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Cinema e Serie TV

Stranger Things – La nostra recensione della terza stagione

Stranger Things 3 di Netflix. Una serie necessaria? Apre le porte a Stranger Things 4? Un finale amaro, realistico, con una morale condivisibile e inaspettatamente efficace

Stranger Things terza stagione, una serie che chiude una trilogia ma apre ad una ipotesi di seguito. Si dice che “il troppo stroppia”. Quando nel 2016 venne pubblicata su Netflix la prima stagione di Stranger things, la serie, con le sue splendide citazioni alla cultura pop degli anni ’80, divenne un cult istantaneo. Nonostante fosse tranquillamente autoconclusiva, i Fratelli Duffer, creatori, registi e sceneggiatori dello show, acconsentirono a realizzare una seconda stagione, che fu comunque bene accolta. Con l’annuncio di una terza stagione in molti spettatori venne piantato il seme del dubbio: era necessaria? Non si sarebbe rischiato di sfruttare troppo la materia, rovinandone lo spirito? Ora che Stranger Things 3 è stata resa disponibile sulla piattaforma, dallo scorso 4 luglio, possiamo dire che i fratelli Duffer hanno dimostrato ancora una volta di sapere il fatto loro.

Un fondamentale equilibrio

Nonostante la storia sembrasse essersi ulteriormente conclusa con la seconda stagione, i Duffer hanno trovato il modo di sfruttare una materia finora conosciuta in questo Stranger Things terza stagione, arricchendola di dettagli e varianti che funzionano in maniera impeccabile. Un esempio lampante è l’introduzione di una minaccia umana differente rispetto al passato: laddove, nelle prime due stagioni, il pericolo derivava dagli scienziati del laboratorio segreto situato ad Hawkins, capitanati dal malvagio Dr. Brenner interpretato da Matthew Modine, qui abbiamo invece un gruppo di militari russi, intenzionati a riaprire il varco che separa il nostro mondo dal Sottosopra.

L’idea alla base di Stranger Things terza stagione è perfettamente coerente con il periodo storico in cui si ambienta la stagione, ovvero il 1985, rendendo anche plausibile il tutto: non essendo ancora conclusa la Guerra Fredda, accettando l’idea che sia esistita un’altra dimensione che gli americani non sono riusciti del tutto a comprendere, sarebbe stato comprensibile se i russi avessero cercato di carpirne i segreti per una questione di supremazia, esattamente come fu per la corsa allo spazio. Naturalmente tutto è stato condito con i classici stereotipi del caso, con rimandi a Terminator (Link Amazon) e Alba Rossa  (Link Amazon) , che vanno a comporre il vasto mosaico di riferimenti presenti nella stagione, passando per Day of the Dead (Link Amazon) e l’inevitabile Ritorno al Futuro (Link Amazon)

Arrivati a questo punto era fondamentale in Stranger Things terza stagione riuscire a non rendere la trama e il suo svolgimento banali, ma offrire invece nuovi spunti che potessero divertire e appassionare lo spettatore: missione compiuta anche grazie all’idea di inserire tre storyline principali, che andassero ad intersecarsi nelle ultime puntate. Ancora più che nella scorsa stagione, infatti, il gruppo di personaggi viene smembrato e vanno a formarsi sodalizi in alcuni casi irresistibili, come il quartetto composto dal Dustin di Gaten MatarazzoSteveErica (la sorellina di Lucas) e Robin, new entry azzeccatissima, ancora di più rispetto a Max, che aveva rappresentato una novità non indifferente nella seconda stagione, insieme al fratellastro Billy, interpretato dal talentuoso Dacre Montgomery.

Body horror e inquietudine

Se nel caso delle storyline dedicate ai personaggi appena menzionati e a Joyce Hopper, interpretati rispettivamente dall’incantevole Winona Rider David Harbour, a farla da padrone è un certo umorismo da molti considerato fuori luogo, tutta quanta la parte che interessa gli altri ragazzi, tra cui spiccano il Mike di Finn Wolfhard e l’Eleven di Millie Bobby Brown, è decisamente più inquietante, cruenta e con momenti che sono un tonante omaggio ai film di David Cronenberg, con sequenze che non possono non riportare alla mente pellicole cult come La Mosca La Cosa, quest’ultimo espressamente citato da uno dei personaggi.Questo fa sì che il tono della stagione sia costantemente in bilico tra atmosfere cariche di tensione e un umorismo sfrenato che, checché ne dicano alcuni, è ben dosato e volto a spezzare i momenti più inquietanti. La violenza visiva in Stranger Things terza stagione è decisamente più presente rispetto al passato, segno che la serie, esattamente come i suoi personaggi, negli anni è maturata e cresciuta.

