La comprensione dei meccanismi neurobiologici alla base dei comportamenti compulsivi potrebbe essere sul punto di cambiare radicalmente. Per decenni, il modello dominante ha interpretato le condotte ripetitive patologiche come il risultato di abitudini automatizzate che sfuggono al controllo volontario, una sorta di pilota automatico cerebrale impossibile da disattivare. Una ricerca condotta presso l'Università di Tecnologia di Sydney e pubblicata su Neuropsychopharmacology sfida questa interpretazione consolidata, suggerendo che alcuni comportamenti compulsivi potrebbero invece derivare da un eccesso di controllo deliberato, paradossalmente mal indirizzato, piuttosto che da una sua assenza.
Il team guidato dalla neuroscienziata comportamentale Laura Bradfield ha esaminato gli effetti dell'infiammazione cerebrale sul processo decisionale nei ratti, concentrandosi specificamente sullo striato, una regione cerebrale cruciale per la selezione delle azioni motorie e per l'equilibrio tra comportamenti abituali e scelte consapevoli. La scelta di questo focus sperimentale nasce dall'evidenza clinica: gli studi di neuroimaging documentano frequentemente processi infiammatori nello striato di pazienti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo, dipendenze da sostanze e gioco d'azzardo patologico, condizioni che colpiscono milioni di persone nel mondo e che condividono la caratteristica di condotte ripetute nonostante conseguenze dannose evidenti.
L'esperimento, condotto da Arvie Abiero durante il suo dottorato di ricerca, prevedeva l'induzione controllata di neuroinfiammazione nello striato di modelli animali per osservarne gli effetti sull'apprendimento comportamentale e sulla regolazione delle azioni. L'ipotesi di partenza seguiva la teoria tradizionale: se l'infiammazione è presente nei pazienti compulsivi e se le compulsioni rappresentano abitudini irrigidite, allora indurre infiammazione dovrebbe aumentare i comportamenti automatici negli animali. I risultati hanno invece prodotto una sorpresa metodologica significativa.
Questa inversione rispetto alle aspettative ha portato i ricercatori a indagare i meccanismi cellulari sottostanti. L'analisi ha rivelato il ruolo centrale degli astrociti, cellule gliali dalla caratteristica forma stellata che svolgono funzioni di supporto ai neuroni. Durante il processo infiammatorio, gli astrociti proliferano e alterano i circuiti neurali circostanti deputati al controllo motorio e alle decisioni. Invece di facilitare risposte automatiche, questa riorganizzazione tissutale sembra forzare il sistema nervoso verso modalità di elaborazione più faticose e coscienti.
Le implicazioni teoriche di questi dati sperimentali sono rilevanti per la pratica clinica. Come sottolinea Bradfield, numerosi comportamenti compulsivi non si adattano perfettamente all'ipotesi dell'abitudine automatizzata. Una persona che si lava ripetutamente le mani per paura dei germi non agisce in modo inconscio: compie una scelta deliberata, per quanto disfunzionale. Questo suggerisce che l'intervento terapeutico potrebbe beneficiare di un cambio di paradigma, passando dal tentativo di "sbloccare" abitudini irrigidite alla gestione di processi decisionali iperattivi ma mal orientati.
Dal punto di vista farmacologico, la ricerca apre prospettive inedite. Farmaci mirati agli astrociti o strategie che riducano la neuroinfiammazione potrebbero costituire opzioni terapeutiche complementari agli approcci attuali, prevalentemente basati su inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e terapia cognitivo-comportamentale. Anche interventi non farmacologici con documentati effetti antinfiammatori, come l'esercizio fisico regolare e l'ottimizzazione del sonno, potrebbero trovare una giustificazione meccanicistica più solida nel trattamento dei disturbi compulsivi.
La ricerca solleva naturalmente domande che richiedono ulteriori indagini. Sarà necessario verificare se questi meccanismi osservati in modelli animali si traducano effettivamente nell'essere umano, identificare biomarcatori specifici dell'attività astrocitica nei pazienti e determinare quali sottotipi di comportamenti compulsivi risponderebbero meglio a terapie antinfiammatorie. La neuroscienza dei disturbi compulsivi si trova dunque a un bivio concettuale: comprendere se queste condizioni rappresentino un fallimento del controllo cognitivo o, al contrario, il suo malfunzionamento per eccesso potrebbe orientare in modo significativamente diverso lo sviluppo di terapie future.