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Robin Hood – L’origine della leggenda, la nostra recensione

Bandito, eroe, uomo in calzamaglia, leggenda: di Robin Hood si è scritto e filmato in gran quantità nel corso degli anni, complice il fascino intrinseco del personaggio, che persosi tra mito e leggenda, è stato di fatto l’archetipo del topos del ladro gentiluomo, che “rubando ai ricchi per dare ai poveri”, ha alimentato un mito apparentemente inesauribile sin dalla sua prima menzione storica.

Robin Hood è, in buona sostanza, un personaggio eterno, che tra romanticismo e mito anarchico per eccellenza, ha attirato su di sé un gran numero di trasposizioni da quella animata, alla più cruda e “realistica” ricostruzione storica, cercando di volta in volta di raccontare una prospettiva diversa di un personaggio di cui, a conti fatti, si sa più o meno tutto quel che c’è di noto, lasciando al resto una lunga sequela di ricostruzioni, teorie e finanche fantasie a seconda della penna, o della cinepresa, che ne ha voluto rinarrare le gesta.

Ispirandosi palesemente a quanto raccontato da Kevin Reynolds nella sua storica versione con Kevin Costner e Morgan Freeman, questo nuovo Robin Hood – L’origine della leggenda vorrebbe, almeno nelle sue intenzioni originali, offrire un approccio diverso al mito di Robin di Loxley (o Locksley che dir si voglia) , affrontando la genesi dell’eroe da un punto di vista più politico, raccontando quindi l’ascesa di un ladro che, mosso da vendetta contro l’arcinoto Sceriffo di Nottingham, finirà per imbastire una sorta di versione pop del Conte di Montecristo, ma senza mascherarsi, anzi nascondendosi in bella vista alla corte della pomposa nobiltà locale, salvo ovviamente indossare la cappa, “the hood”, ta una ruberia e l’altra assieme a John.

La pellicola vorrebbe chiarire quindi, da subito, che questo non è il solito racconto salvo poi trasformarsi inevitabilmente nello stesso racconto di sempre, in cui la matrice politica è un pretesto quasi da cinecomics, ma di quelli scritti male e senza un briciolo di personalità. E in effetti questo Robin Hood, che per altro spreca un cast di tutto rispetto (Taron Engerton, Jamie Fox su tutti), pare scritto come una fanfiction partorita dopo la visione in binge watching di Arrow, con lo smacco che il secondo ha comunque più stile, carisma e soprattutto violenza del primo.

Volendo tenersi il più vicino possibile ad un target di pubblico esteso in termini di età, abbiamo un film che parla di guerra e ruberie senza una sola goccia di sangue, con teste mozzate fuori campo, e frecce che si conficcano ovunque senza che un solo rivolo di sangue macchi i costumi di scena: ridicolo.

Non bastasse una trama che cerca di unire romance, azione e (pseudo) politica in modo frettoloso e ridicolo, ci sono poi alcune scelte di stile registico e non solo che rendono il film un guazzabuglio senza personalità. Diretto dal misconosciuto Otto Bathurst, ad oggi noto solo per la regia di un episodio di Black Mirror, questo Robin Hood sembra voler scimmiottare continuamente lo stile e la coatta eleganza del più blasonato Guy Ritchie, senza però poterne emulare il talento, l’essenza o quei guizzi che rendono Ritchie grande anche in film discutibili come il suo controverso King Arthur.

L’idea è che Bathurst abbia semplicemente attinto da un po’ degli esponenti del genere d’azione più cool e “europeo” (tra cui la stessa consacrazione di Egerton: Kimngsman) cercando di confezionare senza perizia un Frankenstein di riferimenti action pop.

Di esempi negativi ce ne sono a bizzeffe, dal bullet time alla Matrix messo lì “perché fa figo”, a pose a mezz’aria a la 300 anche qui, ovviamente, “perchè è figo uguale”. Passando all’uso dell’arco, arma iconica del personaggio, che lungo almeno un metro viene scoccato e impugnato come un AK 47, come se tendere un’arma del genere in uno spazio angusto fosse una roba da tutti i giorni, sino ad un tripudio di stili buttati lì quasi a caso, che trasformando il contesto architettonico da medievale a vittoriano, passando per lo steampunk e il moderno, con una scena in particolare (ve la spoileriamo: quella del banchetto organizzato dallo Sceriffo) che è così anacronistica e paradossale, che a confronto i balletti di “Il destino di un cavaliere” andrebbero rivalutati a piè pari come icona generazionale.

In sostanza: Robin Hood – le origini della leggenda è un film brutto, mal scritto e mal diretto in cui le cose che non funzionano sono così tante e mal assemblate da far passare anche la voglia di concentrasi sulla buona prova del cast. Un Taron Engerton ormai “di ruolo” quando si tratta di personaggi assurdi e sopra le righe, ed un Jamie Foxx che, per quanto sia costretto a scimmiottare la versione tamarra di un Morgan Freeman d’epoca (sempre nel Robin Hood con Kevin Costner), resta comunque un attore con tutti i crismi.

Lasciamo perdere il cappa e spada. Taron Egerton ha dato il meglio di sé in Kingsman, un film esagerato ma nel modo giusto! Se non avete visto i due film della serie, allora fiondatevi a recuperarli, quello si che è il cinema “figo” che ha carattere da vendere!