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Dieselgate, Fiat Chrysler nella bufera ma la difesa funziona

L'Agenzia statunitense per la protezione ambientale (EPA) nella giornata di ieri ha accusato Fiat Chrysler (FCA) di violazione delle norme sulle emissioni per le auto diesel, con l'uso di un software illegale per aggirare i test. Un'accusa che ricorda il dieselgate VolksWagen, anche se come vederemo ci sono le dovute differenze.

Sul banco degli impuntati sono finiti Jeep Grand Cherokee e i Dodge Ram con motore 3 litri diesel, venduti fra il 2014 e il 2016, per un totale di 104mila veicoli. Il rischio è una multa di un valore massimo di 4,6 miliardi di dollari.

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Fonte: ANSA

Il numero uno Sergio Marchionne ha risposto tempestivamente al lancio dell'agenzia di stampa Associated Press (avvenuto a Borse aperte), che riportava la dichiarazione di EPA secondo cui FCA "ha schivato le regole ed è stata scoperta", sottolineando che il caso FCA ''non ha nulla in comune con Volkswagen […]. Non abbiamo fatto nulla di illegale, nessuno ha barato [anzi] per quanto conosco questa società, posso dire che nessuno è così stupido da cercare di montare un software illegale". Tanto è bastato per far riprendere il titolo a Wall Street, che dopo la notizia era sprofondato fino a -16% a Milano e -10,28% a Wall Street, e dopo le parole di Marchionne ha iniziato a rimbalzare e oggi continua il trend positivo.

Ma vediamo la ricostruzione dei fatti, che si legge nel documento ufficiale pubblicato sul sito dell'azienda: a seguito dello scandalo VolksWagen tutti i produttori di auto sono finiti nel mirino delle autorità e i controlli sono diventati più serrati.

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FCA da oltre un anno collabora fornendo "una mole di informazioni all'EPA e ad altre autorità governative e in diverse occasioni ha cercato di spiegare le proprie tecnologie di controllo delle emissioni ai rappresentanti dell'EPA. FCA US ha proposto diverse iniziative per risolvere le preoccupazioni dell'EPA, incluso lo sviluppo di estese modifiche del software delle proprie strategie di controllo, che potrebbero essere immediatamente applicate nei veicoli in questione, per ulteriormente migliorarne le prestazioni in termini di emissioni".

Insomma quella descritta non è una trattativa per negoziare rimedi a ipotetiche violazioni, ma un dialogo volto a far comprendere alle autorità le proprie tecnologie, e aperto a possibili modifiche che l'autorità avesse ritenuto opportune.

La questione infatti – sempre come spiegato nel documento e ribadito da Marchionne – è che tutti "i motori diesel di FCA sono equipaggiati con hardware di controllo delle emissioni", che sono volti a "controllare le emissioni al fine di realizzare un equilibrio tra le prescrizioni di EPA relative al controllo delle emissioni di ossidi di azoto (NOx) e le prescrizioni relative a durata, prestazioni, sicurezza e contenimento dei consumi". L'equipaggiamento comprende la tecnologia Selective Catalytic Reduction (SCR).

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FCA non si aspettava un'accusa, e Marchionne si è detto "molto disturbato" non solo per l'accusa, ma anche per il modo in cui è stata resa pubblica la notizia. Se si dovesse arrivare alle sanzioni FCA dovrebbe mettere in conto, oltre alla multa massima di 4,6 miliardi di dollari (fino a 44.539 dollari per auto, 104mila veicoli) i potenziali risarcimenti ai proprietari delle auto colpevoli, le probabili cause legali di investitori e consumatori, e i contraccolpi sulle vendite.

A VolksWagen lo scandalo è costato per ora 18 miliardi, ma il numero di auto coinvolte era di gran lunga maggiore: si parlava di 560mila veicoli. Non solo, secondo i bene informati difficilmente in caso di multa ad FCA verrebbe applicata la sanzione più salata perché in questo caso non c'è intenzionalità. Si ipotizzano cifre complessive tra 450 milioni e 3,4 miliardi di dollari nel peggiore dei casi.

E anche la multa è una possibilità che si è ridimensionata nel corso delle ore: stando a quanto riporta La Repubblica "la probabilità che la vicenda si concluda con una condanna al momento è molto al di sotto del 66%". 

Come se la questione non fosse già abbastanza ingarbugliata, nelle ultime ore è salita alla ribalta l'ipotesi dell'intrigo politico, sollevata dallo stesso Marchionne che ha sottolineato la "tempistica strana" dell'annuncio "fuori posto", per una "differenza di opinioni" che poteva essere risolta in altro modo. Il numero uno di FCA infatti ha dichiarato di auspicare che le accuse "non siano una conseguenza" dell'avvicendamento alla Casa Bianca, l'ultimo colpo di coda dell'amministrazione Obama. Perché? Perché secondo Marchionne il modo in cui ha proceduto EPA ha lasciato trasparire l'urgenza di "un'agenzia che perderà efficacia" quando entrerà in carica il governo Trump (ricordiamo infatti che il tycoon aveva già annunciato di voler ridimensionare i poteri di questo ente statale).

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Fonte: ANSA

E – volendo fare le pulci – si potrebbe dire sospetto anche il fatto che l'accusa sia stata pubblicata a breve distanza dai complimenti incassati da Trump all'annuncio degli investimenti FCA in due stabilimenti USA (1 miliardo di dollari e 20000 posti di lavoro).

Dalla Casa Bianca rispediscono l'accusa al mittente. Intanto la questione è pubblica, il titolo in Borsa alla fine se l'è cavata meglio di quanto si potesse pensare dopo il caso VolksWagen. Non solo: difficilmente EPA riuscirà a chiudere del tutto la questione prima del 20 gennaio, quindi le discussioni proseguiranno probabilmente con un interlocutore diverso, come ha sottolineato lo stesso Marchionne: "per quanto riguarda l'EPA, tra meno di una settimana perderà ogni diritto di intervenire. Noi, infatti, tratteremo con un nuovo gruppo di persone che esaminerà il caso". Ossia con uno Scott Pruitt (nominato da Trump a capo di EPA), che di ambientalista ha ben poco.