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Guitar Hero: abbiamo ancora bisogno del Rock

C’è stato un momento della mia vita in cui io e mio padre ci siamo uniti sotto la passione dei videogiochi, un momento quasi magico e ancora oggi un unicum, mai ripetuto con nessun altro titolo dopo di quello. È stata un’esperienza narrativa o un gioco coop? Neanche per sogno, sto parlando di qualcosa che oggi è davvero impossibile da trovare: l’esplosione di Guitar Hero e dell’amore per il rock che ha unito tanta gente come me e mio padre.

Chiunque lo abbia vissuto potrebbe dire di aver assistito a un fenomeno che, se comparato con i giusti criteri, ha eguagliato Fortnite per la sua grande diffusione, tanto da farlo comparire in tantissime pellicole non solo come cameo, ma anche in ruoli centrali per i fini della trama degli stessi. E, ripensandoci con un occhio moderno, è ancora più assurdo che un gioco del genere abbia sfondato così tanto nonostante richiedesse una periferica specifica per essere giocato.

Il valore di quella chitarra giocattolo però andava ben oltre la plastica di cui era costruita: era un simbolo, un’eredità, un primo approccio per tanti bambini che provano a suonare la vera chitarra e, perchè no, magari scoprendo un talento sopito come i protagonisti di School of Rock. Non lo fu per me, a me piaceva il piano, ma dio solo sa quante ore mi sono fatto sui vari Guitar Hero e tutte quelle modifiche come Anime Hero che giravano con .iso da scaricare. Tutti ci sentivamo un po’ chitarristi a suonare la melodiosa Free Bird o i grandi successi dei Rolling Stones, e agli occhi di chi già conosceva quel mondo era come guardare un ponte tra le generazioni, specie quelle nuove che si stavano scordando la musica di un tempo per i generi moderni.

Tra questi veterani c’era mio padre, che ha tappezzato casa di chitarre elettriche provenienti dal suo passato da chitarrista amatoriale. Non avrà mai calcato il Madison Square Garden o venduto chissà quanti CD, ma a lui la musica piaceva ai tempi e piace ancora visceralmente, tanto basta per fargliela godere suonando sul divano di casa o ascoltando uno dei vinili che custodisce gelosamente. Persone come lui, quando sentirono le note familiari provenire dalla PlayStation del figlio o figlia, si affacciavano incuriosite per capire se il Rock fosse magicamente risorto nella loro stanzetta con Tv catodica. E lo era, il Rock stava rivivendo una sua età dell’oro digitale, quella che passava tra i tasti colorati di una chitarra finta in mano a tanti giovanissimi.

Cabinati, comparse famose in tutti i media, diversi capitoli e trasposizioni per ogni console (sì, anche Nintendo DS con una sua periferica unica) hanno fatto di Guitar Hero il veicolo perfetto per diffondere il rock come i migliori album della storia, appassionando chi non ne era mai stato attratto e riportando la voglia di conoscere quei gruppi colossali, quello stile di vita di sregolatezza tipico di chi campa tra un concerto e l’altro. Solo che i concerti li suonavamo noi, dalla nostra casa, e in un certo senso questo atto colmava quell’impossibilità di seguire le divinità della chitarra nei loro tour globali. Certo, anche a noi piaceva andare a sentire Steve Vai quando veniva qui in Italia, ma volete mettere avere accesso a quel clima di voci corali e rockeggianti in ogni momento della giornata, accompagnati dalle leggendarie note di artisti del suo calibro? Impareggiabile, e fu esattamente quell’estasi domestica a non farci smettere.

Per quanto la selezione di brani fosse il punto di maggior interesse per gli appassionati pregressi, ciò che vinse noi giocatori oltre la musica fu il sistema arcade con cui Guitar Hero si presentava, accompagnato da un’estetica piacevole e una difficoltà sempre più crescente. Iniziai che ero completamente negato perfino a facile, ma fu l’appagante sensazione di migliorare nota dopo nota che mi tenne incollato per settimane dietro alcuni dei brani più difficili e alla difficoltà maggiore. Affinare la propria abilità e sentire quelle note prendere forma nelle canzoni più iconiche dava una carica pazzesca, la stessa che il rock possedeva e su cui molti avevano basato la propria dipendenza sensoriale.

Eravamo tutti incantati, così tanto che nessuno avrebbe immaginato che la magia sarebbe finita prima o poi. Quando è successo? Non saprei dirlo neanche io, è come se da un giorno all’altro i cuori di tutti gli appassionati fossero andati altrove. Il videogioco si stava evolvendo, la musica cambiando e la serie di Guitar Hero aveva esaurito le sue risorse e i brani famosi da cui attingere, mai svecchiandosi o cercando di superare la gloria passata. Si era adagiata sugli allori ed è diventata come uno di quei gruppi con cui ogni tanto qualcuno se ne esce e dice “Belli all’inizio, ma poi si sono rovinati e sono diventati commerciali“.

Il problema è che Guitar Hero è sempre stato commerciale, il rock più commerciale che ci fosse, e se anche così è andato verso la sua morte non ci sarebbe stato nulla che lo potesse salvare. Ci ha provato Rocksmith, che permetteva di usare una chitarra vera e far contento il collezionista di chitarre elettriche che incarna mio padre, ma neanche con questa premessa funzionò. Del resto, chi giocava a Guitar Hero magari non poteva neanche era interessato a comprarsi una vera chitarra, voleva solo quella di plastica a buon mercato.

Per certi versi Guitar Hero è stato il canto del cigno del Rock per i giovani di tutto il mondo, uno modo per viverlo, consumarlo e dimenticarlo, soddisfando l’appetito con un panino all’Hard Rock Café o ascoltandosi Virgin Radio o una playlist su Spotify. Ma anche questo servizio che rende la musica immortale ti ricorda che ehy, oltre alla tua sessantasettisima riproduzione di Simpanthy for the Devil dovresti assolutamente ascoltare i nuovi fenomeni della trap. Non c’è più spazio per il rock nella mente collettiva, neanche in quella giocante.

Ma è davvero così? Non abbiamo più bisogno del rock? Bhe, non proprio. Il rock non svanisce nel nulla, come ogni materia che compone l’universo. È in circolo, presente, infinito, mutevole anche nell’assordante rumore degli altri generi, perfino nel synthwave e nel lo-fi che vi piace tanto ascoltare mentre vi fate una doccia. Alle porte della nuova generazione, sono convinto che se Guitar Hero resuscitasse ritornerebbe sul podio della ribalta, tanti lo introdurrebbero ai propri figli dicendo “Questa era la mia musica” così come faceva mio padre suonandomi i suoi grandi successi (almeno, per lui). Si ricreerebbero le stesse condizioni per cui tutti si buttarono su Guitar Hero la prima volta, tra cui la più importante: il Rock ci manca dannatamente. Non ci basta ascoltarlo, vogliamo viverlo sulle nostra dita e magari non ingozzandoci con un panino chiamato Elvis Cheese Bacon.

Per quanto rimarremo inappagati come videogiocatori musicali? Bhe, i progetti alternativi sono decisamente validi e lo stiamo scoprendo anche grazie a piccole perle come No Straight Roads, che ci mostrano proprio la grande mancanza di musica Rock dei nostri giorni, ma fino a che non avrò un’altra chitarra tra le mani, tornerò sempre in una sperduta sala giochi della riviera romagnola, la stessa che da almeno dieci anni conserva ancora un cabinato funzionante di Guitar Freaks: il fratello orientale di Guitar Hero.

Nulla vi riporterò indietro Guitar Hero, ma perché non dare una chance a No Straight Roads?