Sicurezza

mHACKeroni, la squadra italiana di cybersecurity tra talento e mancanza di fondi

Quella che riguarda i mHACKeroni è una tipica storia italiana, a base di talento e mancanza di fondi per coltivarlo. Una storia che chi ha frequentato gli ambienti accademici conosce bene ma che in questo caso è ancora più grave ed emblematica dell’arretratezza tecnologica del Paese, perchè riguarda un settore cruciale per il futuro come la cybersicurezza. mHACKeroni infatti è il team che riunisce alcuni dei migliori giovani talenti italiani del settore, che però hanno così pochi fondi da vedere a rischio la propria partecipazione al famoso DEF CON di Las Vegas, il “mondiale” per hacker citato in serie cult come X-Files e Mr. Robot.

Il team, che gronda letteralmente italianità, a partire dal logo con un rigatone ricoperto di sugo, nasce dalla collaborazione tra i cinque migliori team italiani, Tower of Hanoi del Politecnico di Milano, c00kies@venice dell’Università di Venezia Ca’ Foscari, spritzers dell’Università di Padova, TheRomanXpl0it dell’Università di Roma La Sapienza e gli indipendenti JBZ. Tra loro ci sono talenti cristallini come Mario Polino, Marco Squarcina, Pietro Borrello e Matteo Quian Chen, con un’età che va dai 18 ai trent’anni.

Il team ha già ben figurato durante il DEF CON dello scorso anno, dove ha ottenuto la settima piazza e vorrebbe ripetere l’esperienza anche quest’anno, dopo essersi qualificati al Chaos Computer Congress in Germania, ma per farlo c’è bisogno di soldi, che ovviamente non ci sono. Per questo i ragazzi hanno organizzato una raccolta fondi tramite crowdfunding su GoFundMe, ma l’obiettivo prefissato di 10mila euro appare ancora lontano: nel momento in cui scriviamo infatti siamo fermi a quota 1470 euro. Il dipartimento di ingegneria della Sapienza, il Politecnico di Milano e aziende come Bvtech, Cisco e Rev.ng hanno effettuato delle donazioni ma ancora non basta.

Partecipare al DEF CON può sembrare solo un gioco, un capriccio, ma non è così. Nella Capture the flag, la gara a squadre che come nei multiplayer prevede una serie di attacchi e difese di obiettivi sensibili, non conta solo la preparazione tecnica, ma anche la capacità di lavorare in squadra ed essere dotati di importanti doti psicologiche, come capacità di concentrazione, intuizione e gestione dello stress.

Si tratta insomma di un banco di prova importante e prestigioso per questi ragazzi, che potrebbero rappresentare il futuro della cybersicurezza nel nostro Paese. Alcuni sono diplomati o laureati da poco, ma tra i membri c’è anche gente che fa parte della nazionale italiana dei cyberdefender voluta nientemeno che dal Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del CINI e dai servizi segreti, attirando anche l’attenzione dell’ENISA, l’agenzia europea per la sicurezza cibernetica, che adesso mira ad accaparrarsi i più bravi tra loro.

Eppure lo Stato latita e gli investimenti pubblici nel settore sono scarsi. Una contraddizione in un Paese che si distingue per gli alti livelli di analfabetismo informatico e che avrebbe quindi disperato bisogno di coccolare i propri talenti per protegger i cittadini e i loro interessi dai possibili pericoli tecnologici del prossimo futuro.