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WhatsApp a pagamento su Android: sacrilegio a 0,79 euro!

WhatsApp dopo 12 mesi di gratuità chiede agli utenti Android il pagamento di 0,79 euro. In Italia esplode la rivolta. Inizia l'esodo vero WeChat, ChatOn, Line e Viber.

WhatsApp, una fra le più note applicazioni di messaging, è finita sotto il fuoco di fila della comunità Android. Migliaia di utenti che per almeno 12 mesi hanno potuto gratuitamente scambiarsi messaggi, file audio, video e immagini adesso protestano perché non vogliono pagare il servizio.

Gli sviluppatori infatti hanno segnalato sette giorni prima della scadenza del contratto che il rinnovo annuale d'ora in poi costerà 0,79 euro. Apriti cielo: su Google Play non si contano le proteste. Chi parla di truffa, chi di mossa sleale (su Apple Store si pagano 0,89 centesimi una tantum), chi di alternative gratuite migliori.

WhatsApp

Qualcuno potrebbe rimanere basito di fronte a questa scenata di isteria collettiva. Dopo 12 mesi senza far pagare gli SMS e un riconosciuto successo internazionale per la qualità del servizio, lo sviluppatore non sembra aver diritto di farsi pagare 0,79 centesimi. Va bene che al di là della cortina – nel mondo iOS – si è un po' più abituati a pagare tutto, però qualcosa davvero non torna. Possibile che il concetto di "open source" applicato al mondo Android sia stato recepito dal grande pubblico come un supermercato del gratuito?

In questa storia la community Android ha qualche ragione probabilmente solo su un paio di punti. Lo sviluppatore di WhatsApp avrebbe potuto anticipare le sue intenzioni e non aspettare l'ultima settimana. Dopodiché anche la differenza di trattamento riservata agli utenti iOS non è il massimo. Certo è che se da una parte tutti pagano e dall'altra no, è evidente che ai secondi prima o poi qualcuno chiederà qualcosa.

E adesso che succederà? Molti sembrano aver iniziato a spostarsi su WeChat (un software cinese), ChatOn (un software firmato Samsung), Line e Viber. Come se non bastasse l'esodo di massa, WhatsApp proprio in questi giorni è stata costretta a difendersi dalle critiche delle autorità canadesi e olandesi di protezione della privacy. Il software scandaglia in automatico la rubrica degli smartphone per individuare chi ha già istallato il servizio. Viene considerata una violazione della privacy. La nota fastidiosa per la comunità Android è che nuovamente su iOS si sono comportati diversamente: esiste una procedura manuale di selezione.