Criptovalute

Dietro le limitazioni al mining in Cina non c’è solo lo yuan digitale

Il collasso dei Bitcoin e dei relativi asset è stato fortemente influenzato dalla Repubblica Popolare Cinese. Nelle ultime settimane la Cina sta attivamente ed estensivamente supportando lo yuan digitale, la sua criptovaluta. Conseguenze delle scelte cinesi sono state anche le prime chiusure dei mining pool e la proposta di adottare norme più restrittive a Hong Kong. Secondo alcune fonti, queste scelte sarebbero state determinate anche da questioni ambientali. Cos’ha spinto il Partito Comunista Cinese ad agire così?

Il Wall Street Journal, in un ampio reportage sommariamente riportato dall’agenzia di stampa AGI, definisce la Cina come “un ospite maldisposto” verso i miner. “La quantità di elettricità necessaria per alimentare un gran numero di computer utilizzati per minare bitcoin è in contrasto con i recenti obiettivi climatici della Cina. Il governo, che gestisce la sua moneta nazionale con un pugno stretto, disapprova anche le criptovalute in generale. Nessuno scambio legale di bitcoin è permesso da anni in Cina”. Ciò nonostante gli imprenditori cinesi delle criptovalute hanno assunto una “posizione dominante della sua produzione”, approfittando di “un settore di produzione di energia elettrica non regolamentato“.

Il Wall Street Journal indica nella stagionalità e nella flessibilità il segreto delle mining pool cinesi. Nei mesi estive esse sarebbero “adiacenti ai produttori di energia idroelettrica nelle province montuose del Sichuan e dello Yunnan”, che convertono neve e piogge in elettricità. In inverno, invece, i miner trasferivano i computer nello Xinjiang e nella Mongolia interna, dove si estrae carbone. L’articolo si conclude storicizzando il rapporto tra Cina e bitcoin, che risalirebbe alle donazioni post-terremoto nella provincia del Sichuan nel 2013. Già allora le autorità cinesi avevano mostrato scarsa sopportazione per le criptovalute, non riconoscendole come strumento economico-finanziario.

Secondo la rivista, il cambiamento della Repubblica Popolare non sarà la “fine” delle criptovalute. Semplicemente le risorse dei miner e il mining potrebbero spostarsi in altri paesi, come l’Iran o il Texas.

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