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Google costretta a censurare l’orgia di Max Mosley

L'orgia in abiti nazisti di Max Mosley, l'ex boss della Formula 1, dovrà scomparire da Google per ordine del Tribunal de Grande Instance di Parigi. A distanza di quasi 5 anni dall'esplosione dello scandalo, l'alto dirigente della Federazione Internazionale dell'Automobile forse riuscirà nel suo intento di far scomparire le immagini "in costume" che l'hanno messo in forte imabarazzo.

Nel 2008 il quotidiano News of the World divulgò al mondo, con tanto di filmati e foto, la partecipazione di Mosley a un'orgia sadomaso con prostitute in uniformi naziste. Il colpo all'immagine fu durissimo, sopratutto per il collegamento immediato con le azioni del padre, Sir Oswald Mosley. Che negli anni '30 fondò British Union of Fascists, il partito di ultra destra inglese dichiaratamente antisemita.

Max Mosley

Mosley in pieno scandalo fu costretto a chiedere un voto di fiducia all'assemblea generale della FIA: venne confermato, ma rimase in carica solo fino alla fine del mandato nel 2009. Dal 2008 a oggi è riuscito togliersi qualche soddisfazione in tribunale (News of the World è stato condannato a un risarcimento), ma Google è sempre riuscita a divincolarsi. L'indicizzazione delle foto che ritraggono Mosley rientrerebbero in uno spazio conteso tra il diritto all'informazione e il diritto alla privacy.

Ieri un tribunale di primo grado in materia civile ha stabilito che Google dovrà filtrare, quindi censurare, almeno 9 immagini dal suo motore di ricerca. Il tema è quello del "diritto all'oblio", quindi non è un caso che il colosso statunitense abbia già confermato la richiesta di appello. In sede europea l'argomento è aspramente dibattuto e l'introduzione di una norma ad hoc è stata rimandata al 2015.

"Questa decisione dovrebbe preoccupare coloro che guidano la causa della libertà di espressione online", ha commentato Daphne Keller, consigliere di Google. Per altro la corte francese non si è solo rivolta a Google France ma direttamente alla casa madre. Oggi l'azione di "censura" dell'azienda scatta di solito per le violazioni di copyright su YouTube oppure sui contenuti pornografici illegali.

"Si tratta di una bella notizia", si legge nel commento ufficiale di Mosely. "La corte adesso ha ordinato a Google di smettere di mostrare le immagini, e sarei lieto se questo giudizio potesse aiutare altri nel limitare l'enorme e continuo danno che può essere causato dai motori di ricerca che forniscono accesso a immagini illegali".

News of the World

Google dovrà pagare simbolicamente 1 euro di danni e 5mila euro di risarcimento per le spese legali a Mosley; il divieto di pubblicare le immagini dovrà essere applicato per 5 anni. Ma non è finita qui, perché l'ex patron della FIA ha depositato una denuncia simile anche in Germania: la sentenza presso la Corte di Amburgo è attesa per il 10 gennaio.

La questione è di grandissima complessità. Da una parte la libertà di espressione e quello che ne consegue per il rispetto dei principi democratici, dall'alta il diritto di privacy di qualsiasi individuo. L'ordine di censura scattato nei confronti di Google si deve all'impossibilità di intervenire direttamente su ogni singolo sito.

È un limite tecnico che il motore di ricerca più potente del mondo sconta sulla sua pelle, nel bene e nel male. D'altra parte se la fonte che ha diffuso per prima le immagini illegali è stata condannata per violazione della privacy, è evidente che esiste una sorta di proprietà transitiva, sebbene di minore intensità, per coloro che ne alimentano l'ulteriore veicolazione su Internet.

A tutto questo si aggiunge il fatto che la privacy di un personaggio pubblico gode di un trattamente diverso rispetto a quella di un normale cittadino, poiché esiste un interesse sociale nelle sue attività. Fermo restando il fatto, come sottolinea il nostro Garante della Privacy, che la privacy "deve essere in ogni caso rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica".

In un mondo ideale Google non dovrebbe essere neanche calcolato nell'equazione, e ogni sito o gestore dovrebbe essere chiamato a rispondere delle sue responsabilità. Ma questo non è un mondo ideale, e i diritti non sono punti fermi della storia umana. Cambiano, si evolvono e sono oggetto di dibattimento.