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Assassin’s Creed Valhalla, quanto è credibile storicamente?

Si sa, nel cinema come nei videogiochi la fedeltà storica viene spesso sacrificata sull’altare dello spettacolo. È proprio una questione di aspettative e linguaggio: uno show deve intrattenere. Non che la storia sia noiosa di per sé, anzi: ma va resa in un certo modo più “accattivante” e “pop”. E così serie tv “storiche” come Vikings e The Last Kingdom – di qualità, beninteso – ci propinano il vichingo con le treccine, i tatuaggi, la pelliccia e l’asciona, perché è così che il pubblico lo vuole ed è così che se lo immagina. Guai a mandare in cortocircuito le certezze di un telespettatore. Ma va detto che sui vichinghi nello specifico la confusione è davvero tanta e, allora, perché non cogliere l’occasione per fare un po’ di chiarezza a pochi giorni dal lancio di Assassin’s Creed Valhalla.

Ad aiutarci Dario Capelli, dottorando in filologia germanica presso le Università di Udine e di Trieste. Oltre che di lingua e di letteratura tedesca medievale, si occupa di medievalismo contemporaneo, ovvero delle varie forme di (ri)adattamento del Medioevo al giorno d’oggi, in particolare in ambito musicale e ludico.

Il contesto storico in Assassin’s Creed Valhalla: colonizzazioni non razzie

In Assassin’s Creed Valhalla si vestiranno i panni di Eivor, guerriero/a vichingo/a che dalla Norvegia si reca in Inghilterra in cerca di una terra per la sua gente. Si ripercorrerà quindi parte dell’invasione vichinga. Ma in quel periodo, il IX secolo, quale era realmente la situazione in Inghilterra?

“L’Inghilterra alla fine del IX secolo è tutto tranne che un territorio pacifico – spiega Capelli -, ma per comprendere meglio la situazione è utile un salto indietro nel tempo. Il vuoto lasciato dai Romani, che necessitavano delle truppe stanziate sull’isola per difendere i limes (confini ndr) più caldi, come quello del Reno e quello del Danubio, fu ben presto riempito dall’arrivo di popoli germanici continentali, come gli Angli, i Sassoni, gli Yuti e probabilmente anche Frisoni e altri popoli complessivamente meno rappresentati che volevano godere di quei lussi che tanto avevano sentito nominare.

Attenzione – precisa Capelli –: “germanico” non significa “tedesco”, ma si intendono tutti quei popoli, con le loro lingue e culture, che partendo dalla cosiddetta “cerchia nordica” (più o meno l’attuale Germania del Nord-Danimarca-Svezia meridionale) si sono spinti verso i territori romani, dove la vita era più facile e di cui, da mercanti, soldati o viaggiatori, avevano sentito nominare e lodare la bellezza e l’efficienza. Romani e Germani non erano due mondi a sé stanti: dopo la battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) i Romani smisero di considerare la Germania (in senso latino, quindi quelle terre oltre il Danubio e il Reno, fuori dal controllo imperiale) come zona di conquista, ma gli scambi commerciali, sociali e culturali furono sempre accesi.

Con il tempo, in Inghilterra si formarono sette regni (la cosiddetta eptarchia, da cui ha preso ispirazione anche Martin per le sue Cronache del ghiaccio e del fuoco) con il Tamigi che divideva l’area di influenza sassone a sud (Wessex, Sussex ed Essex, con il Kent più vicino al frisone) e quella angla a nord (Mercia, Northumbria e Anglia orientale). Zone come il Galles, la Cornovaglia e la Scozia attuali rimasero sotto controllo celtico ancora per molti secoli. Da un’altra zona non toccata dagli anglosassoni, l’Irlanda, giungono monaci cristiani spinti dalla volontà di evangelizzare questi nuovi arrivati. Per tutto il VII secolo, i vari re pagani si convertono al Cristianesimo, chi per ottenere vantaggi e farsi amico il popolo e i funzionari locali, già cristiani, chi per fede, chi per matrimonio, come Ethelbert del Kent, che, spinto dalla moglie cristiana, si converte del 599 e autorizza (con l’approvazione papale) Sant’Agostino a insediarsi a Canterbury come arcivescovo.

Questa situazione particolare (una cristianizzazione molto rapida, accettata e in cui si mantengono, riadattandoli alla nuova fede, molti elementi pagani, come le rune, che vediamo in tesori dell’arte come la Croce di Ruthwell) porta a una situazione unica nel panorama germanico (pensiamo a Carlo Magno e alle sue guerre contro i Sassoni, per dirne una). Le lotte tra i regni non cessano mai, ma nel frattempo i monasteri diventano vere e proprie fabbriche di cultura, e i monaci anglosassoni vengono chiamati da Carlo Magno nel continente per fondare scuole e nuovi monasteri, segno della loro affidabilità e perizia. In questo contesto, nel 793, Lindisfarne viene distrutta e saccheggiata dal primo raid vichingo documentato nella storia.

