Da quanto tempo sentiamo parlare di "aria inquinata"? Se chiudo gli occhi e torno indietro con la memoria, mi rivedo bambino nei sedili posteriori dell'auto dei miei genitori, fermi o costretti a casa durante le domeniche a targhe alterne.
Per la mia generazione, e per quella precedente, è stato una sorta di rumore di fondo costante, una normalità accettata con rassegnazione. Si parlava di smog, di città grigie, di divieti. Ma oggi, nel 2025, dopo decenni di normative e progressi tecnologici, cosa significa davvero parlare di aria inquinata?
Spesso riduciamo il problema a una semplice equazione: ci sono troppe macchine, quindi l'aria è sporca. Ma la realtà è immensamente più complessa e sfaccettata.
Per capirne di più, per andare oltre i titoli allarmistici o le rassicurazioni di facciata, ho voluto fare il punto della situazione con chi l’aria la studia per mestiere: Giorgio Cattani dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Quello che è emerso è un quadro che smonta molte nostre certezze e ci chiama a una responsabilità diversa, più consapevole.
Oltre il concetto di "polvere"
La prima cosa da chiarire è di cosa parliamo quando diciamo che l'aria è "sporca". Non si tratta solo di sporcizia visibile. Durante la nostra conversazione, l'attenzione si è subito spostata su una sigla che tutti conosciamo ma di cui pochi comprendono la natura: PM10. Non stiamo parlando di un singolo oggetto, ma di una categoria dimensionale.
Quando parliamo di PM10 non stiamo parlando di un singolo oggetto, ma di un'intera categoria di polveri: un mix di polveri minerali, residui di combustione e metalli pesanti abbastanza sottili da superare le nostre barriere naturali ed entrare nel sistema respiratorio.
Una dimensione talmente infinitesimale da permettere a queste particelle di penetrare nel nostro sistema respiratorio, superando le barriere naturali del naso e della gola.
Ma cosa c’è dentro questo PM10? Qui cade il primo mito. Non è solo fuliggine. È un cocktail chimico. Immaginate polveri minerali sollevate dal vento, residui di combustione dei motori, frammenti di metalli pesanti dovuti all'usura dei freni, ma anche allergeni naturali.
"Oltre il 95% degli 'oggettini' che respiriamo ed entrano nel nostro corpo sono particelle ultrafini (sotto lo 0,1 micron), eppure contribuiscono pochissimo alla massa totale che misuriamo. È una sfida enorme: quello che conta numericamente quasi non pesa nelle statistiche ufficiali."
È un mix eterogeneo che varia a seconda di dove ci troviamo e di cosa stiamo facendo. Accanto a questo particolato, c'è poi il capitolo dei gas, primo fra tutti il biossido di azoto (NO2).
Siamo nel 2026. La percezione comune è che l'aria sia irrespirabile come mai prima d'ora. Ma i dati raccontano una storia con due facce. Se guardiamo agli anni '70 o '80, i picchi di alcuni inquinanti industriali o il piombo nelle benzine sono un ricordo.
Il biossido di azoto è uno degli inquinanti più insidiosi: è un gas irritante per le vie respiratorie anche a basse dosi ed è strettamente legato ai processi di combustione che avvengono quotidianamente sulle nostre strade.
Tuttavia, il problema ha cambiato forma. Non abbiamo più l'aria acre e visibile delle grandi rivoluzioni industriali, ma abbiamo un inquinamento più subdolo, cronico e diffuso. La situazione attuale non è necessariamente "peggiore" in termini assoluti di tonnellate emesse per certi inquinanti, ma è diventata più complessa da gestire perché le fonti si sono moltiplicate e la nostra sensibilità sanitaria (giustamente) è aumentata. Non basta più "non vedere il fumo nero" per sentirsi al sicuro.
Non è (solo) colpa dell'auto
Forse il punto più critico e controintuitivo emerso dal confronto con l’ISPRA riguarda le fonti. Se chiedessimo all'uomo della strada chi è il colpevole dell'inquinamento, la risposta sarebbe unanime: il tubo di scappamento. Eppure, la realtà dei dati ci costringe a guardare altrove. Certo, il traffico veicola enormi quantità di ossidi di azoto, ma quando parliamo di PM10, il quadro si allarga.
È riduttivo pensare che l'inquinamento sia causato solo dalle automobili. Le fonti sono molteplici e spesso sottovalutate: il riscaldamento delle nostre case, l'usura dei freni, i residui industriali e persino l'agricoltura giocano un ruolo cruciale nella composizione dell'aria che respiriamo.
Le attività agricole e zootecniche rilasciano ammoniaca che, legandosi ad altri inquinanti in atmosfera, forma nitrato e solfato di ammonio. Queste micro-particelle sono responsabili di una quota importante del particolato totale, specialmente nel Bacino Padano.
È paradossale: mentre demonizziamo le auto (che sono diventate via via più pulite con le normative Euro 6 e successive), spesso ignoriamo che la stufa a pellet o il caminetto che accendiamo per creare atmosfera in salotto stanno immettendo in atmosfera quantità di particolato ben superiori a quelle di una moderna utilitaria.
Anche l'agricoltura intensiva, attraverso l'uso di fertilizzanti e le emissioni di ammoniaca che poi reagiscono in atmosfera creando particolato secondario, è un attore protagonista di questo film drammatico.
Un altro aspetto fondamentale è la stagionalità. Perché l'inquinamento sembra esplodere in inverno? Non è solo perché accendiamo i riscaldamenti. È una questione fisica, atmosferica.
"In inverno è come se avessimo a disposizione un volume d'aria dentro una pentola in cui il coperchio sta molto in basso: tutto quello che viene rilasciato in atmosfera viene intrappolato negli strati inferiori, determinando un accumulo progressivo degli inquinanti."
