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Hardware

Ha senso spendere 1000 euro per un monitor?

In un mercato saturo di schermi sempre più grandi e performanti, la proposta di un monitor da oltre mille euro può essere importanti per alcuni.

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Avatar di Andrea Ferrario

a cura di Andrea Ferrario

Editor in Chief @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 29/08/2025 alle 10:00
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In questo articolo
  • I pilastri della precisione visiva
  • Dall'ergonomia al flusso di lavoro ottimale
  • L'illusione della calibrazione "fai-da-te"
  • Vale la pena spendere più di 1000 euro per un monitor?
In questo articolo
  • I pilastri della precisione visiva
  • Dall'ergonomia al flusso di lavoro ottimale
  • L'illusione della calibrazione "fai-da-te"
  • Vale la pena spendere più di 1000 euro per un monitor?
  • I pilastri della precisione visiva
  • Dall'ergonomia al flusso di lavoro ottimale
  • L'illusione della calibrazione "fai-da-te"
  • Vale la pena spendere più di 1000 euro per un monitor?

In un mercato saturo di schermi sempre più grandi e performanti, la proposta di un monitor da oltre mille euro (ovviamente ci sono anche monitor più economici, che potete trovare qui) che non insegue record di diagonale o di hertz può apparire anacronistica. Eppure, proprio in questa apparente contraddizione si cela la sua vera natura: non un dispositivo per l'intrattenimento, ma uno strumento di precisione, un'estensione dell'occhio del professionista la cui carriera si fonda sulla fedeltà assoluta dell'immagine. 

Il focus di questi dispositivi non è quello legato al gaming o alla navigazione web, bensì l'aspetto più professionale, dove per esempio nascono le idee visive. Parliamo del mondo della fotografia, del video editing, del graphic design, della modellazione 3D e dell'animazione; ambienti in cui ogni sfumatura, ogni pixel, ha un peso specifico. Qui operano professionisti per i quali il monitor non è una semplice finestra sul lavoro, ma il banco di prova su cui ogni decisione cromatica e compositiva deve essere presa con incrollabile certezza. Per loro, l'affidabilità dello schermo è tanto critica quanto la qualità di un obiettivo per un fotografo o la precisione di un bisturi per un chirurgo.

I pilastri della precisione visiva

Il cuore pulsante di un monitor professionale è la fedeltà cromatica. Non è una questione di colori "più belli" o "più vibranti", ma di una riproduzione scientificamente accurata e coerente con la realtà. Le conseguenze di un'inaccuratezza cromatica possono essere disastrose: un fotografo potrebbe consegnare ritratti con incarnati innaturali, un designer vedrebbe il colore di un logo, meticolosamente scelto, tradito dalla stampa, e un videomaker potrebbe scoprire che il cielo dorato di un tramonto, così perfetto in fase di montaggio, appare violaceo o sbiadito sul dispositivo del cliente.

Per evitare questo caos visivo, l'industria si affida a linguaggi standardizzati: gli spazi colore. Se l'sRGB rappresenta la lingua franca del web, l'Adobe RGB espande il vocabolario cromatico, soprattutto nelle gamme dei verdi e dei ciani, risultando indispensabile per chi lavora per la stampa di alta qualità. Il DCI-P3 è invece lo standard dell'industria cinematografica digitale, essenziale per chi produce contenuti destinati al grande schermo o alle piattaforme streaming in HDR. Un monitor di alta gamma (come l'UltraSharp U4025QW, acquistabile su Amazon) non si limita a dichiarare una copertura quasi totale di questi spazi (es. 99% Adobe RGB), ma garantisce di "parlare" queste lingue senza inflessioni o errori.

Immagine id 63942

Qui interviene il concetto di Delta E, il metro che misura la deviazione tra il colore visualizzato e il suo valore di riferimento. Coprire uno spazio colore è come avere a disposizione tutte le note di un pianoforte; avere un basso Delta E significa essere perfettamente intonati. Un valore inferiore a 2, garantito dalla calibrazione di fabbrica di questi monitor, assicura una discrepanza così minima da essere quasi impercettibile anche a un occhio esperto. Certificazioni come Pantone Validated o Calman Verified agiscono come un'ulteriore vidimazione, un sigillo che attesta la conformità dello strumento ai più severi benchmark del settore.

