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Riforma UE del copyright: domande e risposte in una FAQ

Domande e risposte sulla nuova riforma UE del copyright. Ecco una FAQ sui temi più scottanti. Le sorprese non mancano.

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Avatar di Dario D'Elia

a cura di Dario D'Elia

@Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 27/03/2019 alle 11:57
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La riforma del copyright, approvata ieri dal Parlamento UE, richiede spiegazioni poiché legittima una serie di domande a cui non è facile rispondere. Abbiamo deciso quindi di redigere una sorta di FAQ sull'argomento. Qui il testo completo in italiano della riforma.

Le piattaforme online dovranno avere il consenso degli autori per pubblicare i loro contenuti?

Sì. Dovranno siglare accordi di licenza oppure avere un'autorizzazione. Ciò però vuol dire anche che le piattaforme potranno decidere di non siglare accordi ed escludere alcuni editori, come ha sottolineato recentemente l'avvocato Guido Scorza, responsabile Affari Regolamentari nazionali ed europei del Team Digital italiano.

Le norme si applicheranno a tutte le realtà online?

Ni. Le nuove imprese con meno di 3 anni di attività online, meno di 10 milioni di euro di volume di affari e meno di 5 milioni di utenti al mese dovranno solo dimostrare di aver tentato di ottenere un'autorizzazione e rimuovere i contenuti nel caso gli venga richiesto dai detentori di copyright.

Per quanto riguarda invece che le attività senza scopo di lucro bisognerà capire come la nuova norma verrà recepita e se i detentori dei diritti prevederanno licenze gratuite. Wikipedia, che si è schierata contro le norme, infatti spiega che "tutti i nuovi collegamenti inseriti all’interno di articoli pubblicati su blog, portali e siti web, insieme ai tantissimi riferimenti alle fonti inseriti nelle voci di Wikipedia con il titolo della notizia finiranno in una zona grigia, in cui non è chiaro se i diritti dell’editore siano applicabili o meno".

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Cos'è la cosiddetta "link tax"?

Il regolamento prevede che gli aggregatori di notizie o qualsiasi sito - genericamente "prestatori di servizi della società dell'informazione" - che rimanda a notizie online dovrà concordare con gli editori un compenso. I link ovviamente sono sempre accompagnati da una parte di testo (titolo, estratto) e la sua lunghezza sarà caratterizzante per definire o meno l'obbligo di accordo. La norma non definisce il numero di caratteri, ma prevede eccezioni solo per quelli "molto brevi". I singoli stati membri saranno quindi chiamati a definire il parametro in fase di recepimento, oppure vi sarà un accordo tra le piattaforme e gli editori. Gli editori tedeschi ad esempio hanno parlato di una soglia di eccezione sotto le tre parole.

Ad ogni modo il diritto ancillare degli editori su ogni contenuto non solo varrà per due anni ma sarà applicato a tutti, realtà non-profit comprese.

"Resta da capire se i detentori dei diritti prevederanno almeno una licenza gratuita per la semplice menzione dei titoli, mentre la gestione di raccolte di collegamenti resta nel limbo", puntualizza Wikipedia.

Chi pagherà la "link tax"?

Tutte le piattaforme online come Google News e gli aggregatori, ma il problema è che il potere di negoziazione sarà diverso a seconda degli attori in campo. Quale contratto potrà strappare agli editori un piccolo rispetto a un colosso?

Vi saranno effetti collaterali per i comuni utenti?

No, gli utenti potranno continuare a condividere contenuti sui social media e link a siti e testate giornalistiche come oggi. Inoltre sarà sempre possibile citare, pubblicare parodie, caricature, GIF, meme, etc. Insomma, nessuna apparente limitazione alle libertà di espressione. Però come spiega l'esperto di policy Innocenzo Genna "tutti i servizi Internet dovranno riscrivere i loro termini e condizioni contrattuali al fine di separare chiaramente l'uso "privato/non commerciale" da quello 'commerciale'". La presenza di ADV su un blog infatti come verrà considerata?

Le piattaforme dovranno applicare filtri online per i video?

Ni. La norma non prevede l'applicazione di filtri per evitare che gli utenti condividano online contenuti protetti da copyright, ma assegna comunque alle piattaforme (come ad esempio YouTube) la responsabilità di questi contenuti. Ciò vuol dire che dovranno effettuare accordi licenziatari oppure individuare una modalità che non li esponga a rischi. I colossi statunitensi sostengono che l'unica tecnologia che lo consentirebbe è appunto quella di filtraggio.

Sono previste eccezioni al rispetto delle norme?

Sì, non vi saranno restrizioni – e nulla cambierà - per le attività di Text and data mining (TDM) a scopo di ricerca, per le attività di insegnamento o scopi educativi, per la conservazione del patrimonio culturale (biblioteche, musei, archivi, etc.) per ogni attività riguardante la ricerca in genere.

Quali sono le implicazioni sui contenuti di pubblico dominio?

Tutte le opere artistiche non più protette da copyright potranno essere usate e condivise liberamente online in forma digitale anche per scopi commerciali. Nessuno potrà reclamarle.

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