Nei mesi freddi si verifica spesso il fenomeno dell'inversione termica: l'aria fredda ristagna al suolo, intrappolando gli inquinanti come un coperchio su una pentola a pressione. In estate, la dinamica cambia, ma non scompare: il calore e la radiazione solare favoriscono la formazione di ozono troposferico, un altro inquinante irritante. Insomma, l'aria non ci dà tregua, cambia solo il tipo di "veleno" prevalente.
L'illusione elettrica e il rifugio montano
Inevitabile, nel 2026, toccare il tasto delle auto elettriche. Ci salveranno? La risposta razionale è: aiuteranno, ma non sono la bacchetta magica. Passare all'elettrico abbatte drasticamente gli ossidi di azoto e le emissioni dirette da combustione (il tubo di scappamento non c'è più).
Tuttavia, come ci ricorda la fisica, un veicolo pesante che si muove su asfalto produce comunque particolato attraverso l'usura degli pneumatici, dei freni e l'abrasione del manto stradale. L'auto elettrica è un tassello fondamentale della transizione, ma non cancella l'impronta ambientale della mobilità privata.
E se scappassimo in montagna? «Vado in montagna perché l’aria è più pulita» è il mantra del cittadino stressato. Generalmente è vero, l'aria in quota è migliore rispetto alla Pianura Padana o al centro di Roma. Ma l'atmosfera non ha confini.
Gli inquinanti viaggiano, trasportati dalle masse d'aria. Inoltre, in alcune valli alpine, l'uso massiccio di legna per il riscaldamento crea sacche di inquinamento locale che non hanno nulla da invidiare alle metropoli. Non esiste un luogo perfettamente incontaminato, esiste solo una gestione migliore o peggiore del territorio.
C'è poi un aspetto che mi ha colpito particolarmente, perché tocca la nostra intimità. Tendiamo a pensare alla nostra casa come a un rifugio, una fortezza che ci protegge dallo smog esterno. Chiudiamo le finestre per lasciare fuori il traffico, ma è un errore: l'inquinamento indoor è una realtà spesso sottovalutata.
Spesso ci chiudiamo in casa pensando di lasciare fuori lo smog, ignorando che l'inquinamento non è solo quello esterno. Senza un adeguato ricambio d'aria, le nostre abitazioni possono accumulare concentrazioni di inquinanti persino superiori a quelle esterne.
Cucinare (specialmente friggere o grigliare), usare detergenti chimici aggressivi, accendere candele profumate, o semplicemente la mancata ventilazione, possono rendere l'aria del nostro salotto chimicamente più carica di quella del marciapiede sotto casa.
«L’inquinamento non è solo quello che sta fuori casa», è il monito che dobbiamo tenere a mente. Le nostre abitudini domestiche incidono sulla salute dei nostri polmoni tanto quanto la strada che percorriamo per andare al lavoro.
L'invisibilità e la consapevolezza
Il vero problema dell'inquinamento atmosferico è la sua invisibilità. Se il PM10 fosse una nebbia nera e densa che ci avvolge mentre camminiamo, nessuno uscirebbe senza protezioni. Ma poiché è impercettibile, tendiamo a rimuovere il problema finché non si manifesta una patologia. È un meccanismo di difesa psicologico pericoloso.
Come possiamo difenderci, dunque? La risposta sta nella conoscenza. Oggi abbiamo strumenti che i nostri genitori non avevano. Giorgio Cattani ha sottolineato l'importanza dei dati. Non dobbiamo tirare a indovinare. Possiamo e dobbiamo consultare i bollettini delle ARPA regionali.
Basta una ricerca su Google: "qualità aria [tua regione]" (qui per esempio è presente quello della Lombardia) per accedere a mappe colorate e dati in tempo reale. Sapere se oggi il livello di PM10 è alle stelle può aiutarci a decidere se andare a correre al parco o se è meglio rimandare, se aprire le finestre ora o aspettare la sera.
Che speranza abbiamo?
Concludendo questa lunga riflessione nata dal dialogo con l’ISPRA, la domanda sorge spontanea: siamo spacciati? No. La rassegnazione non serve, ma serve l'azione su due livelli. Il primo è quello istituzionale e tecnologico: efficientamento energetico degli edifici (per inquinare meno riscaldandoci), transizione verso una mobilità sostenibile, agricoltura di precisione. Il secondo livello siamo noi.
"Non esiste un unico intercettore solutivo. Non basta agire solo sulle auto o solo sulle caldaie: serve un'azione sinergica e strutturale su tutte le fonti, perché l'aria ha la caratteristica di muoversi e non rispetta i confini dei singoli comuni."
Siamo noi quando decidiamo di abbassare di un grado il termostato, quando scegliamo di non usare l'auto per fare 500 metri, quando decidiamo di informarci sulla qualità dell'aria prima di uscire.
L'inquinamento atmosferico è una battaglia di lungo corso. Non la vinceremo domani, e forse non elimineremo mai del tutto l'impatto dell'uomo sull'atmosfera. Ma capire che "aria pulita" non è un concetto astratto, bensì il risultato di milioni di piccole scelte chimiche, fisiche e comportamentali, è il primo passo per tornare a respirare a pieni polmoni. Non è sempre colpa "degli altri" o "delle macchine". L'aria è di tutti, e la sua qualità dipende da tutti.
Se c’è una lezione che porto a casa da questo incontro con Giorgio Cattani, è che la complessità non deve spaventarci, ma renderci più attenti. L'aria è invisibile, ma le conseguenze della nostra indifferenza sono fin troppo visibili.