Le tartarughe marine di Kemp, note scientificamente come Lepidochelys kempii, rappresentano una delle specie di cheloni marini più a rischio di estinzione a livello globale. Questi rettili marini abitano le acque costiere dell'Oceano Atlantico occidentale e del Golfo del Messico, zone caratterizzate da un'intensa attività antropica che include alcune delle rotte marittime più trafficate del pianeta. Se gli impatti della pesca industriale, dell'inquinamento da plastica e delle collisioni con imbarcazioni sono stati ampiamente documentati, fino ad oggi rimaneva poco chiaro quanto l'inquinamento acustico subacqueo potesse rappresentare una minaccia aggiuntiva per la sopravvivenza di questa specie critica.
Un team di ricerca composto da scienziati della Duke University Marine Laboratory, della National Oceanic and Atmospheric Administration e della North Carolina State University ha condotto uno studio innovativo per mappare con precisione le capacità uditive delle tartarughe di Kemp. I risultati, pubblicati sulla rivista JASA per conto della Acoustical Society of America, offrono nuove evidenze sulla vulnerabilità di questi animali al rumore prodotto dalle attività umane in mare.
La metodologia sperimentale ha previsto l'utilizzo di sensori non invasivi applicati sulla testa degli esemplari studiati, dispositivi in grado di registrare l'attività elettrica che si propaga lungo i nervi uditivi in risposta a stimoli sonori. I ricercatori hanno esposto le tartarughe a frequenze comprese tra 50 hertz, vicino al limite inferiore dell'udito umano, fino a 1.600 hertz, monitorando le risposte neurofisiologiche attraverso una tecnica chiamata audiometria a potenziali evocati uditivi.
I dati raccolti rivelano che la massima sensibilità uditiva di questi cheloni marini si concentra attorno ai 300 hertz, con una progressiva diminuzione della capacità percettiva alle frequenze più elevate. Questo picco di sensibilità si sovrappone in modo significativo con lo spettro delle basse frequenze generate dalle imbarcazioni commerciali, dalle operazioni industriali offshore e dalle attività di trivellazione, che tipicamente emettono energia acustica proprio nella banda tra i 50 e i 500 hertz.
Come spiega Charles Muirhead, primo autore dello studio, questi animali affrontano una varietà di minacce sovrapposte durante gran parte del loro ciclo vitale, poiché occupano acque costiere e di piattaforma continentale nelle zone con la più intensa attività umana. La cattura accidentale negli attrezzi da pesca, le collisioni con le navi, l'ingestione di detriti plastici e il degrado delle spiagge di nidificazione costituiscono fattori di stress già ampiamente riconosciuti, ai quali si aggiunge ora la componente acustica.
Nel contesto marino, il suono rappresenta un canale sensoriale fondamentale per molte specie. Le onde sonore, specialmente a basse frequenze, possono propagarsi per decine di chilometri nell'acqua oceanica, trasportando informazioni essenziali per l'orientamento spaziale, la navigazione e probabilmente per la localizzazione di aree di alimentazione o riproduzione. L'interferenza con questo canale comunicativo potrebbe quindi avere conseguenze comportamentali ed ecologiche significative.
È importante sottolineare, come precisano gli autori, che la mera sovrapposizione tra sensibilità uditiva e frequenze del rumore antropogenico non dimostra automaticamente l'esistenza di effetti dannosi sulla fisiologia o sul comportamento delle tartarughe. Tuttavia, questi risultati identificano con precisione la finestra di frequenze su cui concentrare gli sforzi di monitoraggio e gli studi d'impatto più mirati.
Le prospettive future della ricerca prevedono ora l'osservazione diretta delle risposte comportamentali delle tartarughe marine di Kemp esposte a stimoli acustici in condizioni oceaniche reali, superando i limiti intrinseci degli esperimenti di laboratorio. L'obiettivo è stabilire correlazioni quantitative tra i segnali acustici misurabili in laboratorio e gli effetti fisici e comportamentali che il rumore può indurre negli habitat naturali. Questi dati, secondo Muirhead, contribuiranno a perfezionare la comprensione di come il rumore antropogenico interagisce con i sistemi sensoriali dei cheloni marini e supporteranno approcci gestionali basati su evidenze scientifiche, finalizzati a minimizzare gli impatti non intenzionali sulle popolazioni di questa specie criticamente minacciata, conciliando al contempo le necessità delle attività umane nelle acque costiere e offshore.