Ora vi starete domandando cosa c'entri l’iPod con tutto questo. Bè non è una novità che proprio la Gen Z, nella sempre più assidua ricerca di una disconnessione dal microcosmo che vive dentro agli smartphone, stia rispolverando la "tecnologia Y2K" (un termine usato molto spesso per identificare oggetti, tendenze e avvenimenti successi a cavallo con il nuovo millennio) proprio per scoprire, o riscoprire, un modo di vivere la tecnologia molto differente da quello attuale.
Nell'ultimo anno, difatti, ho assistito a un fenomeno curioso, e che va ben oltre il riportare in auge vecchi Walkman a cassette per moda, ovvero un aumento esponenziale delle ricerche online per acquistare l'iconico lettore MP3 di Apple (e in verità anche l'incompreso Zune di Microsoft). Anche le community dedicate al modding sono più vive che mai, così come c'è stata una vera e propria esondazione di accessori, applicazioni e tutorial, pensati per trasformare vecchi iPhone, e vecchi Apple Watch, in degli iPod atipici.
E non si tratta di una caccia all'ultimo iPod ufficiale, ovvero il modello touch dismesso nel 2022, da poter sventolare fieramente su TikTok in cerca di facili visula da parte dei nostalgici dell'ultima ora; ma di una costante ricerca dell'iconico iPod Classic, quello con la celebre Click Wheel, uscito dal commercio nell'oramai lontano 2009.
Un oggetto che da "feticcio per collezionisti della Mela" è tornato alla ribalta come un affascinante dispositivo capace di fare una cosa sola, farla molto bene e, allo stesso tempo, mantenere inalterata la comodità offerta da un'ecosistema sempre più vasto e ramificato.
La nostalgia è il sintomo, non la causa
Questo ritorno in auge dell'iPod è ovviamente dettato anche dalla nostalgia, ma non è solo quella la chiave di tutto. Quando Tony Fadell, spesso definito il padre dell’iPod, ha dichiarato al Business Insider che Apple dovrebbe riportare in vita il prodotto, le sue parole non vanno interpretate come il commento nostalgico di un ex dirigente.
Fadell, difatti, ha parlato di opportunità concrete, ovvero intercettare quel desiderio crescente di esperienze più pure, meno frammentate, meno invasive. Viviamo in un’epoca in cui lo smartphone è diventato un vero e proprio tuttofare. Il centro del Mondo di milioni di persone nel palmo di una mano. Lo si sfila dalla tasca e si hanno a disposizione: musica, social, lavoro, pagamenti, intrattenimento, chat, streaming, news, connessioni con le persone... tutto converge in quel rettangolo di vetro che non si spegne mai.
Il rovescio della medaglia è che avere tutto in un solo dispositivo, porta inevitabilmente a un inevitabile "effetto Netflix", dove si hanno talmente tante opzioni da non riuscire più a scegliere. Si fa partire una canzone e si viene distratti da una notifica; si legge il messaggio associato e ci si ritrova a visitare il link presente, per guardare il meme del momento; dopodiché si inizia a scrollare compulsivamente alla ricerca di qualcos'altro, venendo risucchiati in un vortice di suggerimenti, autoplay e algoritmi che decidono al posto nostro, infarcendoci di contenuti rapidi pensati per farci passare il tempo senza lasciarci nulla.
L’iPod, invece, era un dispositivo monogamo. Lo accendevi perché volevi ascoltare della musica. In particolar modo la TUA musica. Sembra una banalità, ma non la è.
Una delle frasi che mi ha colpito di più mentre leggevo le numerose conversazioni nei forum dedicati a questo "rinascimento degli iPod" è la seguente: “ascoltate un album, non un algoritmo”. È una sintesi perfetta dello stato della fruizione musicale odierna: liquida, frammentata, personalizzata in tempo reale, ma allo stesso tempo impersonale.
L’album come opera coerente, pensata per essere ascoltata dall’inizio alla fine, sta diventando sempre più un’esperienza minoritaria. L’algoritmo privilegia il singolo brano che trattiene, che performa, che evita lo skip e che si allinea ai generi che abbiamo scelto. Così sarà sempre la hit storica, o quella del momento, a fare capolino nelle nostre orecchie, garantendoci qualcosa che ci piace a prescindere, ma privandoci del piacere della scoperta.
Con un iPod, invece la libreria era nostra. Letteralmente. File acquistati, rippati, selezionati e trasferiti. Ogni libreria presente in un iPod raccontava una storia, narrava delle emozioni, faceva trasparire ricordi. Un modello che oggi sembra quasi radicale, visto che richiedeva una ricerca di base che ora viene sopperita dalle proposte dei servizi in abbonamento ma che in molti vorrebbero scoprire, o riscoprire.
Inoltre, non è solo una questione romantica, ma anche tecnica. Possedere i file significa non dipendere dalla connessione, dalla latenza, dai cambi di policy, dagli abbonamenti e dalle rimozioni dai cataloghi.
