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Tim Cook a ruota libera su crittografia, lavoro e tasse

Crittografia, strategia fiscale e condizioni di lavoro nelle fabbriche dei fornitori cinesi sono stati gli argomenti affrontati ieri da Tim Cook nella trasmissione "60 Minutes" con Charlie Rose. Cuore dell'intervista è stata la crittografia, criticata dall'intelligence statunitense perché interferisce con la capacità di rilevare le minacce alla sicurezza nazionale.

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Tim Cook, Credit: CBS New

Più volte in passato il numero uno di Apple ha messo l'accento su questo punto, sia come peculiarità distintiva fra i propri prodotti e quelli della concorrenza, sia per sottolineare che la privacy dei suoi clienti è prioritaria. Qualcuno ricorderà la dichiarazione fatta a ottobre 2015 in tribunale, quando Apple dichiarò di fronte a un giudice di non avere i mezzi tecnici per accedere ai dati conservati su un iPhone aggiornato.

Ieri Cook è tornato sull'argomento ribadendo stoicamente la posizione dell'azienda: "ci sono state persone che hanno suggerito che dovremmo avere una backdoor. La realtà è che se dovessimo crearla prima o poi diventerebbe accessibile a tutti, buoni e cattivi".

La questione non è nuova, ma a seguito degli attentati di Parigi e San Bernardino le pressioni affinché le forze dell'ordine potessero accedere ai messaggi cifrati sui dispositivi sono aumentate sia verso Apple sia verso altre aziende tecnologiche. Il Direttore dell'FBI James Comey ha sottolineato che i potenziali aggressori fanno uso di piattaforme di comunicazione a cui le autorità non possono accedere.

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Cook ribadisce che la questione non è la privacy in alternativa alla sicurezza nazionale, è "una visione troppo semplicistica. Siamo l'America. Dovremmo avere entrambe le cose". Il punto, secondo Cook, è che "gli smartphone moderni contengono informazioni sensibili: dati sanitari personali, dati finanziari, segreti commerciali e le conversazioni intime con familiari, amici o colleghi di lavoro. L'unico modo per garantire che queste informazioni siano al sicuro è quello di cifrarle, trasformando i dati personali in qualcosa di indecifrabile che può essere letto solo con la chiave giusta – e di cui Apple non è in possesso".

L'altro argomento nevralgico dell'intervista con Charlie Rose riguarda la strategia fiscale di Apple, che ha attirato critiche dal Congresso degli Stati Uniti. L'accusa è di avere elaborato uno schema macchinoso per pagare imposte nazionali sul reddito molto basse o nulle. Cook ha liquidato la questione definendola una "stronzata politica" senza fondamento perché "Apple paga più tasse in questo paese di chiunque altro".

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L'argomento successivo è stato poi il fatto che per la produzione dei suoi dispositivi Apple è affidata a un milione di lavoratori cinesi invece che americani. Il successore di Steve Jobs ha spiegato che il motivo per il quale produce in Cina non è il basso costo della manodopera, ma l'abilità degli operai cinesi. Negli anni la Cina si è concentrata fortemente sulla produzione e su un certo tipo di competenze, che gli Stati Uniti hanno smesso di avere.

Charlie Rose a questo punto ha punzecchiato Cook indagando sul dovere di Apple di controllare la sicurezza e le condizioni di lavoro della propria catena di fornitura. L'intervistato però non si è fatto cogliere impreparato: ha sottolineato che Apple "ha questa responsabilità e lo fa. Controlla costantemente la supply chain e fa in modo che gli standard di sicurezza siano i più alti, che le condizioni di lavoro siano migliori", e aggiunge che "Apple ha limitato la settimana lavorativa a 60 ore, ha aumentato gli stipendi e ha dato un giro di vite al lavoro minorile".

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