Gli estremi idrologici del pianeta non sono eventi isolati, ma fenomeni interconnessi su scala globale che rispondono a dinamiche climatiche ben precise. Una ricerca dell'Università del Texas ad Austin rivela come El Niño e La Niña, le due fasi opposte dell'oscillazione climatica nota come ENSO (El Niño-Southern Oscillation), abbiano orchestrato negli ultimi vent'anni la maggior parte delle variazioni estreme nelle riserve idriche mondiali, sincronizzando siccità e alluvioni su continenti distanti migliaia di chilometri. Lo studio, pubblicato sulla rivista AGU Advances, offre una nuova prospettiva sulla distribuzione globale dell'acqua, un elemento cruciale per comprendere come gestire le crisi idriche in un mondo sempre più segnato da eventi meteorologici estremi.
Il lavoro del team texano si distingue per l'approccio metodologico adottato. Invece di limitarsi a contare gli eventi estremi o misurarne l'intensità locale, i ricercatori hanno analizzato le connessioni spaziali tra questi fenomeni, rivelando pattern che attraversano oceani e continenti. Ashraf Rateb, primo autore dello studio e professore assistente di ricerca presso il Bureau of Economic Geology della UT Jackson School of Geosciences, spiega che gli eventi estremi sono per definizione rari, fornendo pochi dati per studiarne l'evoluzione temporale. Esaminando invece come questi estremi si distribuiscono geograficamente, emerge un quadro molto più ricco delle forze che guidano siccità e inondazioni a livello planetario.
Per mappare le variazioni dello stoccaggio idrico totale terrestre, gli scienziati hanno utilizzato i dati gravitazionali dei satelliti GRACE e GRACE Follow-On della NASA. Questi strumenti, operativi dal 2002 al 2024 con un'interruzione di undici mesi tra le due missioni, rilevano le variazioni della massa d'acqua su aree di circa 300-400 chilometri di diametro, equivalenti alle dimensioni dell'Indiana. Il concetto di stoccaggio idrico totale comprende tutte le forme d'acqua presenti in una regione: fiumi, laghi, neve, ghiaccio, umidità del suolo e falde sotterranee. Questo approccio integrato permette di cogliere l'intero ciclo dell'acqua e le sue trasformazioni nel tempo.
I ricercatori hanno classificato come estremi umidi i livelli di acqua superiori al 90° percentile per una data regione, mentre gli estremi secchi corrispondevano a valori inferiori al 10° percentile. L'analisi ha rivelato che l'attività anomala dell'ENSO può spingere simultaneamente aree del mondo molto distanti tra loro verso condizioni estreme. In alcune regioni, El Niño è associato a siccità, mentre in altre le stesse condizioni secche si manifestano durante La Niña. Gli estremi umidi seguono tipicamente il pattern opposto.
Gli esempi concreti documentati nello studio sono numerosi e significativi. Durante la metà degli anni 2000, un evento El Niño coincise con una grave siccità in Sudafrica. Un altro episodio di El Niño fu collegato alla siccità dell'Amazzonia nel 2015-2016, un fenomeno che ebbe conseguenze devastanti sull'ecosistema della foresta pluviale. Al contrario, La Niña nel 2010-2011 portò condizioni eccezionalmente umide in Australia, nel sudest del Brasile e ancora in Sudafrica, dimostrando come le stesse regioni possano oscillare tra estremi opposti a seconda della fase ENSO.
Oltre ai singoli eventi, lo studio identifica un cambiamento strutturale nel comportamento idrico globale intorno al 2011-2012. I ricercatori attribuiscono questa transizione a un pattern climatico di lunga durata nell'Oceano Pacifico che modifica il modo in cui l'ENSO influenza le acque terrestri. Per ricostruire i periodi mancanti nei dati satellitari, inclusa l'interruzione del 2017-2018, il team ha impiegato modelli probabilistici basati sui pattern spaziali degli estremi di stoccaggio idrico totale.
Bridget Scanlon, coautrice dello studio e professoressa di ricerca presso lo stesso istituto texano, sottolinea le implicazioni pratiche di questi risultati: identificare quali aree diventano simultaneamente umide o secche ha conseguenze dirette sulla disponibilità d'acqua, la produzione alimentare e il commercio globale. Quando multiple regioni affrontano contemporaneamente carenze o eccessi idrici, gli impatti si propagano attraverso l'agricoltura, le reti commerciali e la pianificazione umanitaria, creando crisi che trascendono i confini nazionali.
JT Reager, vice scienziato del progetto per la missione GRACE-FO presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA e non coinvolto nella ricerca, osserva che nonostante la brevità del record satellitare di 22 anni, i dati rivelano chiaramente quanto siano interconnessi i sistemi climatici e idrici terrestri. L'ENSO nel Pacifico non opera in isolamento: ogni suo movimento finisce per influenzare la vita quotidiana di miliardi di persone sui continenti, modulando il ritmo di alluvioni e siccità che tutti sperimentiamo.
Le conclusioni dello studio suggeriscono un ripensamento radicale del modo in cui affrontiamo le sfide idriche globali. Scanlon evidenzia che il mantra ricorrente secondo cui "stiamo esaurendo l'acqua" non coglie la vera natura del problema: la questione centrale è gestire gli estremi, oscillazioni violente tra troppa e troppa poca acqua. Si tratta di un messaggio profondamente diverso, che richiede strategie di adattamento capaci di rispondere sia a siccità prolungate sia a eventi alluvionali devastanti, spesso nello stesso arco temporale o nelle stesse regioni. La ricerca, finanziata dalla UT Jackson School of Geosciences, apre nuove prospettive per modelli predittivi che potrebbero aiutare governi e organizzazioni internazionali a prepararsi meglio alle conseguenze sincronizzate dell'ENSO sul ciclo globale dell'acqua.