionale dei personaggi principali su cui, per ovvi motivi, è costruita la quasi totalità dell’azione e del dramma.

In seconda istanza la scarsa fedeltà storica della vicenda, di molto distante dalla cronaca romanzata che ci era stata invece offerta con la storia di Pablo Escobar. Narcon Messico, in tal senso, pur restando fedelmente ancorato alla vicenda storica della nascita e ascesa delle piazze messicane della droga, stravolge completamente l’excursus delle indagini dell’agente Camarena, facendo solo un rapido accenno (nella prima puntata) alla sua vita da operativo, ed omettendo del tutto la sua eccezionale carriera da infiltrato, che lo portò poi nella schiera più vicina a quella del “Padrino” Gallardo. Pur mantenendosi comunque fedele all’iter storico, insomma, Narcos Messico riconfigura quasi completamente la carriera di Camarena e questo, pur chiaro che la serie chiarisce sin da subito la sua natura di “dramma romanzato ispirato a fatti reali” può effettivamente far storcere un po’ il naso a chiunque sia un minimo documentato sui fatti che riguardarono la guerra alla droga dell’epoca. In ogni caso, qualora non foste tra questi, aspettate di finire la stagione prima di documentarvi, onde evitare qualunque forma di spoiler.

Narcos Messico, insomma, al netto di qualche neo, ci ha convinti. Seppur nel corso di alcuni episodi il ritmo sembri più sincopato rispetto al passato, basta arrivare a metà stagione per rendersi conto di avere un bisogno ossessivo compulsivo di scoprire come la stagione andrà a chiudersi. Il merito è certamente dell’ottima immersione che la trama riesce a creare, ma anche e soprattutto della grandiosa prova attoriale dei suoi interpreti principali. Un Diego Luna machiavellico e riflessivo, ma anche tenace e di polso, e uno straordinario Michael Peña, qui in grado di dimostrare (ancora una volta) la sua capacità di spaziare dalla commedia al dramma con grande capacità e carattere.

Se non hai mai visto Narcos, allora forse dovresti rimediare subito! La serie è semplicemente bellissima, e su Amazon è possibile procacciarsi sia la prima, che la seconda, che la terza stagione. Se invece cerchi una lettura a tema, Zero Zero Zero di Roberto Saviano è certamente un buon libro con cui cominciare.