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Immagini 3D svelano un cratere sepolto da 66 milioni di anni

Grazie a nuove immagini 3D, gli scienziati hanno ricostruito con precisione l’impatto di un asteroide di 500 metri sepolto sotto l’Oceano Atlantico.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 28/10/2025 alle 08:15

La notizia in un minuto

  • Il cratere Nadir, largo 9 km e sepolto a 300 metri sotto il fondale atlantico, è stato mappato con tecnologie 3D rivelando dettagli senza precedenti di un impatto asteroidale avvenuto 66 milioni di anni fa
  • L'asteroide di 450-500 metri colpì la Terra a 72.000 km/h generando un tsunami di oltre 800 metri e terremoti devastanti, con una datazione coincidente all'estinzione dei dinosauri
  • La struttura offre un'opportunità unica per studiare gli impatti asteroidali combinando visibilità superficiale e analisi sottosuperficiale, aiutando a comprendere minacce future come l'asteroide Bennu

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Sotto i fondali dell'Oceano Atlantico, a circa trecento metri di profondità dal letto marino, si nasconde una testimonianza drammatica di un evento catastrofico avvenuto 66 milioni di anni fa. Si tratta del cratere Nadir, largo nove chilometri, originato dall'impatto di un asteroide che si schiantò sulla Terra alla fine del periodo Cretaceo. Grazie a nuove tecnologie di imaging tridimensionale, i ricercatori dell'Università Heriot-Watt hanno ottenuto immagini straordinariamente dettagliate di questa struttura sepolta, confermando definitivamente la sua natura e permettendo di ricostruire minuto per minuto le conseguenze dell'impatto.

La scoperta iniziale risale al 2022, quando il dottor Uisdean Nicholson, esaminando dati di riflessione sismica raccolti al largo delle coste della Guinea nell'Africa occidentale, individuò una depressione circolare di oltre 8,5 chilometri di diametro. L'ipotesi che si trattasse del sito di un antico impatto asteroidale necessitava però di conferme più solide. Il ricercatore avviò quindi una collaborazione con esperti di scienze planetarie e geologia provenienti da Regno Unito e Stati Uniti per analizzare le evidenze disponibili.

Il salto di qualità è arrivato con i dati sismici tridimensionali ad alta risoluzione forniti dalla compagnia geofisica globale TGS. Come spiega lo stesso Nicholson con un'analogia efficace, si è passati da un'immagine sfocata bidimensionale a una visualizzazione dettagliata paragonabile alla differenza tra le prime ecografie granulose e quelle moderne che mostrano nitidamente ogni dettaglio del feto. Nel contesto dei crateri da impatto, questa rappresenta un'opportunità senza precedenti: esistono circa venti crateri marini confermati al mondo, ma nessuno è mai stato catturato con un livello di dettaglio simile.

I dati rivelano che l'asteroide responsabile aveva dimensioni maggiori del previsto: non i quattrocento metri inizialmente ipotizzati, ma tra i 450 e i 500 metri di diametro. L'analisi delle caratteristiche geologiche del cratere, in particolare le creste a spirale generate dalla spinta attorno al picco centrale, indica che l'oggetto colpì la Terra con un'angolazione bassa, provenendo da nordest con un'inclinazione compresa tra i venti e i quaranta gradi. La velocità stimata dell'impatto è stata di circa venti chilometri al secondo, equivalenti a 72.000 chilometri orari.

Una catastrofe da 72.000 chilometri orari sepolta nell'Atlantico

Le immagini tridimensionali hanno permesso di ricostruire la sequenza degli eventi successivi all'impatto con una precisione mai raggiunta prima. Dopo la collisione e la formazione del rilievo centrale, i sedimenti molli circostanti fluirono verso l'interno della cavità creata, formando una sorta di "orlo" visibile. Il terremoto generato dall'impatto liquefece i sedimenti sotto il fondale marino attraverso l'intero altopiano, causando la formazione di faglie al di sotto del letto oceanico.

Le conseguenze immediate furono devastanti: enormi frane si verificarono quando i margini dell'altopiano collassarono sotto l'oceano, mentre un tsunami gigantesco alto più di ottocento metri attraversò l'Atlantico. I dati mostrano chiaramente l'evidenza di una serie di onde anomale che si allontanarono dal cratere per poi tornare indietro, lasciando cicatrici di risacca che preservano la testimonianza di questo evento catastrofico. Una vasta zona di rocce fratturate si estese per migliaia di chilometri quadrati attorno al punto d'impatto.

La datazione del cratere Nadir coincide con quella del ben più famoso impatto di Chicxulub in Messico, il colossale cratere largo duecento chilometri associato all'estinzione dei dinosauri. Questa sincronizzazione temporale solleva interrogativi affascinanti sulla possibilità che la Terra sia stata colpita da più asteroidi nello stesso periodo geologico, un evento che avrebbe amplificato le conseguenze già devastanti per la biosfera del pianeta.

La dottoressa Veronica Bray dell'Università dell'Arizona, esperta di crateri da impatto nel sistema solare, sottolinea come questa scoperta colmi un divario nella comprensione scientifica. Sui corpi celesti privi di atmosfera come la Luna si osservano crateri preservati in condizioni perfette, ma mancano informazioni sulla struttura sottosuperficiale. Sulla Terra avviene l'opposto: esistono dati strutturali provenienti da indagini sismiche, mappature geologiche e carotaggi, ma i crateri risultano generalmente molto erosi in superficie. Il cratere Nadir offre entrambe le prospettive, fornendo una visione straordinariamente completa di una struttura da impatto.

Nicholson evidenzia che l'umanità non ha mai assistito all'impatto di un asteroide di queste dimensioni. L'evento più simile osservato in epoca storica è stato quello di Tunguska del 1908, quando un asteroide di cinquanta metri entrò nell'atmosfera terrestre ed esplose nei cieli sopra la Siberia, un fenomeno di scala decisamente inferiore rispetto a ciò che generò il cratere Nadir. Il team di ricerca ha presentato domanda all'IODP3, un nuovo programma internazionale di perforazione, per eseguire carotaggi nel fondale marino e recuperare campioni dal cratere, che forniranno ulteriori informazioni sulle pressioni da shock sperimentate durante l'impatto e sulla sequenza precisa degli eventi.

Il dottor Sean Gulick dell'Università del Texas ad Austin, geofisico ed esperto di processi da impatto, descrive le immagini sismiche tridimensionali di un cratere completamente preservato come una fantastica opportunità di ricerca. Queste permettono di considerare come i processi d'impatto e le caratteristiche dei crateri varino in base alle dimensioni dell'oggetto impattante, contribuendo alla comprensione dell'evoluzione della Terra e di altri mondi del sistema solare.

La questione della probabilità di un impatto futuro con un asteroide di dimensioni simili rimane aperta. L'asteroide Bennu, con un diametro di circa quattrocento metri, è attualmente considerato l'oggetto più pericoloso in orbita vicina alla Terra. Secondo gli scienziati della NASA, la probabilità totale di impatto fino all'anno 2300 è di circa uno su 1.750, ovvero lo 0,057%. La data singola più significativa in termini di potenziale impatto è stata identificata nel 24 settembre 2182, con una probabilità di uno su 2.700, pari a circa lo 0,037%. Lo studio del cratere Nadir diventa quindi non solo un'indagine sul passato remoto del nostro pianeta, ma anche un laboratorio naturale per comprendere meglio le conseguenze di eventi che, seppur improbabili, rimangono tra le minacce più devastanti che l'umanità potrebbe dover affrontare.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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