Ovviamente le razzie andarono avanti per molto tempo e, vista la possibilità di insediarsi nell’Inghilterra orientale, nel corso del IX secolo numerose navi danesi e di altri popoli scandinàvi giunsero su quelle coste e, tra nuove fondazioni e insediamento in villaggi e città già esistenti, si formò di fatto un’area di cultura scandinava ai danni dell’Essex e dei regni angli. Qui notiamo una differenza enorme con quanto si crede: questi popoli, se possibile, preferivano insediarsi in una zona piuttosto che continuare a razziarla, così come successe anche in Islanda, Groenlandia e in America del Nord (dove, tuttavia, i tentativi di insediamento naufragarono ben presto). Questa colonizzazione di fatto portò, verso la fine del IX secolo, a un rapido cambio di baricentro verso il Wessex di Re Alfredo (871-901); il suo fu l’unico regno a non “crollare”, ma per il semplice fatto che, nel frattempo (proprio come in un gioco di troni!), la situazione politica era molto mutata e, tramite matrimoni, guerre, tradimenti e accordi, il Wessex aveva inglobato o posto sotto di sé il Sussex, il Kent e la porzione occidentale della Mercia.

Ha ragione Noel (storico e consulente dell’unità di ricerca di Assassin’s Creed Valhalla ndr) a rimarcare l’importanza di Alfredo, noto come il Grande (che sarà presente appunto in AC Valhalla ndr): egli fermò le mire espansionistiche dei Danesi e stipulò un accordo con loro, dividendo l’Inghilterra in due aree. La prima, il Wessex, rimase sotto controllo sassone, la seconda, il Danelaw, sotto controllo danese. Vorrei far notare come non si chiamasse Vikinglaw, giusto per rimarcare che la concezione di “vichinghi” come etnonimo è errata e, ahinoi, uno dei retaggi romantici più duri a morire, insieme agli elmi con le corna.

Quindi l’incipit narrativo di AC Valhalla è credibile? “Pensare che dunque un’incursione vichinga possa aver luogo nel tardo IX secolo è purtroppo irreale – evidenzia l’esperto -, dato che ormai la fase di razzia aveva lasciato posto all’insediamento da anni e che questa colonizzazione era stata, ben o male, formalizzata. Si è soliti far terminare la cosiddetta “età vichinga” con l’arrivo di Guglielmo il Conquistatore, ma già nel IX secolo, per l’appunto, le razzie avevano lasciato il posto a vere e proprie colonizzazioni: ci furono ancora raid e razzie, bisogna essere sinceri, ma avvennero per lo più con precisi intenti politici, piuttosto che essere iniziative di privati come nella prima fase. La campagna del 1066 di Harald Hardråde, che perse la vita contro il re inglese Harold II (a sua svolta sconfitto ad Hastings dopo pochi giorni), era una vera e propria campagna espansiva, come la Guerra dei 100 anni, e non una grande incursione predatoria”.

Vichinghi, i pirati del mare del Nord

Fisicamente enorme, elmo con le corna, tatuaggi e brandisce un’ascia enorme. Ma era davvero così il vichingo? Ma, soprattutto, chi era un vichingo? “Thierry Noel, storico e consulente per il gioco, afferma che “vichingo” è un termine che, oggi, viene usato con un significato molto travisato. Questo è vero – sottolinea Capelli –, in quanto, fino al Romanticismo, “vichingo” era un termine con una connotazione negativa, quasi al limite dell’insulto, e designava un “pirata”, così come “saraceno” identificava un qualsiasi pirata operante nel Mediterraneo ed è poi passato a identificare i soli pirati musulmani.

Il temine ha un’etimologia incerta (l’ipotesi di un legame con le baie è ormai screditata), ma è indubitabile una connotazione non proprio felice. Si poteva essere vichinghi per necessità (povertà), per fare guadagno facile e per poi tornare alla propria vita di sempre, ma si era vichinghi solo ed esclusivamente quando si era in viaggio sulla nave”.

Donna vichinga, donna guerriera? Non proprio

In Assassin’s Creed Valhalla il giocatore potrà scegliere di vestire anche i panni di un personaggio femminile (una curiosità: Eivor è un nome femminile) che tra l’altro non influirà in alcun modo sulla trama, come a voler sottolineare che, nella società “vichinga” del tempo, le donne avessero lo stesso peso decisionale di un uomo. Era proprio così? Anche le donne del Nord combattevano?

“Come spesso si è portati a fare – dichiara Capelli – , bisogna distinguere sin da subito dove finisce la realtà e dove inizia il mito: la letteratura islandese, con le sue saghe, ci racconta di moltissime donne combattive, anche di guerriere (pensiamo alle Valchirie dell’“Edda”). Parlo di letteratura islandese per un preciso motivo: è la letteratura medievale più vasta e variegata dell’intera Scandinavia (per farvi capire, la somma dei testi danesi, norvegesi e svedesi medievali non arriva nemmeno a metà del corpus islandese).