Altrettanto cruciale è l'uniformità del pannello. Un monitor consumer può soffrire di leggere cadute di luce o variazioni di temperatura colore ai bordi e agli angoli. Per un professionista, questo equivale a lavorare su una tela macchiata. Un'area d'angolo leggermente più calda potrebbe indurre a una correzione del bilanciamento del bianco sull'intera immagine; una zona più scura potrebbe essere scambiata per un'ombra da schiarire. Si innesca così un ciclo di micro-correzioni errate che allontanano il risultato finale dalla visione originale. Un monitor professionale offre invece una luminanza e una cromaticità costanti su ogni centimetro quadrato dello schermo, fornendo una base neutra e affidabile su cui costruire l'immagine. Un esempio di prodotto in grado di avere tutto questo è il BenQ PD3226G, che potete trovare qui.

Dall'ergonomia al flusso di lavoro ottimale

Un professionista trascorre davanti allo schermo la maggior parte della sua giornata. L'ergonomia cessa di essere un lusso e diventa una necessità per la salute e la produttività. Supporti che permettono una regolazione millimetrica in altezza, inclinazione e rotazione (inclusa la modalità pivot) sono fondamentali per mantenere una postura corretta e ridurre la tensione su collo e schiena. A questo si uniscono tecnologie invisibili ma preziose: il Flicker-Free, che elimina il micro-sfarfallio della retroilluminazione (spesso causato da modulazione PWM nei modelli economici), riducendo l'affaticamento oculare, e i filtri hardware per la luce blu che agiscono senza compromettere l'equilibrio cromatico. La superficie opaca con trattamento antiriflesso di alta qualità completa l'opera, disperdendo le luci ambientali e prevenendo che un riflesso possa essere confuso con un dettaglio dell'immagine.

Immagine id 63937

L'intelligenza di questi monitor si estende anche alla connettività e alla gestione del flusso di lavoro. Porte come Thunderbolt 4 incarnano il sogno di ogni creativo: un singolo cavo per trasmettere il segnale video 4K, trasferire dati ad alta velocità da un SSD esterno, alimentare un laptop fino a 90W e persino collegare un secondo monitor in serie (daisy-chain), minimizzando il disordine sulla scrivania. Funzioni come lo switch KVM integrato sono una manna dal cielo per chi, ad esempio, utilizza un Mac per il design grafico e una workstation Windows per il rendering 3D, permettendo di controllare entrambi i sistemi con un solo set di mouse e tastiera. Anche la fluidità, sebbene non prioritaria come il colore, trova il suo spazio: un refresh rate superiore ai 60Hz (ad esempio 144Hz) offre uno scrolling più morbido nello sviluppo di interfacce utente e un'anteprima più fluida di animazioni e montaggi video, permettendo di cogliere meglio il ritmo e il movimento del proprio lavoro.

L'illusione della calibrazione "fai-da-te"

A questo punto, sorge spontanea un'obiezione: non si potrebbe ottenere un risultato simile calibrando un monitor consumer molto meno costoso? La risposta è un "sì" parziale che nasconde un "no" sostanziale. Calibrare un monitor è sempre una buona pratica, ma la calibrazione è un processo di correzione che non può trascendere i limiti fisici del pannello.

Immagine id 63919

Innanzitutto, esiste una differenza fondamentale tra calibrazione software e hardware. La prima agisce sulla scheda video del computer, "stringendo" la gamma di colori che può inviare e rischiando di causare perdite di dettaglio (banding) nelle sfumature. La calibrazione hardware, supportata solo dai monitor professionali (come l'ASUS ProArt PA32UCE, acquistabile su Amazon), scrive le correzioni direttamente nella memoria interna del monitor (LUT - Look-Up Table), preservando l'intera profondità di colore del segnale. In secondo luogo, nessun software può rendere un pannello uniforme se nasce disomogeneo, né può fargli visualizzare colori che sono al di fuori della sua gamma cromatica nativa. Infine, la stabilità: i componenti di un monitor professionale sono selezionati per mantenere le loro caratteristiche nel tempo. Una calibrazione su questi modelli rimane valida per mesi; su un modello economico, la deriva cromatica dovuta al calore e all'usura può rendere necessaria una ricalibrazione dopo poche settimane.

Vale la pena spendere più di 1000 euro per un monitor?

Dopo queste considerazioni, credo che la risposta sia affermativa, ma solo se lo si utilizza negli ambiti professionali descritti. In questi contesti, un monitor di alta gamma permette di risparmiare tempo e ottenere risultati migliori.

Un pannello economico non raggiungerà mai gli stessi livelli di fedeltà cromatica. Sull'uniformità c'è poco da fare a livello di calibrazione, la sua "durata" nel tempo sarà limitata e la resa nelle aree critiche, come i neri e le sfumature, sarà difficilmente paragonabile.

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