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Un labirinto semplice

Pagina 4: Un labirinto semplice
Un romanzo complesso a cui ci si può avvicinare con semplicità e ingenuità. American Gods è l'opera più famosa di Neil Gaiman, un testo destinato a far sentire la sua influenza per gli anni a venire.

Un labirinto semplice

American Gods, come abbiamo visto, ha una struttura superficiale relativamente semplice. Il protagonista viene in contatto con un Mondo Misterioso e gli viene proposta una Missione. All'inizio esita, propende per il rifiuto, ma finisce per accettare il fardello e intraprendere il suo Viaggio che sarà di scoperta, redenzione, avventura. Il più classico degli schemi, che abbiamo visto replicato decine di migliaia di volte. Uno strumento potente che Gaiman dimostra di saper padroneggiare come un maestro.

«Molto bene» disse Jacquel. «Dunque, sì, dicevamo, Gesù se la passa piuttosto bene da queste parti. Ma ho incontrato un tale che mi ha detto di averlo visto fare l'autostop in Afghanistan e nessuno si fermava a tirarlo su. Sai com'è, tutto dipende dal contesto.»

Grattando appena sotto la superficie tuttavia compare il Labirinto, quel ritratto dell'America che accoglie uomini e culture, membra stanche, storie personali, ricordi di amore e di violenze, drammi di popoli e religioni. Gaiman mette in scena un romanzo di avventura certo, ma anche un racconto on the road che porterà Shadow a visitare molti luoghi non del tutto fittizi e non del tutto reali – la natura stessa della realtà è un punto di discussione fondamentale in American Gods. E sia detto per inciso che la stessa geografia di American Gods meriterebbe un trattamento a sé stante.

t american gods first look orlando jones

Ognuna delle divinità che incontriamo, quasi sempre accompagnati da Shadow, ha da dire la sua sull'America, sulla sua capacità di essere a volte accogliente e a volte crudele e sanguinaria. Ognuno ha la sua opinione sulla guerra che si avvicina – e per molte pagine si sentirà la stridente sensazione di un casus belli mal soffocato.

Il Labirinto di Gaiman non raggiunge forse la complessità dei grandi intellettuali del XX secolo, ma in American Gods c'è comunque un vigoroso citazionismo, mai fine a sé stesso. Che per una volta non guarda agli altri scrittori, non solo per lo meno, ma anche e soprattutto alle mitologie, alle culture popolari. Strumenti che nelle mani di Gaiman servono a plasmare un nuovo mondo che è sì Fantastico, come potrebbe non esserlo? – ma che al lettore risulterà anche spietato nel suo essere ritratto realistico di un mondo che probabilmente non ci piace molto.

Semplice, con una struttura narrativa che riconosciamo inconsciamente perché la sentiamo e la vediamo sin da quando eravamo bambini. Complesso, perché è anche ritratto sociale, romanzo di formazione, on the road, con alcuni passaggi che sfiorano la saggistica.

Niente di tutto quello che è stato raccontato fin qui potrebbe accadere davvero. Prendetela come una metafora, se la cosa vi fa sentire meglio. Le religioni sono per definizione delle metafore, dopotutto.

Gaiman riesce a trovare spazio per raccontare da dove vengono queste divinità dimenticate. Perché sarà necessario a ogni lettore sapere chi sono quegli dei che vengono da culture così lontane dalla sua. E sarà opportuno ricordare al lettore come sono arrivati in terra americana, navigando su imbarcazioni di legno, sfidando tempeste e altre divinità che non camminano sulla terraferma. Ogni dio e ogni dea è una Storia che va raccontata, e che Gaiman sa incastrare in American Gods facendone un mosaico che nonostante la mole scorre con la freschezza di un libro per ragazzi.

Quindi non sta accadendo niente di tutto quello che è stato raccontato fin qui. Cose simili non possono succedere. Non c'è una sola parola di verità. In ogni caso, quel che accadde dopo, accadde nel seguente modo:

Una complessità, infine, che è anche autoreferenziale. Gaiman infatti non è nuovo a questo tipo di struttura, così come gli erano già familiari concetti come l'incarnazione del divino, il suo rapporto con gli umani, o un protagonista portatore di un fardello pesantissimo. Sono tutti topoi amati dallo scrittore britannico, che li aveva già usati con perizia nell'altro suo capolavoro; vale a dire il fumetto Sandman, e anche di quello parleremo presto in Retrocult.

Quello che sto cercando di dirti è che l'America è così. Non è un terreno fertile per gli dèi. Non crescono bene e basta.

Tutto sommato, si potrebbe pensare che American Gods sia uno di quei libroni pieni di riferimenti culturali complicatissimi, un testo che possono capire solo pochi lettori illuminati. Non è così; o meglio, American Gods può essere così, ma solo se il Lettore – giudice ultimo e vera divinità onnipotente in questo gioco – decide che così sia.

Potete prendere American Gods per il verso semplice, fermarvi alla storiella antichi dei Vs nuovi dei con in mezzo un poveraccio umano che finisce per cambiare le sorti del mondo. O potete fare un passo coraggioso, girare la medaglia e affondare nel labirinto. Ed è proprio questo che fa di American Gods un grande romanzo: comunque lo prendiate, vi piacerà. Anzi, vi auguro di cuore che lo amiate quanto l'ho amato io.

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Retrocult è la rubrica di Tom's Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C'è un'opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.