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Toy Story 4: in attesa del film un riassunto sulla “saga dei giocattoli”

Toy Story 4 sta per arrivare al cinema e noi vogliamo ripercorrere tutto ciò che è successo fino a qui, nella precedente trilogia.

Toy Story, oltre alla sua importanza dal punto di vista dell’intrattenimento, ha un valore storico culturale di indubbia validità. La creatura di John Lasseter fu il primo film d’animazione completamente sviluppato in computer grafica, abbandonando qualsiasi tipo di disegno a mano: il 1995 fu un anno di grandi cambiamenti per il cinema e Toy Story contribuì in maniera imponente a dettare il passo, che portò poi, nel 2001, al primo lungometraggio fotorealistico interamente in computer grafica, firmato da Hironobu Sakaguchi: Final Fantasy: The Spirits Within. Altra storia, però, altre vicende merceologiche e di business.

Il primo film d’animazione completamente sviluppato in GCI

La nostra storia di oggi è Toy Story, per l’appunto, diretto da John Lasseter, il nuovo Walt Disney, e realizzato da Pixar, che pochi anni prima si era separata dalla Lucasfilm di George Lucas ed era diventata indipendente, grazie a Steve Jobs, che l’aveva rifondata col suo attuale nome. Un intreccio di nomi che, col senno di poi, non poteva che generare un astro. E fu così, perché Toy Story incassò 361 milioni di dollari a fronte dei 30 spesi; Toy Story 2 ne fece 485 a fronte dei 90 spesi e il terzo, nel 2010, incassò 1,66 miliardi di dollari a fronte dei 200 milioni spesi: vinse l’Oscar come miglior film d’animazione e riceve la nomination come miglior film e miglior sceneggiatura non originale. Vince anche quello per la miglior canzone. Per questo ora che ci avviciniamo a Toy Story 4 le aspettative restano altissime, sebbene quella trilogia alla quale siamo legati sembrava potesse bastare a tutti.

Il finale che meritavamo in Toy Story 3

Il finale di Toy Story 3, insieme con la scena dell’inceneritore, rappresentano sicuramente i due punti più alti della storia dell’animazione occidentale: non scomodiamo quella orientale, capace, grazie allo studio Ghibli e più recentemente a Makoto Shinkai, di toccare corde diverse del nostro cuore, e concentriamoci sulla capacità visiva espressa dagli animatori d’occidente. Nella famosa scena che porta tutti i protagonisti di Toy Story a prendersi per mano e attendere la loro fine, con l’inceneritore che mostruosamente e in maniera ineluttabile – lui sì, altro che Thanos – li attira a sé, crea quel concetto di suspense che pone tanto lo spettatore quanto il protagonista completamente inerme dinanzi a quanto sta accadendo: nessuno sa dove si andrà a finire e il sapere che Toy Story 3 avrebbe chiuso la trilogia e molto probabilmente la storia di Woody, Buzz e tutti gli altri, lasciava presagire che quella dovesse essere effettivamente la fine.

La risoluzione del dramma, affidato al deus ex machina qui chiamato artiglio, conduceva in ogni caso a una nuova esasperazione, un nuovo finale da pelle d’oca e occhi tremanti: l’addio che Andy dà a Woody, il suo eterno amico, il giocattolo col quale non solo è cresciuto lui, ma un’intera generazione, sancisce la parola “fine” a una trilogia che era stata in grado di emozionare tutti gli spettatori. Era la perfetta chiusura, con il passaggio del testimone a Bonnie, una bambina alla ricerca di nuovi compagni di gioco: perché se da un lato i giocattoli non invecchiano mai, i bambini sì, e quel finale aveva soddisfatto anche i più critici e cinici, chiudendo tutto. Insomma, siamo rimasti proprio qui, a Woody e Buzz che si trovano in una nuova casa. Andy è al college, ha infilato tutti i suoi averi più importanti negli scatoloni classici della cultura americana e ha lasciato i suoi giocattoli a casa di Bonny, che ora ha la possibilità di gestire una platea molto più vasta di giocattoli, tutti a sua disposizione.

