L'amministrazione statunitense sta valutando una mossa che potrebbe ridisegnare completamente gli equilibri commerciali globali nel settore tecnologico. Si tratterebbe di vietare l'esportazione verso la Cina di qualsiasi prodotto realizzato con software americano o che contenga componenti software sviluppate negli Stati Uniti, una misura di portata potenzialmente devastante considerando che praticamente ogni dispositivo elettronico moderno incorpora codice proveniente da aziende statunitensi.
La proposta rappresenta la risposta più drastica che Washington sta considerando dopo l'annuncio di Pechino di introdurre controlli sulle esportazioni di terre rare, elementi chimici fondamentali per la produzione di smartphone, batterie per veicoli elettrici e componenti per la difesa. Il presidente Donald Trump aveva già minacciato ritorsioni con dazi al 100% e restrizioni sul software critico, e questa opzione concretizzerebbe esattamente quella linea dura.
Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha confermato ai giornalisti che tutte le opzioni sono attualmente sul tavolo. Ha però precisato che eventuali controlli sulle esportazioni di software, motori o altri componenti verrebbero probabilmente coordinati con gli alleati del G7, suggerendo un approccio multilaterale piuttosto che unilaterale. L'intenzione sarebbe quella di costruire un fronte comune contro le restrizioni cinesi.
Tuttavia, all'interno dell'amministrazione americana esistono posizioni divergenti. Diversi funzionari governativi preferirebbero un approccio meno estremo, consapevoli delle enormi difficoltà pratiche nell'implementare un divieto così ampio. Emily Kilcrease, ex funzionaria commerciale, ha sottolineato come una misura del genere potrebbe generare conseguenze non intenzionali per l'industria americana stessa, danneggiando le aziende statunitensi che dipendono dal mercato cinese.
L'impatto immediato di un eventuale bando colpirebbe duramente la Cina, dove i sistemi operativi americani come Windows e Android dominano ancora ampiamente il mercato sia consumer che professionale. Nel breve periodo, Pechino si troverebbe in seria difficoltà a sostituire non solo i software di uso generale, ma soprattutto quelli specializzati utilizzati nell'industria e nella ricerca avanzata.
Eppure proprio questa pressione potrebbe rivelarsi controproducente nel lungo termine. La Cina sta già sviluppando alternative proprietarie, come lo standard UBIOS sostenuto da Huawei, il sistema operativo HarmonyOS che dall'ambito mobile si sta espandendo ai computer portatili, e la distribuzione open source openKylin OS. Attualmente questi progetti procedono con relativa lentezza proprio perché la disponibilità di tecnologia straniera riduce l'urgenza di investimenti massicci nello sviluppo locale.
Un divieto totale fungerebbe paradossalmente da catalizzatore, costringendo Pechino ad accelerare drammaticamente gli investimenti nell'indipendenza tecnologica. Le autorità cinesi hanno già identificato la dipendenza dalle importazioni tecnologiche come una vulnerabilità strategica, ma la facilità di accesso ai prodotti esteri ha finora rallentato gli sforzi di sostituzione, che spesso richiedono interventi statali diretti per essere sostenuti economicamente.