Quindi anche le donne combattevano? “Purtroppo, no, o almeno non come lo intendiamo noi – precisa l’esperto –: era ovvio che, in una società non proprio facile e in contesti geografici e storici difficili, sia le donne sia gli uomini dovessero essere bravi a fare un po’ di tutto per sopravvivere e poteva capitare che una donna fosse costretta a combattere occasionalmente per difendersi. Le donne guerriere vere e proprie (a cui molti si sono ispirati, compreso Tolkien, tra l’altro professore universitario di lingua e letteratura inglese medievale) nei testi islandesi sono, in buona parte, un transfer delle ambizioni femminili: rivalsa, indipendenza e maggior peso in una società molto maschilista. Quello della donna guerriero è un topos molto antico, come si denota anche dalla letteratura irlandese: qui la donna guerriero insegna solitamente tecniche e stratagemmi segreti al guerriero, che rinasce letteralmente (da qui la necessità di una donna come maestra) come eroe.

L’unico caso accertato di una tomba contenenti resti di una donna e un corredo militare è stato rinvenuto nel 1889 a Birka, in Svezia, ma solo nel 2017 le analisi hanno rivelato che le ossa erano di una donna. Sarebbe incredibile poter riscrivere quanto finora si pensava, ma, come sempre, una scoperta genera altri studi e non è ancora possibile confermare o meno di trovarsi dinnanzi alla tomba di una guerriera, senza contare che è difficile, se non impossibile, dibattere su un singolo unicum. Volendo fare un parallelismo, in ambito celtico sono state rinvenute molte sepolture di donne-capo villaggio e le armi lì conservate sono più uno status symbol del suo ruolo di capo che effettivi oggetti usati in battaglia”.

Treccine, “asciona” e pelli? No, il “vichingo” era decisamente più sobrio

Dipanato il dubbio sulle donne combattenti, c’è da sfatare diversi altri miti pure sui “maschietti”, il cui aspetto, in realtà, era ben distante dalle treccine, dai tagli moderni, dal trucco pesante e da altre trovate cinematografiche che serie come Vikings hanno introdotto e diffuso. Anche le pellicce e cinturoni in cuoio sono reinvenzioni funzionali a dare un certo “fascino guerriero” e, perché no, a lanciare un vero e proprio marchio identificativo (leggasi, pubblicità al brand).

Nell’immagine qui sotto, ad esempio – prosegue Capelli -, viene mostrato Eivor così come è nel videogioco e così come sarebbe apparso davvero, con un’ascia leggera, meno ingombrante e curata, uno scudo ampio utile a salvarsi la pelle, un elmo e una cotta di maglia, largamente usata nell’alto Medioevo, sia in Inghilterra che altrove. Per un certo senso, più vicini a uno “standard” del guerriero germanico medievale sono i Rohirrim nel Signore degli Anelli di Tolkien, ispirati prepotentemente all’Inghilterra oggetto dei suoi studi”.

Ma quale ascia, lo status symbol era la spada!

Altro grande falso storico è rappresentato dall’ascia: l’arma per eccellenza del Medioevo – sottolinea Capelli – resta la spada, e lo scudo era necessario per cercare riparo da lance, frecce e nel corpo a corpo, in cui era usato come arma offensiva in casi di extrema ratio. Le lance erano usate a due mani contro la cavalleria o, se da lancio, scagliate prima della mischia. Le asce erano armi popolari, spesso usate per sopperire al costo elevato di una buona spada o, anche tra chi poteva permettersene una, per la difficile manovrabilità della spada nel corpo a corpo (se non si disponeva di pugnali o simili, un’ascia dritta in testa o nel petto del nemico poteva salvare qualcuno dal subire la medesima fine)”. E lo stealth? “Sogniamoci ogni possibilità di stealth nella vita reale, ma questa è ovviamente un marchio di fabbrica dell’universo AC”.

“Nel basso Medioevo l’ascia resta diffusa tra i ceti poveri e, altrove, si evolve nell’alabarda e simili. Il martello leggero da guerra era usato soprattutto nella cavalleria, sempre nel basso Medioevo, per contrastare l’evoluzione delle armature, sempre meno penetrabili da una lama, mentre un colpo di martello ben piazzato al capo poteva risultare fatale. Martelli giganteschi per fanteria sono abbastanza impensabili praticamente e ricordiamoci che Thor era un dio – ride Capelli -. L’ascia mantiene un certo fascino romantico, “selvaggio” e virile, ma chi poteva permettersela optava sicuramente per la spada, che era anche un certo status symbol“.

Su una cosa, però, storia e finzione vanno decisamente a braccetto: la violenza e la ferocia con cui spesso vengono “dipinti” i vichinghi. “Beh, la violenza è la quintessenza di ogni guerra, comprese quelle moderne; in quest’epoca il corpo a corpo era la regola e sarebbe stato utopico pensare di liberarsi dell’esercito nemico a suon di frecce e lance”.

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