L’evoluzione maggiore si può riscontrare nei rapporti tra i personaggi, che si sviluppano enormemente, cementandosi rivelando alcuni dettagli notevoli che contribuiscono alla loro crescita. in particolar modo è apprezzabile il modo in cui è stato trattato Billy, che qui ha effettivamente una funzione fondamentale, con tanto di esplorazione del suo passato e del perchè si comporti in maniera arrogante e sfrontata con chiunque. Soprattutto, difficilmente ci si sarebbe aspettati che uno dei focus della stagione sarebbe stato puntato sul Mind Flayer, la creatura dominante del Sottosopra, che rivela qui una natura profondamente senziente ed è più inarrestabile che mai, grazie anche ad alcune trovate esteticamente disturbanti messe in scena alla perfezione.

Crescita e maturazione

Fin dal primo episodio salta subito all’occhio qualcosa di fondamentale: i ragazzi protagonisti non sono più bambini. Non solo perchè siano effettivamente cresciuti fisicamente, ma ognuno di loro deve fare i conti con una serie di cambiamenti innegabili, il che porta a reazioni diverse tra loro, rappresentate in maniera interessante e molto, molto umana. In particolar modo è interessante il rapporto tra Mike e Eleven, alle prese con una relazione difficile di per sè per via dei poteri sovrannaturali di lei, ma ulteriormente complicata dall’improvviso atteggiamento iperprotettivo di Hopper nei confronti della figlia adottiva. A questo aggiungiamo il rifiuto di Will di fronte alla necessità di maturare, cosa che lo esclude dai nuovi interessi degli amici, andandosi ad accumulare allo stress derivato dalle esperienze traumatiche da lui vissute nelle stagioni precedenti. La costante evoluzione di ciascun personaggio è una nota piacevolmente realistica in una serie che fin dai suoi albori ha oscillato tra l’action comedy e l’horror, cosa che riporta lo spettatore con i piedi per terra in maniera brusca, quando meno se lo aspetta.

Ma la maturazione in Stranger Things terza stagione non avviene solo per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi: sia la narrazione che l’aspetto tecnico hanno fatto passi da gigante. Il ritmo perennemente serrato aumenta l’interesse in chi guarda e ogni finale di puntata è in grado di lasciare con il fiato sospeso, ogni storyline è coerente con le altre e non un solo personaggio è privo di un suo ruolo fondamentale. La regia, ad opera di diversi registi, tra cui gli stessi Duffer e Shawn Levy, che figura ancora una volta tra i produttori, è potente, capace di valorizzare i numerosi momenti action e ancora più citazionista del solito, giocata su lunghi piani sequenza e movimenti di macchina mai casuali, sempre ragionati.

La vita continua

Il finale è probabilmente la nota più positiva di questa terza stagione. Amaro, realistico, con una morale condivisibile e inaspettatamente efficace: l’ultimo quarto d’ora è un vero e proprio pugno nello stomaco. Senza entrare nello specifico, si può dire che sarebbe la perfetta conclusione dell’intera storia, ma ovviamente Netflix difficilmente mollerà il colpo tanto in fretta. Uno dei maggiori difetti della serie è proprio ciò che avviene poco dopo il finale: la scena dopo i titoli di coda riapre quello che fino a pochi secondi prima sembrava un finale netto, irrimediabile, rimandando ad una prossima stagione che potrebbe – stavolta per davvero – rischiare di rendere la serie fin troppo ripetitiva. E’ un miracolo che questa terza stagione sia riuscita a non appesantire il racconto, continuare sarebbe un azzardo non da poco.

In Stranger Things terza stagione il finale è perfetto così com’è proprio perché è lì che i personaggi raggiungono la summa della propria evoluzione, accettando i cambiamenti, le perdite e comprendendo che la vita non sempre ci porta dove vorremmo, ma non per questo dobbiamo soccombere sotto il peso degli eventi: si può crescere e imparare dai propri errori. Questo conferma che sì, la terza stagione di Stranger Things ruota intorno alle tematiche già viste nelle precedenti, ma vi si approccia in modo totalmente diverso, con momenti destinati ad entrare nella storia delle serie tv, senza se e senza ma. per il resto, bastano tre parole: never ending story. e ho detto tutto.