Ritorno al passato
Da amante degli iPod (ho avuto l'onore di poter passare attraverso tutti i modelli usciti negli anni) qualche mese fa ho recuperato il mio vecchio Classic da 160GB per vedere se aveva ancora senso usarlo nel quotidiano o se era meglio lasciarlo collegato alla macchina per assicurarmi una corposa libreria di brani per i lunghi viaggi.
Il risultato? Sorprendente ma poco pratico. Tornare a un cavo proprietario, litigare con macOS Taohe per fargli leggere correttamente l'iPod e mettermi a ritrovare delle cuffiette cablate, non è stato immediato come me lo immaginavo, ma una volta uscito di casa, la sensazione generale è stata liberatoria.
Ho volutamente caricato una serie di album che avevo acquistato anni fa ma che, vittima della frenesia quotidiana, no avevo mai ascoltato a dovere. Bè, no avere in tasca un dispositivo che vibra costantemente, che mi tenta con notifiche da questo o quel social network, che non mi ricorda che uno dei canali su YouTube a cui sono iscritto ha pubblicato un nuovo video è stato tanto straniante quanto piacevole.
Sono stato letteralmente strappato dal presente e ricacciato a forza agli anni post liceo, quando compravo album su album per ripparli e ascoltarli con il mio iPod. Ho scoperto nuove canzoni che non avrei mai considerato altrimenti e mi è tornata quella voglia di cercare musica fresca, inedita, magari anche poco conosciuta ma che non provenisse da una playlist realizzata a tavolino da qualcun altro.
La click wheel, poi, è un capolavoro di user experience. Scorrere fisicamente tra gli artisti, sentire la risposta tattile, selezionare senza guardare troppo lo schermo. In un mondo dominato da mille gesture su un vetro liscio, quel feedback è ancora oggi insuperato per immediatezza e praticità. Non mi stupisce che siano spuntati dei case per Apple Watch, pensati per trasformare vecchi smartwatch in moderni iPod, che ripropongono proprio quel feeling tattile.
Ma esisterebbe ancora un mercato?
Indubbiamente l'esperienza con il mio iPod Classic è stata tanto piacevole quanto nostalgica, ma la domanda oggettiva che mi sono posto subito dopo averlo ricollegato in macchina è stata solo una: oggi ci sarebbe davvero uno spazio commerciale per un prodotto del genere?
Il successo dei dumbphone tra i più giovani suggerisce di sì. Il proliferare di lettori MP3, modifiche per vecchi iPod e accessori che cercano di riproporre quell'esperienza, anche. Ma non parliamo, comunque, di volumi paragonabili agli standard di vendita di Apple. Si tratta ancora di una nicchia che, seppur significativa e sempre più grande, non smuoverebbe i numeri di un iPhone, di un iPad o di un Apple Watch.
Però c'è da considerare sempre il fattore Apple. Un iPod moderno potrebbe diventare un oggetto identitario, quasi un manifesto. In un mercato saturo di dispositivi multifunzione, dove per prima Apple sta cedendo sempre più il passo alla generalizzazione rispetto alla specializzazione, riportare in auge un prodotto così specifico potrebbe essere un valore aggiunto in un catalogo che sembra sempre più voltare le spalle alla sua utenza.
Forse proprio l'imminente cinquantesimo anniversario di Apple potrebbe essere l'occasione giusta per celebrare con un iPod in edizione speciale. USB-C per l’alimentazione; bluetooth stabile per supportare le AirPods; schermo OLED; memoria interna generosa e ovviamente la click wheel. Non per feticismo, ma per salvaguardare un'identità.
La punta di diamante, però, sarebbe avere un occhio di riguardo per gli audiofili, magari creando un prodotto capace di supportare i i formati lossless localmente e che permettesse di connettere cuffie cablate. In questo modo un nuovo iPod non sarebbe solo un nostalgico ritorno, ma un prodotto specifico che possa competere in una nicchia di mercato, quella dei lettori mp3 ad alta fedeltà, in cui Apple non ha ancora messo piede.
Inoltre, questa nuova Apple guadagna dai servizi in abbonamento. Basta vedere Apple Music come consideri poco la libreria personale degli utenti. Un dispositivo che incentiva il possesso offline dei contenuti non sarebbe per nulla allineato con questa strategia.
Eppure, c’è una parte di me che immagina una presentazione celebrativa, un richiamo alla storia, un momento in cui sul palco compare un oggetto familiare, magari in collaborazione con qualche designer, o in edizione limitata, per giustificare un'operazione così folle dal punto di vista commerciale. Sarebbe indubbiamente un messaggio potente, soprattutto dal punto di vista della preservazione di una cultura che oramai sembra sempre più persa negli anfratti del passato.
Fatto sta che sperare nel ritorno dell’iPod non significa rifiutare il progresso. Significa interrogarsi su come si vuole vivere la tecnologia odierna. Domandarsi se si preferisce avere fra le mani dispositivi che facciano tutto o se si vuole riscoprire il valore dietro ad alcuni limitazioni tecniche del passato.
Personalmente, credo che un iPod contemporaneo avrebbe senso se contestualizzato a dovere. Non come sostituto dello smartphone, ma come un companion consapevole. Un oggetto pensato per ricordarci che possiamo scegliere quando essere connessi e quando no.