Il dibattito sull'impatto reale dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro si arricchisce di una nuova prospettiva controversa. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha lanciato un'accusa diretta durante l'India AI Impact Summit: molte aziende starebbero utilizzando l'AI come capro espiatorio per giustificare licenziamenti che avrebbero comunque effettuato, un fenomeno che definisce "AI washing". La dichiarazione arriva in un momento in cui il settore tecnologico è attraversato da tensioni crescenti tra le promesse rivoluzionarie dell'intelligenza artificiale e la sua effettiva capacità di trasformare i processi produttivi, con oltre 258 milioni di dollari di capitale di rischio globale investiti nella tecnologia solo nel 2025.
Secondo quanto riportato da CNBC, Altman ha ammesso di non conoscere la percentuale esatta del fenomeno, ma ha sottolineato come esista una quota significativa di cosiddetto "AI washing" in cui le aziende attribuiscono all'intelligenza artificiale tagli del personale che sarebbero stati pianificati indipendentemente dall'adozione di nuove tecnologie. Una strategia che permette ai vertici aziendali di presentare decisioni impopolari come inevitabili conseguenze del progresso tecnologico, scaricando su algoritmi e machine learning responsabilità che sono invece prettamente gestionali ed economiche.
Il CEO di OpenAI non nega però l'esistenza di un impatto concreto dell'AI sull'occupazione. Altman ha dichiarato che nei prossimi anni l'effetto reale dell'intelligenza artificiale sulla sostituzione di determinati ruoli lavorativi inizierà a diventare tangibile, seguendo il modello storico delle rivoluzioni tecnologiche precedenti. La sua visione rimane tuttavia ottimistica: come accaduto con ogni grande trasformazione tecnologica del passato, emergeranno nuove categorie di professioni che compenseranno quelle rese obsolete dall'automazione.
I dati empirici sembrano per ora supportare la tesi di Altman sull'AI washing più che confermare uno tsunami occupazionale. Un rapporto dello Yale Budget Lab, basato su dati della popolazione del Bureau of Labor Statistics statunitense, non ha rilevato cambiamenti significativi nei tassi di cambio di occupazione o nella durata media della disoccupazione dal lancio di ChatGPT fino a novembre 2025. Se i licenziamenti di massa dovuti all'intelligenza artificiale fossero una realtà diffusa, i numeri macro-economici dovrebbero già mostrare segnali inequivocabili, cosa che al momento non sta accadendo su larga scala.
Questa discrepanza tra percezione e realtà statistica emerge in netto contrasto con le previsioni catastrofiche di altri leader del settore. Mustafa Suleyman, responsabile dell'AI in Microsoft, ha recentemente affermato che l'intelligenza artificiale sarà pronta a sostituire i lavori impiegatizi nel giro di 18 mesi, una timeline molto più aggressiva rispetto alla visione gradualista di Altman. Le divergenze tra i vertici delle principali aziende tech riflettono l'incertezza intrinseca di una tecnologia ancora in rapida evoluzione.
Il paradosso che emerge dal National Bureau of Economic Research è particolarmente significativo: nonostante investimenti miliardari in infrastrutture AI, data center e sistemi di machine learning, l'80% dei dirigenti intervistati non registra alcun incremento di produttività attribuibile all'intelligenza artificiale. Un dato che solleva interrogativi sulla maturità effettiva delle soluzioni attualmente disponibili e sulla capacità delle organizzazioni di integrarle efficacemente nei flussi di lavoro esistenti.
Le dichiarazioni di Altman difficilmente offriranno consolazione ai professionisti impiegati nei settori più esposti all'automazione. Che i licenziamenti siano realmente causati dall'AI o semplicemente mascherati dietro questa narrazione, il risultato per i lavoratori coinvolti rimane identico.