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Studio Ghibli, i cinque film che non potete non conoscere

L’arrivo della filmografia dello Studio Ghibli su Netflix ha ovviamente destato tutti i sopiti fan dell’animazione, non esclusivamente quella giapponese, pronti a rituffarsi a capofitto nella visione dei capolavori che sono nati dalle mani di Hayao Miyazaki. Con 21 lungometraggi all’attivo, lo Studio tornerà l’anno prossimo con il suo ventiduesimo, che porterà ancora una volta la firma del suo fondatore, nonostante le ripetute minacce – perché di questo si tratta, con ironia – di ritirarsi dall’attività di cantastorie. Il rimbombo prodotto da questo annuncio calca la mano sull’importanza di Miyazaki per la cultura cinematografica, sottolineando come negli anni sia riuscito a raccontare storie uniche, assolute, con un medium che da molti è ritenuto quasi di seconda categoria, nonostante sia stato utilizzato con grande lungimiranza e intelligenza dal 1920 in avanti.

Come nelle migliori classifiche che vi invogliano ad arrivare alla fine dell’articolo, partiamo dall’ultima posizione, quindi dalla numero cinque, ricordandovi che non è nelle nostre intenzioni realizzare una graduatoria assoluta, che vada a cristallizzare queste posizioni nel mercato degli anime: lo Studio Ghibli ha realizzato delle pellicole che hanno fatto la storia non solo dell’animazione giapponese, ma di quella internazionale, pertanto il nostro può essere letto più come un consiglio per quei film che non possono mancare nella vostra cultura cinematografica o nella vostra passione, che è ancora più valida di una mera conoscenza enciclopedica o analitica.

Principessa Mononoke

All’ultima posizione di questa classifica collochiamo Principessa Mononoke, un’opera che si soffermava tantissimo su quelle che erano le tematiche ambientali del Giappone di tanti anni fa. Si parla di un’ambientazione mistica, talmente antica da non poterci più appartenere, ma che riesce in qualche modo a trasmetterci le stesse problematiche e difficoltà che attraversa la civiltà odierna. Distribuito al cinema nel 1997, è stato scritto e diretto da Hayao Miyazaki, che andò a ricreare – com’era solito nelle sue tematiche principali – una commistione tra divinità, in questa accezione guardiani sovrannaturali, e umani, nella medesima pellicola. Le due fazioni che si vengono a creare lottano dando vita alla dicotomia che ha come protetto la natura: i guardiani provano a difenderla, l’uomo a distruggerla, ma non con dolo.

Si dà vita a uno scontro partorisce quell’inevitabile scontro tra l’essere umano e la natura, che fa emergere il personaggio di San, detta Mononoke e conosciuta anche come ragazza-lupo dagli abitanti del villaggio: la trovatella, protettrice del bosco, disdegna la razza umana proprio per il suo comportamento invasivo, che sta distruggendo il patrimonio naturale. Sarà l’amore a condizionarla e a permetterle di guardare tutto sotto un’altra accezione, pur mantenendo una non velata critica al comportamento degli umani, che ha imparato a odiare sin da quando i genitori la abbandonarono nel bosco. In Italia il film arrivò soltanto nel 2000, per poi tornare al cinema nel 2014 con una riedizione che ne ha rivisto sia l’adattamento che il cast di doppiatori, curato da Lucky Red.

Laputa – Castello nel Cielo

Lo Studio Ghibli non è stato soltanto messaggi filosofici e contrasti alla società contemporanea. Hayao Miyazaki è stato anche un sensibile narratore di avventure e di vicende fantastiche, intese proprio come sfocianti nel fantasy. Prendendo a piene mani il riferimento da Laputa, l’isola immaginaria che Jonathan Swift aveva inserito nel suo più famoso romanzo, I viaggi di Gulliver, il regista giapponese per il suo terzo lungometraggio, pubblicato nel lontanissimo 1986, pensò di realizzare una nuova grande avventura, stavolta nei cieli. Galvanizzato dal successo di Nausicaa della Valle del vento, Miyazaki puntò tantissimo su Laputa, in quel periodo che gli permise di diventare un punto di riferimento per l’animazione di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta.

Al centro della vicenda Pazu, un ragazzo che sogna di poter raggiungere la mitologica e probabilmente inesistente isola collocata nel cielo, una sorta di nuova Isola che non C’è. Accanto al ragazzo c’è Sheeta, una giovane fanciulla in grado di sprigionare poteri sovrannaturali grazie all’utilizzo di una pietra magica che porta con sé. Miyazaki realizzò un anime pregno di avventura, di senso di appartenenza, di amicizia, ma anche con tantissimi elementi sci-fi, dai robot giganti da affrontare per raggiungere Laputa fino al dramma interiore di Pazu, dilaniato per la scomparsa del padre. Con pochissima violenza, tanto da renderlo gradevole per l’intera famiglia, Laputa rappresenta uno dei lavori più importanti a basso budget, perché i primi anni dello Studio Ghibli non erano sicuramente floridi come quelli attuali. Contestualizzato per l’anno in cui uscì, Laputa rappresenta una pietra miliare fondamentale per l’animazione internazionale.

