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Toy Story 4 – la recensione di un nuovo capolavoro Pixar

Nove anni. Tanti ne sono trascorsi dall’ormai lontano 2010, quando uscì nelle sale Toy Story 3. All’epoca erano pochi quelli che credevano nel progetto ed erano decisamente di più quelli che lo consideravano, almeno sulla carta, un seguito inutile e fuori tempo massimo. Dopo litri di lacrime versate e un Oscar, ci siamo ricreduti tutti, o quasi.

Ora, dopo quasi una decade, ecco che la storia si ripete: l’uscita di Toy Story 4 è alle porte (almeno in Italia) e non sono poche le persone che credono non sia un film necessario e che anzi potrebbe risultare forzato, al punto da venire considerato a priori come una macchia scura sul ricordo della saga. Mai pronostico si sarebbe potuto rivelare più sbagliato.

Un ritorno discusso

Dopo il primo e il secondo film diretti da John Lasseter e un terzo capitolo ad opera di Lee Unkrich, il testimone per la regia del franchise passa a Josh Cooley, animatore che ha lavorato in Pixar con successi come Ratatouille, Cars e Inside Out, tra gli altri, ma che come regista aveva finora diretto solo il corto Il Primo Appuntamento di Riley (ambientato proprio nell’universo di Inside Out). Può sembrare curiosa la scelta di affidare la regia di un film tanto importante  ad un regista in erba, ma il risultato finale è soddisfacente: sebbene lontano dalla maestria di Lasseter o dallo stile nostalgico e ispirato alla ruggente Vecchia Hollywood di Unkrich, Cooley è riuscito a dare un’impronta molto personale alla pellicola, che si differenzia dalle precedenti mostrando un gusto anche più agrodolce e una narrazione serrata ma delicata, seppur emozionante.

Ciò che tutti si chiedevano, in realtà, era se effettivamente la saga di Toy Story avesse ancora qualcosa da dire. Dopotutto il terzo film poteva tranquillamente essere considerato l’epilogo perfetto e per qualche anno lo è stato, fino all’annuncio inatteso (non da tutti, in realtà) di questo seguito. La risposta alla domanda è: sì, Toy Story ha ancora molto da dire. E potrebbe continuare tranquillamente a dirlo anche dopo il quarto capitolo, a onor del vero. Se le storie di ogni film che compongono quella che ormai è, a pieno diritto, una saga che dura da ventiquattro anni, continuano ad essere raccontate con questa passione e una simile originalità, del resto, è normale che vengano proposte ancora decennio dopo decennio.

L’importanza del viaggio

Come i capitoli precedenti, anche Toy Story 4 si fonda su un elemento molto importante e tanto caro alla Pixar: il viaggio. Quello che ha un valore simbolico, che cambia i personaggi radicalmente e insegna loro una morale una volta che sono giunti alla sua fine. La differenza rispetto al passato è che qui il viaggio ha una doppia valenza: da una parte abbiamo quello percorso dalla famiglia di Bonnie, la bambina a cui Andy aveva regalato i suoi giocattoli alla fine del terzo film, dall’altra quello che compiono Woody e I suoi compari nel mentre, una sorta di viaggio nel viaggio.

Quest’ultimo è quello realmente formativo, dopo il quale ognuno dei giocattoli risulterà profondamente cresciuto. Si tratta di una tematica estremamente metaforica, che rappresenta i cambiamenti che ognuno di noi subisce nel corso della vita, ed è più che mai attuale se si pensa che Toy Story, in quasi venticinque anni, ha cresciuto ben più di una generazione. Lo dimostra il fatto che ancora oggi, dopo tanto tempo, gli adulti che videro da bambini il primo film sala sono ancora in grado di commuoversi con questo quarto capitolo.

Un vero compagno di crescita

Anche Toy Story 4, come la maggior parte dei film Pixar, ha l’enorme pregio di parlare a un pubblico estremamente variegato. La morale del film, semplice ma chiara, insegna che il cambiamento fa parte della vita e che, anche se può spaventare, è possibile affrontarlo serenamente. Non solo: quello che importa veramente è riuscire a trovare il proprio scopo, non importa se si tratti di qualcosa che abbiamo sempre creduto di volere o se sia invece qualcosa che non pensavamo, ma che ci è improvvisamente congeniale e che si rivela essere il meglio per noi.

