Editoriale

Assassin’s Creed – Perché è il migliore della serie, nonostante i difetti

Assassin’s Creed. Con questo bizzarro nome, in italiano tradotto “il credo degli assassini”, nel novembre del 2007 iniziò questa fortunata saga, con un gioco che, almeno nelle idee iniziali, altro non era che un nuovo capitolo dedicato a Prince of Persia. Il concept alla base era piuttosto curioso: si vestivano i panni di un uomo con un minaccioso cappuccio bianco e una lama nascosta nella polsiera sinistra, e si faceva avanti e indietro nel tempo passando dai giorni nostri alle Crociate del 1191.

Tutto questo, ovviamente, non passò affatto inosservato e, nel giro di poco tempo, Assassin’s Creed diventò un fenomeno commerciale e un appuntamento fisso ogni anno, perlomeno dal secondo capitolo fino a Syndicate, ultimo episodio regolare prima della deriva GDR. 

Il concept a cui facevo riferimento venne ampiamente ripreso nei giochi che arrivarono successivamente, ma nonostante ciò il sapore non era più lo stesso e l’avventura di Altair, al tempo reputata noiosa e ripetitiva, in realtà rimane la più cupa, matura, coraggiosa e affascinante dell’intera saga, e in questo articolo andrò a spiegarvi perché.

Altaïr Ibn-La’Ahad

Nel tentativo di spiegarvi perché io reputi il primo Assassin’s Creed il miglior capitolo della serie, è impossibile non cominciare dal suo protagonista, il cui nome è Altaïr Ibn-La’Ahad. Innanzitutto, a differenza di altri protagonisti come ad esempio Arno Victor Dorian di AC Unity, ha una personalità unica e mai più replicata. Ubisoft è perfettamente conscia del successo della trilogia dedicata ad Ezio Auditore e ha nel tempo tentato di trasferire quel carisma in altri personaggi, ottenendo risultati spesso altalenanti e Assassini mossi più da loro desideri personali, piuttosto che dal credo. Non a caso, la maggior parte delle storie dei singoli episodi del franchise cominciano con un brusco avvenimento, per poi chiedere al giocatore di compiere una vendetta. Ecco, può sembrare bizzarro, ma è assolutamente così: più della metà degli episodi regolari di Assassin’s Creed mette il credo in secondo piano, trasformando il tutto in una comune storia nella quale si vestono i panni di un personaggio che ricorda, almeno nelle fattezze e nel vestiario, un assassino. La storia di Altaïr Ibn-La’Ahad, invece, è tutt’altro: è un lungo cammino di redenzione e scoperta di sé stessi; un cammino che permette al nostro protagonista di meditare sugli errori commessi. 

Il credo degli assassini si basa su tre semplici principi: trattenere la lama dalla carne degli innocenti, nascondersi alla vista e non compromettere la confraternita. Il nostro Altaïr, nato e cresciuto nell’ordine, osò compromettere il primo principio, assassinando a sangue freddo un innocente che, a suo dire, era d’intralcio per la missione. Quest’azione, non solo lo fece diventare un novizio, perdendo tutti i ranghi e le armi ottenute, ma gli costò quasi la vita. Rashid ad-Din Sinan, meglio conosciuto come Al Mualim (mentore della confraternita), lo pugnalò a morte facendolo “rinascere” come nuovo, come fosse un “bambino” da rieducare. Ecco quindi che il protagonista fa ammenda e dà il là al cammino di redenzione accennato prima.

La missione consiste nell’uccidere nove uomini. Nove vite in cambio di una sola: la nostra.

Templari o Assassini?

Ci sono episodi della saga che hanno provato a mandare in crisi il giocatore ponendogli una domanda: gli assassini, sono veramente i buoni? Questo concetto, questo confine tra bene e male era in realtà già radicato nel primo Assassin’s Creed. 

Tutte le volte che il giocatore uccide un bersaglio vi è un confronto all’interno del corridoio di memoria, un ultimo dialogo con il proprio nemico. E tutte le volte, da quel confronto, si esce storditi e pieni di domande. Ad esempio, uccidiamo uno schiavista Templare e apprendiamo che in realtà stava salvando quella gente. Ed è così che, tutte le volte, il nostro Altaïr fa il suo ritorno a Masyaf: pieno di dubbi e incertezze, cercando un confronto con il suo maestro. Questo perché Ubisoft, al tempo guidata da Patrice Désilets e Jade Raymond, provò in tutti i modi a sceneggiare delle vicende lontane dal comune bianco e nero, bene e male. In Assassin’s Creed il giocatore si pone delle domande, ha dei dubbi, così come li ha il protagonista. Con questo non sto assolutamente dicendo che i capitoli successivi abbiano completamente fallito, ma che non sono riusciti ad avere lo stesso impatto, pur dedicandosi – in alcuni casi – completamente a tale concetto, come ad esempio Assassin’s Creed Rogue.