Una tomba per le lucciole

Il contenzioso che saltuariamente emerge quando si parla di Studio Ghibli e dei suoi lavori tende a escludere Una tomba per le lucciole dal novero delle produzioni della casa fondata da Hayao Miyazaki: si tratta esclusivamente di un fraintendimento, perché non tutti i lavori dello Studio Ghibli sono firmati dal suo fondatore. Isao Takahata, co-fondatore dello studio e scomparso soltanto due anni fa, è l’uomo dietro Una tomba per le lucciole, ritenuto a oggi uno dei più commoventi e tragici film d’animazione, la cui visione è consigliata a qualsiasi tipo di target, se adulto anche meglio, per poter meglio comprendere la straziante vicenda che nel 1988 venne raccontata partendo dal racconto autobiografico di Akiyuki Nosaka.

A Kobe nel 1945 si vive il periodo immediatamente successivo alla resa incondizionata del Giappone, atto che conclude la Seconda Guerra Mondiale: il conflitto ha messo in ginocchio il paese e nel disastro generale, che comporta tanto egoismo nelle persone, un ragazzo di nome Seita cade a terra morendo. La sua anima riesce a raggiungere la sorella Setsuko, ricongiungendosi al suo spirito e dando vita a un flashback che racconta la storia dei due fratelli, riusciti a sfuggire dai bombardamenti di Kobe sperando di poter trovare la salvezza e ripartire con una vita migliore. Takahata racconta la storia svelando già il finale, con quelle parole pesanti come un macigno: “La sera del 21 settembre 1945 io morii”. Non lascia scampo allo spettatore, che sa dove porterà il viaggio e deve solo scoprirne il tragitto, trovandosi dinanzi alla crudeltà della Guerra e a ciò che sta diventando la popolazione giapponese, nazionalista, egoista e arida. Il Giappone esce sconfitto sia territorialmente che spiritualmente, lasciando la povera Setsuko sola, circondata dalla morte, fino al momento dell’eterno sollievo.

Il castello errante di Howl

Probabilmente il film più famoso dello Studio Ghibli è quello che vede una timida ragazza di 18 anni trasformata in una vecchia strega: si tratta di Sophie, che viene salvata da giovane ragazzo dai capelli biondi e lineamenti nordici durante un tentato assalto da parte di alcuni soldati del suo paese. Il ragazzo è il mago Howl, del quale la strega della lande brama il cuore: gelosa dell’arrivo di Sophie nella vita del ragazzo, la strega decide di trasformare la giovane ragazza in un’anziana donna, costringendo la 18enne a sfuggire dalla sua famiglia e chiedere asilo proprio nel castello di Howl, che la prenderà come sua protetta. Partendo dal più noto degli archetipi delle favole e mettendo in discussione i concetti di vecchiaia e bellezza, ribaltando anche la favola de La Bella e la Bestia, Miyazaki mette in scena un’evoluzione di quello che è il personaggio di Sophie, in grado di far emergere energie sopite dal suo invecchiamento precoce e contro natura.

Dall’altro lato, invece, c’è un giovane sfacciato, arrogante, che però poi riesce a dimostrare il proprio attaccamento a Sophie, che non è mai morboso, ma sincero. Accanto a lui girano personaggi e spiriti che restano nell’immaginario collettivo per la loro efficacia sia di rappresentazione che di animazione, tra cui Calcifer. Riprendendo alcuni dei temi di Laputa, lo Studio Ghibli racconta una storia malinconica, ma che allo stesso tempo offre una fantascienza dal retrogusto un po’ antico, con un Novecento fantasy che prova a trovare la propria zona di conforto nell’innovazione. Il castello errante di Howl è stata, in quel momento, la prima e unica storia d’amore mai raccontata da Miyazaki, a testimonianza di un altro grande punto d’importanza strategica per conoscere e apprezzare al meglio lo Studio Ghibli.

La città incantata

Chiudiamo con il capolavoro di Hayao Miyazaki. La città incantata racconta la storia di Chihiro, una ragazzina che si ritrova in un mondo popolato solo da spiriti. Sulla falsa riga di quanto accadeva ad Alice nel romanzo di Lewis Carrol, la ragazza, inizialmente scettica su ciò che le accade intorno, riesce a fare amicizia con tutti gli abitanti del luogo e cercare una soluzione alla metamorfosi dei genitori, diventati improvvisamente dei maiali. Alla base del disagio della ragazza, un trasloco mal digerito, che diventa però di strategica importanza nel momento in cui si capisce che La città incantata altri non è che un viaggio allegorico che racconta il passaggio dall’infanzia, i dieci anni di Chihiro, all’età adulta. Miyazaki nel suo film inserisce tantissima pedagogia, tanti riferimenti, dal già citato Alice fino a Il mago di Oz, arrivando a essere premiato anche con l’Oscar per il miglior film d’animazione.

Il mondo ricreato per l’occasione consta di tantissimi dettagli affascinanti, che sottolineano la cura con la quale Miyazaki aveva ricreato un ecosistema completamente nuovo, con dei bizzarri personaggi che sono andati al di là del bene e del male, senza soffermarsi a quella pochezza del dualismo che intercorre tra buoni e cattivi. Tra lo spirito ecologico, sempre preponderante nella poetica dello Studio Ghibli, e la critica al capitalismo giapponese, La città incantata resta un film d’animazione senza tempo, un capolavoro immortale, che sebbene non stringa il cuore come Una tomba per le lucciole riesce a restare ben impresso nella testa, come una metafora spirituale che ha meritato, così come il suo autore, il suo posto nel firmamento di Hollywood.