Tredici denti fossili scoperti nella regione africana di Ledi-Geraru stanno riscrivendo la storia dell’evoluzione umana, dimostrando che circa 2,7 milioni di anni fa due specie di ominidi condividevano lo stesso territorio. I resti, analizzati da un team internazionale guidato dall’Arizona State University, rivelano la convivenza tra i primi esemplari del genere Homo e una nuova specie di Australopithecus mai identificata prima. Una scoperta che smonta definitivamente l’immagine lineare dell’evoluzione che molti hanno ancora in mente.
Quando Lucy non era più sola
Il sito di Ledi-Geraru, già celebre per aver restituito nel 2013 la mandibola del più antico rappresentante del genere Homo, continua a sorprendere i paleontologi. I nuovi fossili dentali appartengono sia al genere Homo che a una specie inedita di Australopithecus, confermando che questi ominidi non solo vissero nello stesso periodo, ma abitarono anche le stesse aree geografiche tra 2,6 e 2,8 milioni di anni fa.
La paleoecologa Kaye Reed, che dirige il progetto dal 2002, sottolinea come i ritrovamenti contraddicano l’idea di una progressione lineare dalla scimmia all’uomo moderno passando per l’uomo di Neanderthal. «L’evoluzione umana non è lineare, è un albero ramificato», spiega la ricercatrice, ricordando che alcune forme di vita si estinguono mentre altre prosperano.
La datazione attraverso le ceneri vulcaniche
La precisione temporale è stata resa possibile dall’intensa attività vulcanica che milioni di anni fa caratterizzava la regione dell’Afar. Le eruzioni depositavano strati di cenere con cristalli di feldspato, oggi usati per datare i sedimenti con grande accuratezza. Christopher Campisano, geologo del team, spiega che i fossili sono stati trovati incastonati tra questi strati, permettendo così una datazione sicura.
All’epoca, la zona era molto diversa dall’attuale paesaggio desertico: al posto delle terre aride, vi erano fiumi, foreste e laghi poco profondi che mutavano nel tempo. Una ricostruzione che aiuta a comprendere meglio il contesto in cui vivevano questi antichi ominidi.
Domande ancora senza risposta
Nonostante la rilevanza della scoperta, i denti non bastano per attribuire un nome definitivo alla nuova specie di Australopithecus. Brian Villmoare, primo autore dello studio, ammette che servono ulteriori fossili per chiarire le differenze sostanziali tra Australopithecus e Homo, e per capire come riuscissero a coesistere nello stesso ambiente.
Il team sta ora analizzando lo smalto dentale per indagare sulle abitudini alimentari: i primi Homo e questa nuova specie sconosciuta si nutrivano degli stessi alimenti? Erano in competizione per le risorse o riuscivano a dividerle?
Reed conclude con una riflessione che va oltre i dati scientifici: ogni scoperta, per quanto entusiasmante, genera inevitabilmente più domande che risposte. La ricerca di nuovi siti fossili e la formazione di futuri paleontologi restano fondamentali per ricostruire la nostra storia evolutiva. Una storia che, in fondo, riguarda tutti noi.