Un setting coraggioso

Abituati alle strade di San Andreas o a quelle di Liberty City – GTA IV – che avremmo percorso poco dopo il lancio di Assassin’s Creed, ritrovarsi a girovagare per le vie di Acri, Gerusalemme, DamascoMasyaf fu a dir poco incredibile. Sia chiaro, se c’è una cosa che nella serie non è mancata, è il fascino trasmesso dalle ambientazioni, ma quello del primo AC è un altro fascino. Serve a poco girarci intorno: senza sé e senza ma, è uno dei setting più coraggiosi del videogioco moderno, capace di rapire con un solo sguardo. 

Raccontare ciò che è in grado di trasmettere una passeggiata nei distretti di Damasco o in quelli delle altre località, non è facile, specie se chi legge questo articolo non ha mai giocato il primo Assassin’s Creed. Le strade sono sporche, trasmettono terrore e fanno percepire un assoluto bisogno di aiuto. Non a caso i distretti sono pieni di cittadini da salvare e, una volta fatto, si creano opportunità di infiltrazione e aiuti durante le fughe dal nemico. Ogni città ha inoltre una sua palette cromatica che rispecchia l’atmosfera del posto. Peccato solo per l’assenza del ciclo giorno notte, soltanto imposto dalle missioni, disponibile invece nella trilogia dedicata ad Ezio. 

Dal secondo capitolo in poi, Ubisoft puntò su un fascino più “pulito” e comunemente apprezzato, ben lontano dal tetro open world del 2007 il quale, oltre a fornire opportunità di mimetismo ben più integrate e “realistiche” (era possibile mimetizzarsi con gruppi di monaci vestiti di bianco, così da confondersi completamente. Certo, le armi rimangono visibili, ma sempre meglio che mimetizzarsi in un gruppo di cortigiane ed essere, almeno in teoria, visibile come un albero di Natale o un faro nella notte), vantava anche un notevole sound design legato alle città, da ascoltare obbligatoriamente in cuffia. Oggi sembra sciocco ribadirlo, è vero; infatti, salvo rari casi, è la norma nel gaming attuale, ma al tempo un comparto audio così curato colpiva e non poco, così come colpisce ancora oggi l’ottimo doppiaggio e l’accompagnamento musicale.

È davvero così noioso?

Rispondendo al titolo del paragrafo, sì e no. Assassin’s Creed propone un set di missioni che si ripete ad ogni sequenza, ma è anche vero che mette al centro di tutto il suo essere un videogioco molto immersivo. Come succede anche in altri capitoli, su tutti il tanto bastonato Unity, bisogna origliare le conversazioni, conoscere al meglio la propria preda e decidere quando colpire. Forse c’è una cosa che molti non sanno, ovvero che più missioni si portano al termine, più si ottengono informazioni e opportunità di infiltrazione. Il problema, come dicevo, riguarda il set di missioni abbastanza inquadrato e ciclico, perché per il resto l’idea non era affatto male, trattandosi di un concept appena lanciato. Inoltre, bisogna ammettere che la versione PC risolve in parte questo problema, modificando un po’ la varietà delle missioni. Infatti, ce ne sono alcune completamente inedite, ma non vanno a raddoppiare il numero di quest, semplicemente si mescolano alle altre e prendono il posto delle più tediose. Ciò detto, se non lo avete mai giocato e avete intenzione di rimediare, il consiglio è di farlo su PC, anche perché i requisiti di sistema sono davvero bassi: il gioco rimane giocabile in 1080p anche con una scheda serie GT di NVIDIA, per cui non dovreste avere alcun problema. In alternativa ci sono le scorse PlayStation 3 e Xbox 360, oppure Xbox One e One X grazie alla retrocompatibilità che, nel caso della versione X della console, porta la risoluzione a 4K nativi.

Sognando un remake di Assassin’s Creed

L’attuale generazione di console ha visto l’arrivo di ben quattro remaster a tema Assassin’s Creed: la trilogia di Ezio Auditore, AC Rogue, AC III e Liberation, e il porting Switch di AC Rebel Collection, raccolta che contiene Rogue e Black Flag. Da tutto questo movimento, è stranamente stato escluso il primo capitolo, magari a causa di piani futuri ad esso dedicati. Infatti, non sarebbe del tutto azzardato sostenere che, prima o poi, un remake dedicato a questo capitolo possa vedere la luce, anche perché ne avrebbe davvero bisogno. E non mi riferisco solamente ad un doveroso svecchiamento delle meccaniche di gioco. No, necessiterebbe anche di una bella espansione del comparto narrativo, con aggiunta di cutscene in performance capture e di una fusione con le vicende dei due episodi rilasciati su PSP e Mobile, ossia Altaïr’s Chronicles e Bloodlines, lasciando fuori giusto le sezioni presenti in Revelations. Inoltre, il costante aumento di operazioni simili potrebbe seriamente incentivare lo studio. Fenomeni come l’eccezionale Resident Evil 2 sono un notevole esempio.

Voi cosa ne pensate, lo vorreste un remake di Assassin’s Creed?

Su Xbox, sfruttando la retrocompatibilità della console, è possibile recuperare il primo Assassin’s Creed. QUI, invece, trovate l’ultimo capitolo della serie, Valhalla.