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Universo: i primi campi magnetici che cambiarono tutto

I campi magnetici primordiali, miliardi di volte più deboli di un magnete da frigo, potrebbero aver plasmato l'Universo.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 24/09/2025 alle 09:12

La notizia in un minuto

  • Un team internazionale ha scoperto tracce di campi magnetici primordiali risalenti agli albori dell'Universo, con intensità di soli 0,2 nano-gauss, più deboli dell'attività cerebrale umana ma ancora rilevabili dopo miliardi di anni
  • Attraverso 250.000 simulazioni computerizzate, i ricercatori hanno dimostrato che questi campi ancestrali spiegano perché la rete cosmica risulta magnetizzata anche nelle regioni più remote dell'Universo
  • La scoperta rivela che i campi magnetici primordiali hanno accelerato la formazione delle prime stelle e galassie, offrendo nuove chiavi per comprendere l'evoluzione cosmica primordiale

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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La ricerca dei segreti più profondi dell'Universo ha portato un team internazionale di astrofisici a scoprire tracce di campi magnetici primordiali che risalgono alle primissime fasi della creazione cosmica. Questi campi, incredibilmente deboli ma ancora rilevabili dopo miliardi di anni, potrebbero rappresentare la chiave per comprendere come si sono formate le prime stelle e galassie. L'indagine, condotta attraverso un'imponente serie di simulazioni computerizzate, ha permesso di stabilire nuovi limiti sulla forza di questi campi magnetici primordiali e di spiegare perché la rete cosmica che permea l'Universo risulta magnetizzata anche nelle sue regioni più remote.

Un magnetismo più debole dell'attività cerebrale umana

I risultati dello studio, pubblicato su Physical Review Letters, rivelano che i campi magnetici formatisi negli albori dell'Universo possedevano una forza di appena 0,2 nano-gauss, ovvero miliardi di volte più deboli di un comune magnete da frigorifero. Per rendere l'idea della loro debolezza, questi campi avevano un'intensità paragonabile a quella generata dai neuroni nel cervello umano. Nonostante questa fragilità apparente, la loro influenza si estende ancora oggi attraverso la rete cosmica, quella struttura filamentosa che collega le galassie in tutto l'Universo osservabile.

La ricerca ha coinvolto la SISSA di Trieste in collaborazione con le Università di Hertfordshire, Cambridge, Nottingham, Stanford e Potsdam. Il team ha utilizzato circa 250.000 simulazioni computerizzate per analizzare l'evoluzione della rete cosmica sotto l'influenza di questi campi magnetici ancestrali.

Il mistero della magnetizzazione cosmica

Come spiega Mak Pavičević, dottorando SISSA e primo autore dello studio, insieme al suo supervisore Matteo Viel, la rete cosmica presenta un enigma fondamentale. Questa struttura filamentosa risulta magnetizzata non solo nelle vicinanze delle galassie, dove tale fenomeno potrebbe essere previsto, ma anche in regioni remote e scarsamente popolate che costituiscono la maggior parte della rete stessa. Tale distribuzione del magnetismo è difficile da spiegare con i modelli convenzionali.

Un magnetismo antico quanto l'Universo stesso permea ancora oggi la rete cosmica

L'ipotesi formulata dai ricercatori suggerisce che questo magnetismo rappresenti l'eredità di eventi verificatisi durante le epoche cosmiche primordiali, quando l'Universo era appena nato. I filamenti potrebbero essersi magnetizzati durante il processo di inflazione che ha preceduto il Big Bang, oppure attraverso eventi successivi noti come transizioni di fase.

Simulazioni senza precedenti per svelare il passato

Vid Iršič dell'Università di Hertfordshire, coautore dello studio, sottolinea che si tratta delle simulazioni più realistiche e complete mai realizzate per studiare l'influenza dei campi magnetici primordiali sulla rete cosmica intergalattica. Il confronto tra questi modelli computerizzati e i dati osservazionali ha confermato le ipotesi del team: quando si include l'influenza dei campi primordiali, la rete cosmica assume caratteristiche che corrispondono meglio alle osservazioni reali.

In particolare, un modello standard dell'Universo che incorpora un campo magnetico estremamente debole di circa 0,2 nano-gauss si adatta molto meglio ai dati sperimentali rispetto ai modelli precedenti. Questo risultato stabilisce un nuovo limite superiore per l'intensità dei campi magnetici primordiali, diversi ordini di grandezza più basso rispetto alle stime precedenti.

Implicazioni per la formazione stellare e galattica

Le scoperte del team italiano e internazionale hanno implicazioni profonde per la comprensione dell'evoluzione cosmica. I campi magnetici primordiali avrebbero aumentato la densità della rete cosmica, accelerando di conseguenza il processo di formazione delle prime stelle e galassie. Questo meccanismo potrebbe spiegare alcune caratteristiche dell'Universo primordiale che finora rimanevano enigmatiche.

I risultati sono coerenti con studi indipendenti condotti sulla radiazione cosmica di fondo, rafforzando la validità delle conclusioni raggiunte. Come concludono Pavičević e Viel, queste evidenze contribuiranno a migliorare la nostra comprensione degli eventi che hanno caratterizzato l'Universo primordiale. Le future osservazioni del James Webb Space Telescope potranno fornire ulteriori conferme a queste scoperte, aprendo nuove prospettive nello studio dell'evoluzione cosmica e dei modelli teorici che descrivono la formazione delle strutture nell'Universo.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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