Sono messaggi che funzionano per un pubblico di bambini, ma anche per chi bambino ormai non lo è più da parecchio tempo. Cooley, con le sue immagini splendide e la sua narrazione limpida e malinconica, riesce a fare breccia nel cuore degli spettatori di ogni età, andando a reinventare l’immaginario della saga, aggiungendo alcuni nuovi personaggi veramente irresistibili.

Nuove icone

Oltre alle vecchie conoscenze, molte delle quali provenienti dal terzo film, troviamo infatti alcune new entry esilaranti: da Forky, personaggio già diventato iconico e che in italiano ha l’azzeccatissima voce di Luca Laurenti, a Ducky e Bunny, coppia comic relief con battute e gag mai fuori luogo, piazzate sempre al momento giusto.

In particolar modo il personaggio di Forky ha un significato simbolico, perché da solo rappresenta la creatività tipica dei bambini e dimostra come chiunque può improvvisamente scoprire di poter avere un ruolo che mai avrebbe potuto immaginare, nel corso della propria vita.

Fa sorridere pensare che un personaggio del genere, che di fatto è espressione di come un bambino possa vedere in maniera completamente diversa dal resto del mondo una semplice forchetta di plastica, sia anche un’icona commerciale istantanea, di cui già si stanno vendendo migliaia di pupazzi che lo riproducono. In sostanza è un giocattolo nato dalla fantasia che viene standardizzato nel mondo reale e cristallizzato nell’immaginario preconfezionato da una grande major, contraddizione in termini che potrebbe portare a discussioni sulla creatività e sulla sua commercializzazione non indifferenti.

Altro personaggio interessante è Gabby, rappresentativa di quel senso di abbandono che negli anni abbiamo ravvisato in più di un comprimario nel franchise e che svolge una funzione antagonistica molto particolare, dal momento che il film porta lo spettatore ad empatizzare con lei, tutto sommato. Le marionette che utilizza come guardie del corpo rimangono però inquietanti e mi piace pensare che siano una citazione allo Slappy della serie Piccoli Brividi, che ha popolato gli incubi di più di un bambino circa vent’anni fa.

Come in ogni film di Toy Story che si rispetti, anche qui possiamo notare che alcuni giocattoli sono più protagonisti di altri e in questo caso i riflettori non potevano che essere puntati su Woody e Bo Peep, che mancava dal 1999, anno di uscita del secondo film. I. Vent’anni le cose sono cambiate e anche Bo non è più la timida e dolce pastorella di un tempo: l’esperienza l’ha forgiata e trasformata in un personaggio femminile forte e indipendente, come è ormai d’uso in casa Disney (anche se, di fatto, lo studio che ha sviluppato il film è pur sempre Pixar) da parecchio tempo a questa parte.

È però bene fare presente che Disney ha sempre fatto dei suoi personaggi uno specchio della società. Se prima il modello di figura femminile era la principessa indifesa e bisognosa di un principe che la salvasse, con il tempo questo “stereotipo” è mutato fino a dare vita ad una figura autonoma, decisa e consapevole delle proprie potenzialità. È quindi importante che un simile messaggio venga mandato ai bambini che guardano un film del genere nel 2019, in una società cambiata decisamente rispetto a trenta o quarant’anni fa.

Woody rimane il personaggio con cui è più facile ritrovarsi: ormai caratterizzato con un gigantesco bagaglio di esperienze, cerca sempre di non perdersi d’animo e di aiutare gli altri giocattoli, preoccupandosi più della bambina che ha bisogno di lui, che di se stesso.

Woody è il simbolo della speranza, una guida a cui tutti si rivolgono nei momenti più difficili da superare. Un personaggio immortale, che ad ogni capitolo riesce sempre a dimostrare di non aver finito di insegnare qualcosa.

