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Poemi indiani di 750 anni correggono un errore scientifico

Le savane e le praterie coprono quasi il 10% del territorio indiano e svolgono un ruolo chiave per biodiversità e stoccaggio del carbonio.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 03/02/2026 alle 08:40

La notizia in un minuto

  • Uno studio innovativo analizza canti popolari e testi antichi in marathi (XIII-XVI secolo) per dimostrare che le savane dell'India occidentale sono ecosistemi naturali antichi, non foreste degradate dall'uomo
  • I testi storici documentano 44 specie vegetali selvatiche, di cui due terzi tipiche della savana, confermando che questi paesaggi aperti esistevano già secoli prima della deforestazione coloniale
  • La ricerca mette in discussione progetti di riforestazione su 37.485 km² di praterie nel Maharashtra, evidenziando il rischio di danneggiare ecosistemi che ospitano oltre 200 specie endemiche e sostengono il 20% della popolazione mondiale

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Le savane e le praterie dell'India occidentale non sono foreste degradate dall'attività umana, ma ecosistemi antichi e autonomi che esistono da almeno sette secoli. A dimostrarlo è uno studio innovativo che utilizza come fonte scientifica canti popolari, poemi epici e testi religiosi in marathi, una lingua parlata da milioni di persone nell'India centro-occidentale. La ricerca, pubblicata sulla rivista People and Nature della British Ecological Society, ribalta decenni di assunzioni sulla storia ecologica del subcontinente indiano e mette in discussione strategie di riforestazione che potrebbero danneggiare ecosistemi preziosi spacciandoli per terre degradate da recuperare.

Il team di ricerca, guidato da Ashish Nerlekar della Michigan State University in collaborazione con Digvijay Patil, dottorando in archeologia presso l'Indian Institute of Science Education and Research di Pune, ha esaminato riferimenti botanici in narrazioni storiche composte tra il XIII e il XVI secolo. L'obiettivo era ricostruire la composizione vegetale del passato attraverso una metodologia inedita: l'analisi botanica della letteratura antica. Molti di questi testi non sono digitalizzati né catalogati in database moderni, rappresentando una miniera inesplorata di informazioni ecologiche che attendevano solo di essere decodificate con competenze interdisciplinari.

I risultati sono inequivocabili: nei testi analizzati compaiono riferimenti a 44 specie vegetali selvatiche, di cui quasi due terzi sono tipiche degli ecosistemi di savana. Nel poema epico "Adi Parva", datato al XVI secolo circa, vengono descritti mandriani attratti dalla valle del fiume Nira, definita "vuota" e "spinosa" ma ricca di pascoli rigogliosi. Un altro documento racconta di un albero di taraṭī, scientificamente identificato come Capparis divaricata, cresciuto sulla tomba di un poeta-santo del XV secolo nel sito di pellegrinaggio di Pandharpur. L'acacia Vachellia leucophloea, con le sue foglie piumate, la corteccia giallo pallido e i fiori bianchi, viene menzionata ben otto volte in diversi testi, confermando che questa specie spinosa era già iconica nella regione settecento anni fa.

Particolarmente significativo è un riferimento del leader religioso Cakradhara, vissuto nel XIII secolo, che utilizza proprio un'acacia come simbolo di morte e rinascita nelle sue scritture spirituali. Queste parole, concepite per trasmettere significati metafisici, acquisiscono oggi un valore scientifico inaspettato: testimoniano la presenza continuativa di vegetazione tipicamente savanatica in un'epoca in cui, secondo molte interpretazioni precedenti, la regione avrebbe dovuto essere coperta da foreste dense.

"La lezione fondamentale è quanto poco siano cambiate le cose: è affascinante che qualcosa di vecchio centinaia di anni possa corrispondere così strettamente a ciò che esiste oggi"

La collaborazione tra discipline apparentemente distanti si è rivelata decisiva. L'intuizione è nata durante conversazioni informali tra ricercatori: Patil, studiando testi in sanscrito e marathi relativi a siti sacri, notava riferimenti ricorrenti a piante insolite; Nerlekar, botanico, riconosceva in quelle descrizioni specie ancora comuni nelle savane contemporanee. Da questo scambio è emersa una metodologia che potrebbe essere replicata in altre regioni del mondo dove esistono tradizioni letterarie antiche e dibattiti sulla storia del paesaggio.

Le implicazioni pratiche di questa ricerca sono rilevanti soprattutto per le politiche di conservazione e riforestazione. Savane e praterie coprono quasi il 10% del territorio indiano e oltre un terzo della superficie terrestre globale. Per decenni, scienziati e decisori politici hanno considerato queste aree aperte come foreste degradate dall'intervento umano, un assunto che ha orientato strategie di ripristino ambientale basate sulla piantumazione massiccia di alberi. Nel solo stato di Maharashtra, circa 37.485 chilometri quadrati sono attualmente classificati come praterie aperte, un'area equivalente a due terzi del Lago Michigan.

L'etichetta di "wasteland" (terra degradata) applicata alle savane indiane e di altri continenti ha conseguenze concrete e potenzialmente dannose. Questi ecosistemi vengono sistematicamente scelti come siti per progetti di cattura del carbonio attraverso la piantumazione arborea, senza considerare che potrebbero già svolgere efficacemente questa funzione nella loro configurazione naturale. Le evidenze storiche dimostrano invece che le savane dell'India occidentale esistevano già in forma consolidata ben prima della deforestazione intensiva avvenuta durante il periodo coloniale britannico. Ulteriori prove scientifiche, provenienti da analisi di pollini fossili e resti di animali erbivori come ippopotami, suggeriscono che la vegetazione di savana dominasse la regione già decine di migliaia di anni fa.

La preservazione delle savane è fondamentale per molteplici ragioni ecologiche e socioeconomiche. In India questi ecosistemi ospitano oltre 200 specie vegetali endemiche, molte delle quali identificate dalla scienza solo recentemente e già minacciate dall'espansione agricola e dallo sviluppo urbano. Come sottolinea Nerlekar, molte di queste specie hanno anche valore sacro per le comunità locali, aggiungendo una dimensione culturale alla loro importanza ecologica. A livello globale, savane e praterie forniscono pascoli per centinaia di milioni di bovini, ovini e altri animali da allevamento in Asia, Africa, Australia e Sud America, sostenendo direttamente i mezzi di sussistenza di circa il 20% della popolazione mondiale.

Gli ecosistemi savanaici contribuiscono inoltre allo stoccaggio del carbonio atmosferico, una funzione che potrebbe essere compromessa da interventi di riforestazione inappropriati. Piantare alberi dove storicamente non sono mai esistite foreste rischia di alterare equilibri ecologici secolari, ridurre la biodiversità specializzata e privare le comunità locali di risorse tradizionali. La ricerca è stata supportata da finanziamenti della Michigan State University e dell'IISER Pune, nell'ambito di un crescente interesse per approcci interdisciplinari che integrino scienze umane e naturali nella comprensione dei cambiamenti ambientali.

Le prospettive future di questo filone di ricerca sono promettenti: l'applicazione della stessa metodologia ad altre tradizioni letterarie antiche potrebbe rivelare storie ecologiche nascoste in diverse regioni del mondo. Resta aperta la sfida di integrare queste evidenze storiche nelle politiche di conservazione contemporanee, superando la percezione errata delle savane come terre degradate e riconoscendone invece il valore intrinseco come ecosistemi antichi, complessi e insostituibili. 

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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