Il dibattito sulla monetizzazione degli assistenti AI tramite pubblicità si fa sempre più acceso, con posizioni divergenti tra i principali player del settore. Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, ha espresso sorpresa per la decisione di OpenAI di introdurre annunci pubblicitari nel suo chatbot, sollevando interrogativi fondamentali sul modello di business che plasmerà il futuro dell'intelligenza artificiale conversazionale. La questione non è meramente economica, ma tocca aspetti cruciali dell'esperienza utente e della fiducia che gli utenti ripongono in questi strumenti digitali sempre più pervasivi.
Durante un'intervista ad Axios al World Economic Forum di Davos, Hassabis ha commentato la mossa di OpenAI, che venerdì scorso ha annunciato l'avvio di test pubblicitari per monetizzare la base di 800 milioni di utenti attivi settimanali che non sottoscrivono abbonamenti a pagamento. Il cofondatore di DeepMind ha sottolineato come il suo team stia affrontando la questione "con estrema attenzione", pur riconoscendo che la pubblicità ha finanziato gran parte dell'internet consumer e può essere utile se implementata correttamente.
La distinzione fondamentale, secondo Hassabis, risiede nella natura stessa dell'interazione. Mentre Google Search interpreta l'intento dell'utente e può quindi mostrare annunci pertinenti, i chatbot AI aspirano a diventare assistenti digitali personali che conoscono l'utente e lo supportano in molteplici aspetti della vita quotidiana. "C'è una questione su come gli annunci si inseriscano in quel modello", ha affermato il CEO di DeepMind. "Vuoi avere fiducia nel tuo assistente, quindi come funziona?"
La preoccupazione di Hassabis trova riscontro nelle reazioni degli utenti già manifestate in precedenza. Quando OpenAI ha recentemente sperimentato suggerimenti di app durante le conversazioni, la risposta è stata decisamente negativa: gli utenti hanno percepito queste proposte come pubblicità intrusive, degradando la qualità dell'esperienza complessiva. OpenAI ha rapidamente disattivato la funzione, dichiarando che non si trattava tecnicamente di pubblicità poiché priva di "componente finanziaria", ma il danno reputazionale era già fatto.
Il nodo della questione non è tanto lo scambio monetario quanto l'impatto percettivo sull'esperienza utente. Il precedente di Amazon con Alexa è emblematico: i clienti hanno rifiutato i tentativi del gigante dell'e-commerce di integrare annunci nell'assistente vocale, preferendo un aiutante genuino piuttosto che un commesso virtuale che spinge prodotti da acquistare. La lezione è chiara: la monetizzazione pubblicitaria degli assistenti AI richiede un equilibrio delicatissimo tra sostenibilità economica e preservazione della fiducia degli utenti.
Hassabis ha ribadito che Google non ha piani attuali per inserire pubblicità in Gemini, il suo chatbot AI, preferendo monitorare come gli utenti reagiscono alle iniziative della concorrenza. Il CEO ha sottolineato di non sentire pressioni dall'alto per forzare decisioni affrettate sulla pubblicità, nonostante gli annunci rappresentino il cuore pulsante del business di Google. Questa posizione riflette l'approccio metodico che ha caratterizzato DeepMind sin dalla sua fondazione: rigore scientifico e riflessione ponderata prima di ogni mossa strategica, sia tecnologica che commerciale.
Parallelamente a questo dibattito sulla monetizzazione, Google ha annunciato oggi nuove funzionalità di personalizzazione per la modalità AI di Search. Gli utenti possono ora autorizzare Gemini ad accedere a Gmail e Google Photos per fornire risposte personalizzate, seguendo la scia della recente funzione Personal Intelligence dell'app Gemini che può consultare cronologia di Gmail, Photos, Search e YouTube. Questa strategia di personalizzazione profonda potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo significativo rispetto a OpenAI, che deve bilanciare la necessità di generare ricavi con costi infrastrutturali ed energetici crescenti.
La decisione di OpenAI di sperimentare la pubblicità potrebbe essere stata dettata proprio da queste pressioni economiche. Mantenere operativa un'infrastruttura AI che serve centinaia di milioni di utenti settimanalmente comporta investimenti massicci in datacenter, GPU avanzate e risorse energetiche. Tuttavia, questa scelta rischia di alterare radicalmente la percezione del servizio da parte degli utenti, trasformando ChatGPT da assistente neutrale a piattaforma commerciale.