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Pro
- Modifiche molto apprezzate
- Dark Ties farà felici molti fan
- Diversi contenuti inediti
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Contro
- Non tutto a livello tecnico è perfetto
- Narrativamente perde qualcosina rispetto ad altri capitoli
Il verdetto di Tom's Hardware
Per anni, Yakuza 3 è stato il "brutto anatroccolo" della serie, un fossile tecnico che faceva storcere il naso anche ai fan più sfegatati del Dragone. Eppure, sotto quella corazza di legnosità e combattimenti statici, batteva il cuore più sincero di tutta l'epopea di Kazuma Kiryu.
Era l'episodio della maturità, quello in cui la violenza di Kamurocho lasciava il posto al sole di Okinawa e alla quiete malinconica del Morning Glory, regalandoci un protagonista inedito, più padre che guerriero. Il nuovo Yakuza 3 + Dark Ties si presenta ora come un'operazione di recupero audace, che punta a riscattare questo capitolo non solo con la forza bruta del Dragon Engine, ma con un'iniezione di contenuti che sta già facendo discutere.
Il lavoro di Ryu Ga Gotoku Studio è un equilibrismo spericolato tra restauro e riscrittura. La necessità di svecchiare il sistema di gioco per le nuove generazioni, cancellando per sempre lo spettro dei nemici che parano all'infinito, si scontra frontalmente con l'enigmatico sottotitolo Dark Ties.
Qui non siamo di fronte a un semplice lifting: il team ha scelto di intervenire sul tessuto stesso del racconto, aggiungendo frammenti di trama e deviazioni inedite che minacciano di alterare l'equilibrio originale. Per i puristi è un rischio enorme, per chi cerca una narrazione più coesa verso il finale della saga è invece la quadratura del cerchio, rendendo questo remake un ritorno tanto atteso quanto carico di interrogativi.
Yakuza papà
Uscito su PlayStation 3, Yakuza 3 ha sempre rappresentato l'anima più "slow burn" dell'intera saga. Vedere Kazuma Kiryu che abbandona i neon di Kamurocho per il bagnasciuga di Okinawa, intento a gestire l’orfanotrofio Morning Glory insieme ad Haruka, è un momento di rottura che è rimasto fortissimo tra gli appassionati: una parentesi di pace dove il pericolo non è rappresentato da una katana, ma dalla possibilità di non riuscire a mettere in tavola la cena per i propri piccoli protetti.
Tuttavia, quel ritmo così dilatato, che nell'originale costringeva a ore di vita quotidiana prima di entrare nel vivo dell'azione, era diventato col tempo un ostacolo per molti. In questo remake, la minaccia che incombe sul terreno dell'orfanotrofio rimane il perno centrale, ma la struttura ludica è stata profondamente ripensata per evitare che la narrazione finisca "insabbiata" troppo a lungo.
Il lavoro svolto su Dark Ties interviene chirurgicamente proprio sulla gestione dei tempi. Sebbene la cronologia dei capitoli resti fedele al passato, la distribuzione dei contenuti ha subìto una scossa vigorosa: gran parte di ciò che un tempo era obbligatorio è stato spostato nel regno delle attività secondarie, permettendo al giocatore di decidere quanto tempo dedicare alla "vita lenta" e quanto alla trama principale.
C'è chi potrebbe storcere il naso di fronte a una certa semplificazione nei rapporti tra Kiryu e alcuni comprimari, sacrificati sull'altare di un montaggio più serrato, ma il risultato è un’esperienza che non perde mai slancio. A compensare queste sforbiciate arrivano nuove modalità di spessore, come la gestione approfondita del Morning Glory e l'inedito "Ragazzaccio Drago", che insieme ai classici intramontabili come il karaoke, rendono questa versione di Okinawa la più densa e stratificata di sempre.
Il grande viaggio
La nuova gestione del Morning Glory è la risposta mirata di RGG Studio alle storiche critiche sulla lentezza dell'incipit di Yakuza 3. Dimenticate la monotonia di raccogliere rifiuti sulla spiaggia: ora l'orfanotrofio è diventato un piccolo paradiso "cozy" che fonde farming e minigiochi brillanti.
Tra sessioni di cucina, cucito e compiti a casa (con tanto di quiz a risposta multipla) è possibile scalare il "Rango Papino", approfondendo in modo dinamico il legame con i bambini. È una parentesi bucolica del tutto opzionale, ma ignorarla significherebbe perdersi una delle integrazioni più calde e riuscite di questo remake, capace di offrire un ritmo finalmente personalizzabile a chi preferisce indugiare nella vita quotidiana di Okinawa.
Se il rifugio di Okinawa rappresenta il cuore pulsante, Ragazzaccio Drago ne è senza dubbio il muscolo adrenalinico. Questa modalità trasforma radicalmente l'esperienza, mettendo Kiryu alla guida delle Haisai Girls, una gang di motocicliste impegnata in una scalata "musou" dai sobborghi alla capitale.
Con oltre settanta nemici a schermo e una struttura che ammicca ai gestionali RPG, è lo sfogo perfetto tra i vari capitoli narrativi del gioco. La vera star è però lo stile Ryukyu: un sistema di combattimento inedito che introduce otto armi diverse, dalle lance ai nunchaku, garantendo un controllo della folla mai visto prima nella serie.
Nonostante un comprensibile riciclo di alcuni asset grafici, l'immediatezza degli scontri e la varietà degli stili rendono questa modalità un passatempo magnetico e sorprendentemente profondo.
Il lifting del dragone
Il Dragon Engine conferma la sua straordinaria maturità (almeno su PS5), regalando un’esperienza fluida e visivamente appagante. Durante le nostre trentadue ore, il framerate è rimasto granitico, senza tentennamenti nemmeno nelle situazioni più caotiche, dove decine di scagnozzi e gli spettacolari effetti delle mosse di Kiryu saturano lo schermo.
Sebbene alcune animazioni tradiscano ancora una certa rigidità e persista un leggero stacco qualitativo tra le sontuose scene pre-renderizzate e i modelli in-game, il colpo d'occhio sulle location giapponesi rimane di altissimo livello. È un restauro tecnico solido che riesce a nobilitare le atmosfere di Okinawa e Kamurocho, rendendole più vive che mai.
La vera perla di questa riedizione è però l'espansione narrativa dedicata a Yoshitaka Mine. Accessibile direttamente dal menu principale con un salvataggio dedicato, questa storia secondaria approfondisce uno dei "villain" più complessi e tridimensionali mai creati dal team RGG.
Non si tratta di un semplice riempitivo, ma di un vero "gioco nel gioco" che introduce un'arena con meccaniche roguelike. Vestire i panni di Mine offre un contrasto etico e stilistico affascinante rispetto a Kiryu, compensando ampiamente la leggera sforbiciata alla campagna principale. Il risultato finale è indubbiamente la versione definitiva di un classico, arricchita da una profondità tematica che rende giustizia alla lore della saga.