L'analisi di resti fossili umani rinvenuti lungo la costa atlantica del Marocco sta ridisegnando la comprensione delle fasi più antiche dell'evoluzione umana in Africa. I reperti provengono da Thomas Quarry I, un complesso di cave nei pressi di Casablanca, e sono stati datati con una precisione straordinaria a 773.000 anni fa, con un margine di errore di appena 4.000 anni. Si tratta di una risoluzione cronologica eccezionale per il Pleistocene, resa possibile dalla registrazione magnetostratigrafica del confine Brunhes-Matuyama, l'ultima grande inversione del campo magnetico terrestre. Pubblicato sulla rivista Nature, lo studio coordinato da Jean-Jacques Hublin del Collège de France e del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology identifica una popolazione africana vicina alla base dell'albero genealogico umano, vissuta in un'epoca cruciale per la separazione tra i lignaggi che avrebbero portato a Homo sapiens, Neanderthal e Denisovani.
Il sito archeologico si trova all'interno della formazione di Oulad Hamida, nella zona costiera rialzata tra Rabat e Casablanca, un'area riconosciuta a livello internazionale per la completezza della sua sequenza stratigrafica del Plio-Pleistocene. La "Grotte à Hominidés", come è stata denominata la cavità che ha restituito i fossili umani, è un sistema carsico scavato durante una fase di alto livello marino e successivamente riempito da sedimenti accumulatisi in modo rapido e continuo. David Lefèvre dell'Université de Montpellier Paul Valéry sottolinea che questo contesto geologico ha permesso di preservare i reperti in una sequenza stratigrafica sicura, indisturbata e indiscutibile, caratteristica rara per siti di questa antichità.
L'eccezionale precisione della datazione deriva dall'analisi di 180 campioni magnetostratigrafici, un numero senza precedenti per un sito con resti di ominidi di quest'epoca. I sedimenti della grotta hanno registrato la fine del Cron di Matuyama (polarità inversa), la transizione stessa e l'inizio del Cron di Brunhes (polarità normale). Il campo magnetico terrestre inverte periodicamente la propria polarità, lasciando nei sedimenti una firma sincronizzata a livello globale che costituisce uno dei marcatori cronologici più affidabili per il Quaternario. L'inversione Matuyama-Brunhes, avvenuta circa 773.000 anni fa, è durata tra 8.000 e 11.000 anni, e i fossili umani sono stati depositati proprio in questa finestra temporale estremamente ristretta.
I resti ossei includono una mandibola adulta quasi completa, frammenti di una seconda mandibola adulta, una mandibola infantile, diverse vertebre, denti isolati e un femore che presenta chiari segni di rosicchiamento da parte di carnivori. Le evidenze indicano che la grotta funzionava come tana per animali predatori, che vi avevano trasportato resti di prede, tra cui alcuni ominidi. L'analisi morfologica condotta attraverso scansioni micro-CT e comparazioni anatomiche rivela una combinazione di caratteristiche primitive e più derivate, suggerendo affinità con popolazioni molto antiche ma anche tratti che anticipano sviluppi successivi.
Matthew Skinner ha utilizzato l'imaging micro-CT per studiare la giunzione smalto-dentina, una struttura interna dei denti nota per il suo valore tassonomico e preservata anche quando la superficie dello smalto è consumata. Questa analisi mostra costantemente che gli ominidi della Grotte à Hominidés sono distinti sia da Homo erectus sia da Homo antecessor, identificandoli come rappresentanti di popolazioni che potrebbero essere basali rispetto a Homo sapiens e ai lignaggi eurasiatici arcaici. Shara Bailey aggiunge che la forma complessiva dei denti supporta questa conclusione: nelle loro caratteristiche morfologiche e nei tratti non metrici, i denti conservano molte caratteristiche primitive e mancano dei tratti caratteristici dei Neanderthal, differenziandosi anche da Homo antecessor che, in alcuni aspetti, inizia a somigliare ai Neanderthal.
La scoperta è il risultato di oltre 30 anni di ricerca archeologica e geologica condotta nell'ambito del programma marocchino-francese "Préhistoire de Casablanca", una collaborazione tra il Ministero della Cultura del Regno del Marocco attraverso l'Institut National des Sciences de l'Archéologie et du Patrimoine (INSAP) e il Ministero dell'Europa e degli Affari Esteri francese. Il progetto ha coinvolto anche istituzioni italiane, tedesche e francesi, tra cui l'Università degli Studi di Milano, il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, il LabEx Archimède dell'Università di Montpellier, l'Università di Bordeaux e il Muséum National d'Histoire Naturelle di Parigi.
Il contesto paleoambientale ricostruito attraverso i reperti faunistici associati indica che il Sahara non rappresentava una barriera biogeografica permanente durante questo periodo. Denis Geraads evidenzia che le prove paleontologiche mostrano connessioni ripetute tra il Nordafrica e le savane dell'Africa orientale e meridionale, suggerendo che oscillazioni climatiche aprivano periodicamente corridoi di migrazione attraverso regioni oggi desertiche. Thomas Quarry I aveva già restituito i più antichi strumenti acheuleani del Nordafrica occidentale, datati a circa 1,3 milioni di anni fa, confermando il ruolo centrale della regione nei processi evolutivi del genere Homo.
Gli ominidi della Grotte à Hominidés vissero approssimativamente nello stesso periodo di quelli di Gran Dolina ad Atapuerca, in Spagna, ma circa 500.000 anni prima dei più antichi Homo sapiens noti provenienti da Jebel Irhoud, sempre in Marocco. La loro combinazione di tratti africani ancestrali e caratteristiche che preannunciano le popolazioni successive sia eurasiatiche sia africane offre una rara testimonianza dell'ultimo antenato comune di Homo sapiens, Neanderthal e Denisovani. Le evidenze genetiche collocano questo antenato comune tra 765.000 e 550.000 anni fa, e i fossili marocchini si allineano con la parte più antica di questo intervallo temporale.
Jean-Jacques Hublin conclude che i fossili della Grotte à Hominidés rappresentano attualmente i migliori candidati disponibili per popolazioni africane situate vicino alla radice di questa ancestralità condivisa, rafforzando la visione di un'origine africana profonda per la nostra specie. Le ricerche future si concentreranno sull'analisi del DNA antico, qualora le condizioni di preservazione lo permettano, e sull'identificazione di altri siti con sequenze stratigrafiche comparabili che possano ampliare la comprensione delle dinamiche evolutive nel Pleistocene inferiore e medio.