Da dove era partito Toy Story

A tutto questo siamo arrivati, però, dopo tantissime peripezie, che hanno potuto consolidare le qualità dei nostri protagonisti, temprati da numerosissime altre vicende. Partiamo proprio dalla prima di queste, la dicotomia che viene a nascere tra il vecchio e il nuovo, tra tradizione e innovazione, tra la cordicella a molla di Woody e i tasti digitali di Buzz Lightyear, che nel primissimo Toy Story si ritrovava a conquistare il cuore di Andy, a discapito dello sceriffo con un serpente nello stivale. La competizione e la voglia di prevalere spingevano il cowboy a tentare di sopraffare lo space ranger con l’astuzia e con l’inganno, facendolo dapprima precipitare dalla finestra e poi cercando la redenzione provando a salvarlo nel momento in cui i due finiscono nelle grinfie del temutissimo Sid, ragazzino intenzionato a far saltare in aria tutti i giocattoli.

Sid è il primo vero antagonista di Toy Story, che nel secondo capitolo scopre un’altra terribile avversaria, stavolta però mascherata da un antagonista a forma di giocattolo. L’ideologia che fa da fulcro all’intera vicenda è il desiderio di Woody, ancora una volta labile nei suoi sogni reconditi, di diventare un pezzo da museo e ottenere, così, l’eternità. Il desiderio di prevalere ancora una volta su tutto ciò che gli sta attorno e affiancarsi al resto della compagnia ritrovata – Jessie, Bullseye e Stinky Pete – fa da motore dell’intera vicenda, là dove il resto della ciurma desidera soltanto riportarlo a casa e farlo desistere dal desiderio di diventare un pezzo da museo. A differenza del primo capitolo, con Sid che veste i panni di antagonista umano, nella vicenda di Toy Story 2 è Stinky Pete il vero antagonista di tutta la storia, pur rivelandosi soltanto nel finale: il suo valore dipende dalla presenza di Woody ed è disposto a tutto pur di poter ottenere il valore più alto al mondo, inarrivabile. Alla fine a trionfare è inevitabilmente l’amore che i giocattoli hanno per Andy, l’avere il suo nome scritto proprio sotto lo stivale, per quanto riguarda Woody, e l’inclusività che il cowboy ha verso Jessie e Bullseye, subito integrati nella loro grande famiglia sotto l’egida di Andy.

Ora tutto riparte, nove anni dopo quel finale che avevamo accettato come tale, senza pretendere che qualcuno continuasse. Ci ha pensato Josh Cooley, alla sua prima regia di un lungometraggio animato, a riproporre un sequel diretto di Toy Story 3. A casa di Bonnie arriva un nuovo giocattolo, Forky, una forchetta che condurrà inevitabilmente a nuove avventure tutta la ciurma di Woody: la vicenda ricalca molto quanto accaduto già nel primo film, con il nuovo arrivato che finirà per perdersi e lo sceriffo che partirà alla sua ricerca, trascinando, come effetto domino, tutti gli altri a inseguirlo. Lo stilema è il medesimo del primo film, con la differenza che stavolta Woody non ha attirato su di sé l’odio degli altri giocattoli, e riprende anche un po’ del secondo film, nel quale, come già detto, lo sceriffo evadeva da casa di Andy per trovare una maggior vitalità. Toy Story 4 arriverà il prossimo 26 giugno al cinema e andrà a inaugurare un’estate Disney di grande brivido, che seguirà con Spider-Man For From Home e culminerà nel live action de Il Re Leone, firmato John Favreau. Iniziare con i nostri giocattoli preferiti è il modo migliore per una nuova grande avventura.

Esiste un mondo di gadget ed oggettistica legato a Toy Story riguardante ogni singolo personaggio apparso nei vari film. Dal pupazzo allo zainetto passando dal bicchiere sino al puzzle!