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The Bear, recensione: un drama in cui lottare significa restare a galla

The Bear, disponibile dal 5 ottobre su Disney Plus, ci trasporta all'interno di una storia sfaccettata in cui tutti lottano per qualcosa.

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Avatar di Nicholas Massa

a cura di Nicholas Massa

@Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 06/10/2022 alle 10:00
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Disponibile dal 5 ottobre 2022 su Disney Plus, The Bear è la storia di un posto e di una famiglia, di una serie di dinamiche tossiche, di un punto d’incontro, di una vita passata a combattere, di una serie di non detti, e di tante piccole e grandi battaglie quotidiane. Dalla morte si apre il viaggio al centro di questa nuova serie TV, dalla scomparsa di qualcuno d’importante fino alla rinascita di un protagonista che decide di tornare indietro sui suoi passi, di riavvicinarsi alla sua famiglia alla ricerca di risposte, perseguitato da se stesso e da mille domande in merito a quello che è successo e a tutto quello che succederà. Creata da Christopher Storer, The Bear sviluppa il suo intero potenziale partendo da un evento e da un contesto preciso per spaziare a dismisura in quello che tratta, approfondendo e delineando un insieme di personaggi difficile da comprendere al principio, ma comunque estremamente affascinanti nel loro insieme.

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Perché è successo?

L’improvvisa e immotivata scomparsa di Mike (Jon Bernthal) apre tutti gli eventi di The Bear, spingendo Carmy (Jeremy Allen White) a ritornare a Chicago, dato che il fratello gli ha lasciato il suo ristorante, il The Beef. Fino a quel giorno Carmy era stato lontano, intraprendendo anche lui la strada della cucina e diventando, negli anni, uno dei talenti più rinomati in tutta l’America e lavorando come chef nei ristoranti più prestigiosi del mondo. Così ci viene presentato questo vero e proprio prodigio della cucina, questo giovane uomo che adesso, a discapito della sua preparazione e del viaggio che ha vissuto negli anni precedenti, si ritrova a dover gestire il ristorante del fratello, arrivando a scontrarsi con tutte le piccole realtà radicate al suo interno. Questa la premessa di The Bear. Sembra tutto normalissimo, se non fosse che Mike si è tolto la vita senza aver dato nessuna giustificazione, senza nulla di detto o di scritto, e che il suo ristorante è una delle bettole peggiori della città, con una marea di debiti e di problemi.

La serie, però, non si limita a questo, non si tratta semplicemente di una storia legata al cibo o alla cucina, piuttosto di una storia di accettazione e superamento. Il lutto improvviso del fratello non ha colpito soltanto Carmy infatti, ma anche i familiari più stretti come il cugino Richie (Ebon Moss-Bachrach) e Sugar (Abby Elliott). Così The Bear tratteggia i limiti e le sofferenze di un addio improvviso e incompreso da tutti, mettendo in scena anche una tragedia tutta intima e familiare in cui ogni personaggio mostra i suoi lati più delicati. Attacchi di panico, momenti di rabbia pura e caos, odio, amore e rispetto, restano alla base di una narrazione frastagliata dai sentimenti contrastanti che ognuno di loro si trascina dietro continuamente.

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Prendendo in eredità il The Beef, Carmy si ritrova a dover fare i conti con il “sistema” che aveva instaurato il fratello e con cui tutti i dipendenti del ristorante da sempre hanno lavorato. La situazione però è grave sotto ogni aspetto, non soltanto da quello economico, e il primissimo obiettivo di questo chef sarà quello di riportare un certo ordine all’interno di una cucina che è stata per troppo tempo abbandonata a se stessa. Cucinare per vivere, cucinare per esprimere qualcosa, per non pensare, per sopprimere tutto quello che si ha dentro sotto una montagna di ordinazioni, scartoffie e problemi quotidiani. Mentre tutto si muove verso una direzione ben delineata, The Bear comincia ad insinuare qualcosa, a suggerire che c’è dell’altro verso cui riflettere e lo fa attraverso l’immagine intangibile di Mike, di questo fratello scomparso che continua ad aleggiare in ogni singola scena e inquadratura, senza mai esserci veramente. Tutti ne parlano ma noi non arriviamo mai ad incontrarlo e ad inquadrarlo in toto, cercando d’intravederlo nei discorsi dei vari personaggi e nei loro occhi sempre rotti da qualcosa d’irraggiungibile.

Tutti lottano per qualcosa in questa serie TV. Lottano per se stessi, per il ristorante, per eliminare i demoni che li perseguitano, per cercare di dare una spiegazione alla vita stessa e ai problemi di tutti i giorni che rendono complicato anche il semplice restare a galla.

La cura di The Bear

Fiore all’occhiello di The Bear resta, oltre all’attenzione formale di cui parleremo tra poco, l’interpretazione dei singoli attori delineata dalla scrittura dei vari personaggi. Il contesto in cui entriamo, quello di una cucina in continuo fermento e in cui ognuno di loro cerca di far valere le proprie ragioni giorno dopo giorno ritorna più forte che mai nei singoli momenti di ognuno di loro. Così ci troviamo fra le mani personaggi come Sidney (Amo Edebiri) una talentosa e giovanissima chef che entra in scena come stagista per poi evolversi immediatamente, dal carattere apparentemente tranquillo e dalle grandi ambizioni, dimostrerà ben presto tutto il suo amore per la cucina, nascondendo, in parte, anche qualcosa di sé al di fuori del ristorante. Oppure Richie, il cugino di Camy nominato anche sopra, il suo è il carattere più difficile dell’intero ristorante, è scontroso e sfaccettato, rabbioso, volgare e sembra fregarsene di tutto, delineando i tratti di un personaggio parecchio sfaccettato e rotto, sempre sulla difensiva e alla ricerca di un qualcosa che scoprirete soltanto guardando la serie.

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Poi c’è il personaggio di Carmy. La sua è una delle storie più complicate, una vera e propria montagna russa emotiva in cui a una carriera stellata si contrappongono una serie di ansie continue e imperfezioni tutt'ora da risolvere. Andando oltre il grande talento dimostrato da Jeremy Allen White nella parte, bisogna ricordare che per preparare la parte l’attore ha frequentato un corso accelerato all’Institute of Culinary Education e uno stage nello stellato Pasjoli di Los Angeles, così da rendere ancor più credibile la sua interpretazione, dato che per sua ammissione prima di tutto ciò non era in grado neanche di accendere un fornello.

Regia soffocante al dettaglio

Uno dei tratti più distintivi di The Bear resta anche la sua regia. Nel corso dell’intera narrazione ci troveremo letteralmente proiettati all’interno dell’azione, scandita da inquadrature vicinissime alle mani dei personaggi mentre cucinano, evidenziando un certo tipo di amore verso il settore culinario e una particolare attenzione per i dettagli. Tutto ciò lo ritroviamo anche nelle scene coi personaggi, queste sono quasi sempre molto ravvicinate, quasi soffocanti, pronte a catturare ogni minimo dettaglio dai loro volti e gesti, senza mai mitizzare troppo quello che accade sullo schermo, ma al contrario cercando sempre di renderlo per quello che è veramente.

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Questo impatta direttamente sul ritmo della serie, un ritmo forsennato che segue direttamente il modus operandi in cucina dei personaggi, sempre sul filo, sempre stressati ma comunque allineati in un certo qual modo, seguendo un ordine tutto loro che con la regia diventa quasi tangibile, concedendosi, di tanto in tanto, anche vezzi artistici come piani sequenza e lunghe inquadrature fisse.

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