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Reflusso: i farmaci più usati causano anemia?

Il blocco della pompa protonica può ridurre l’assorbimento di minerali essenziali con possibili effetti su ossa e sistema immunitario.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 27/02/2026 alle 08:35

La notizia in un minuto

  • Uno studio brasiliano (UNIFESP/FMABC) dimostra che l'uso prolungato degli inibitori della pompa protonica (IPP) — tra cui omeprazolo, pantoprazolo ed esomeprazolo — altera l'assorbimento di minerali essenziali come calcio, ferro e zinco, con potenziali rischi di osteoporosi e anemia.
  • I ricercatori segnalano che la recente decisione dell'ANVISA di autorizzare la vendita senza ricetta dell'omeprazolo (20 mg, fino a 14 giorni) potrebbe favorire l'automedicazione prolungata, aggravando gli effetti avversi in soggetti già esposti a un uso banalizzato del farmaco.
  • Gli IPP di nuova generazione potrebbero risultare ancora più problematici dell'omeprazolo: alcune molecole richiedono oltre cinque giorni per ripristinare la produzione acida gastrica dopo la sospensione, prolungando il rischio di squilibri minerali.

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Nella farmacologia gastrointestinale, gli inibitori della pompa protonica — meglio noti con l'acronimo IPP — rappresentano una delle classi di farmaci più prescritte al mondo. Molecole come omeprazolo, pantoprazolo ed esomeprazolo vengono utilizzate quotidianamente da milioni di persone per trattare ulcere peptiche, gastrite e malattia da reflusso gastroesofageo. Tuttavia, un nuovo studio condotto in Brasile da ricercatori dell'Università Federale di San Paolo (UNIFESP) e della Facoltà di Medicina ABC (FMABC) porta alla luce evidenze sperimentali preoccupanti: l'uso prolungato di questi farmaci potrebbe interferire in modo significativo con l'assorbimento di minerali essenziali, con potenziali ripercussioni sulla salute delle ossa e sul sistema immunitario. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista peer-reviewed ACS Omega.

Per comprendere il meccanismo alla base di questi effetti, è necessario partire dalla fisiologia. Gli IPP agiscono bloccando l'enzima H+, K+-ATPasi, la cosiddetta pompa protonica, che regola la fase finale della produzione di acido cloridrico nello stomaco. Riducendo l'acidità gastrica, questi farmaci alleviano efficacemente i sintomi digestivi. Il problema è che l'ambiente acido dello stomaco non serve solo alla digestione: è indispensabile anche per la solubilizzazione e l'assorbimento di numerosi minerali, tra cui ferro, calcio, zinco, magnesio, rame e potassio. Quando questa acidità viene soppressa per periodi prolungati, l'assorbimento di tali nutrienti può risultare compromesso.

Lo studio, finanziato dalla Fondazione per la Ricerca dello Stato di San Paolo (FAPESP), ha adottato un approccio sperimentale controllato su modelli animali. I ricercatori hanno diviso ratti adulti in due gruppi: un gruppo di controllo e un gruppo trattato con omeprazolo. I trattamenti sono stati somministrati per periodi di 10, 30 e 60 giorni, in modo da simulare diverse durate di utilizzo prolungato riscontrabili nella pratica clinica umana. Questo disegno sperimentale progressivo ha permesso di osservare come gli effetti varino e si intensifichino nel tempo.

I risultati delle analisi hanno evidenziato alterazioni significative nella distribuzione corporea dei minerali. Nei ratti trattati si è osservato un accumulo di alcuni minerali nella mucosa gastrica, accompagnato da squilibri nei valori rilevati a livello epatico e splenico. Gli esami ematici hanno mostrato un aumento dei livelli di calcio nel sangue e una riduzione del ferro circolante, due condizioni associate rispettivamente al rischio di osteoporosi e all'insorgenza di anemia. Sono state registrate anche alterazioni nelle cellule del sistema immunitario, sebbene i dettagli di queste modificazioni richiedano ulteriori indagini.

"Il dato più preoccupante è stato il significativo aumento del calcio nel sangue degli animali, che potrebbe indicare uno squilibrio con la rimozione del minerale dalle ossa e un futuro rischio di osteoporosi. Tuttavia, sono necessari studi più lunghi per confermare questa ipotesi", afferma Angerson Nogueira do Nascimento, professore presso UNIFESP e coordinatore dello studio.