Un difficile addio

In Italia Toy Story 4 ha assunto un significato particolare. Dopo tanto tempo, per la prima volta, manca all’appello la voce che da sempre è stata associata a Woody: Fabrizio Frizzi. Quando, nel 1995, uscì il primo film, nessuno avrebbe scommesso sulla buona riuscita del doppiaggio a opera di Frizzi. Contro ogni previsione, fu invece un successo incredibile. Da allora intere generazioni crebbero avendo bene in mente il volto del presentatore ogni volta che Woody apriva bocca sullo schermo.

Quando Frizzi scomparve prematuramente lo scorso anno, tutti si chiesero chi avrebbe doppiato il personaggio in questo film. La scelta, molto rispettosa, è ricaduta sul candidato perfetto, non un attore o un altro presentatore, ma un doppiatore professionista: Angelo Maggi. Trattandosi della voce ufficiale di Tom Hanks in Italia, era l’opzione più sensata, essendo l’attore ad aver sempre doppiato Woody in lingua originale,  fin dal primo capitolo della saga. E se ci si presta particolare attenzione si può notare che il timbro di Maggi, seppur più graffiante e temprato dalla professione che svolge da tempo immemore, ha un qualcosa in comune con quello di Frizzi.

La mancanza si sente, certo, e la nostalgia fa capolino nei primi minuti di film, ma Maggi ha saputo sopperire all’assenza di Frizzi in maniera davvero convincente.

Quanto a Buzz Lightyear, Massimo D’Apporto ha saputo come al solito rendergli giustizia, anche se forse il ruolo del personaggio è meno incisivo rispetto al passato e appare come se si fosse lievemente istupidito, ma forse è solo perché è meno protagonista di quello che ci si sarebbe aspettati.

Stavolta la menzione speciale va a Corrado Guzzanti, che è stato eccellente nel dare la voce ad un nuovo giocattolo, Duke Kaboom, parodia dei giocattoli action anni ’60 e ’70.

Una gioia per gli occhi

Al di là dei personaggi e di una storia entusiasmante e profonda, Toy Story 4 vanta un comparto tecnico davvero notevole. Il design di ogni personaggio è stato studiato con estrema cura e creatività, mentre la cgi rappresenta un nuovo traguardo per la Pixar: la fluidità dei movimenti e il modo maniacale con cui ogni dettaglio è stato trattato sono sbalorditivi.

Questo fa sì che la regia del film, di fatto fittizia, non abbia nulla da invidiare a quella di una qualunque pellicola girata con attori in carne ed ossa. Come sempre le citazioni si sprecano e ogni inquadratura lascia a bocca aperta, soprattutto nelle scene più action, che non mancano anche in questo quarto capitolo.

Le musiche di Randy Newman, opportunamente riarrangiate, sono come sempre perfette e a tratti malinconiche, adulte.

Di fatto Toy Story 4 è anche rappresentativo della crescita, del passaggio dall’infanzia all’età adulta, tematica già trattata in Toy Story 3, ma qui riproposta in maniera diversa, più intima e riferita non solo agli umani, ma anche ai giocattoli stessi. A coronare il tutto ci pensa un’ironia freschissima e adatta alle più variegate fasce di pubblico.

Trovare difetti a Toy Story 4 è difficile, l’unico appunto che si può fare è quello relativo alla scelta di sacrificare lo spazio dato ad alcuni personaggi, tra cui Jessie e Buzz, ma anche ad altri storici comprimari amati dal pubblico. Al di là di questo c’è ben poco che si possa criticare, anche se si sente forse la mancanza di un villain vero e proprio e più incisivo come furono Sid o Lotso, ma questo succede perché il vero antagonista è il cambiamento. Cambiamento che, però, può diventare qualcosa di positivo, se preso per il verso giusto.

Più forte di prima

Insomma, Toy Story 4 ha dimostrato che Pixar ci tiene al suo brand più significativo e che difficilmente proverebbe a dare vita ad un suo seguito senza una solida base narrativa alle spalle. Difficile decidere quale tra questo e il terzo sia il capitolo migliore.

Quello che però è certo è che, dopo ormai quasi un quarto di secolo, Toy Story riesce ancora ad emozionare e insegnare. E far piangere. Preparate i fazzoletti, ne avrete bisogno.

Se ti piace Toy Story dai un’occhiata a uno dei set Lego rilasciati in occasione dell’uscita di quest’ultimo capitolo della saga!