La ricercatrice Andréa Santana de Brito, dell'UNIFESP, sulla cui tesi di master si fonda parte dello studio, inquadra i risultati in un contesto di uso non supervisionato sempre più diffuso. "Non si tratta di demonizzare il farmaco, che è efficace per varie condizioni gastriche. Il problema è il suo uso banalizzato, anche per sintomi lievi come il bruciore di stomaco, e per periodi prolungati di mesi e persino anni. I suoi effetti avversi non dovrebbero essere sottovalutati", sottolinea la ricercatrice. Le preoccupazioni del team si sono accentuate alla luce di una recente decisione dell'Agenzia Nazionale di Vigilanza Sanitaria brasiliana (ANVISA), che nel novembre 2025 ha autorizzato la vendita senza ricetta dell'omeprazolo al dosaggio di 20 mg.

L'ANVISA ha difeso la propria posizione, descrivendo la misura come un passo verso un utilizzo più razionale e responsabile del farmaco. L'agenzia ha sottolineato che i pacchi in vendita libera sono limitati a un massimo di 14 giorni di trattamento, che le confezioni per cicli più lunghi rimangono soggette a prescrizione medica, e che il foglietto illustrativo contiene indicazioni chiare sulle avvertenze, le possibili interazioni farmacologiche e i segnali d'allarme che richiedono una visita medica. Secondo l'agenzia, questa limitazione temporale rafforza il messaggio che il farmaco dovrebbe essere impiegato solo per alleviare sintomi lievi e transitori.

Nonostante le rassicurazioni regolatorie, i ricercatori evidenziano un rischio concreto legato alla facilità di accesso: la tendenza all'automedicazione e all'uso continuativo potrebbe spingere alcuni pazienti a ignorare il limite dei 14 giorni. Questo scenario è particolarmente rilevante considerando che l'omeprazolo è disponibile sul mercato da oltre 30 anni e che la sua percezione come farmaco sicuro e ben tollerato è ormai radicata nell'immaginario collettivo.

Un aspetto di particolare interesse scientifico riguarda l'estensione delle conclusioni agli altri farmaci della stessa classe. Sebbene gli esperimenti abbiano riguardato esclusivamente l'omeprazolo, i ricercatori ritengono che molecole come pantoprazolo ed esomeprazolo possano produrre effetti analoghi o persino più marcati. La spiegazione risiede nella cinetica d'azione: mentre l'omeprazolo richiede circa uno-tre giorni per consentire la formazione di nuove pompe protoniche dopo la sospensione del trattamento, alcune molecole di nuova generazione necessitano di oltre cinque giorni per lo stesso processo, prolungando l'inibizione dell'acidità gastrica e potenzialmente amplificando gli effetti sull'assorbimento dei nutrienti.

Sul piano della letteratura scientifica, il legame tra IPP e ridotto assorbimento di alcuni nutrienti non è del tutto inedito: studi precedenti avevano già segnalato carenze di vitamina B12, magnesio e ferro in pazienti in terapia cronica. Il contributo di questo lavoro consiste nell'ampliare lo spettro dei minerali analizzati, includendo elementi come zinco e magnesio non sempre considerati nelle valutazioni cliniche di routine, e nel fornire dati sperimentali controllati sulle tempistiche di insorgenza degli squilibri. Nogueira ha sottolineato l'importanza di valutare, nei pazienti in terapia prolungata, la necessità di una supplementazione minerale, sempre sotto supervisione medica.

Le prospettive future della ricerca puntano in direzioni complementari. Da un lato, saranno necessari studi su periodi di trattamento superiori ai 60 giorni per confermare l'ipotesi sull'osteoporosi, verificando se l'aumento di calcio ematico osservato corrisponda effettivamente a una demineralizzazione ossea misurabile. Dall'altro, il gruppo di ricerca intende estendere le analisi agli IPP di nuova generazione, per quantificare con precisione le differenze di impatto tra le diverse molecole della classe. Rimane aperta anche la questione di quali categorie di pazienti — anziani, donne in post-menopausa, individui con diete povere di micronutrienti — siano più vulnerabili agli effetti osservati, un aspetto che i modelli animali non possono ancora chiarire in modo definitivo.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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