L'Europa accelera sulla dismissione delle infrastrutture obsolete e fissa una scadenza definitiva per l'addio al rame: entro il 2035, le vecchie reti telefoniche dovranno cedere il passo alla fibra ottica fino all'abitazione (FTTH), inaugurando l'era della banda ultralarga per tutti. Il Digital Networks Act (DNA), la nuova proposta normativa presentata dalla Commissione europea, rappresenta il primo tentativo organico di coordinare a livello continentale lo spegnimento progressivo delle infrastrutture legacy, allungando di cinque anni rispetto all'obiettivo iniziale del 2030 per garantire sostenibilità economica e adozione reale da parte degli utenti. La roadmap delineata da Bruxelles introduce per la prima volta target vincolanti sullo switch-off, riconoscendo che senza connettività ad alta capacità non esistono prospettive concrete per tecnologie emergenti come quantum computing, edge cloud e intelligenza artificiale.
Durante il forum ANSA Europa dedicato al DNA, Francesco Rotunno, responsabile degli affari europei di Open Fiber, ha espresso apprezzamento per l'approccio graduale scelto dall'esecutivo comunitario: "La Commissione stabilisce un processo ordinato che coinvolge tutti gli attori in gioco: Stato, operatori, autorità nazionali e utenti finali". Secondo Rotunno, questa impostazione chiude il cerchio con il Codice delle comunicazioni elettroniche e gli investimenti previsti per il Decennio digitale, ma evidenzia una criticità fondamentale: il tasso di utilizzo delle infrastrutture in fibra già disponibili resta drammaticamente basso, un problema che affligge non solo l'Italia ma l'intero continente.
L'eurodeputato di Fratelli d'Italia Francesco Torselli, intervenuto al dibattito trasmesso dagli studi del Parlamento europeo, ha posto l'accento sulla necessità di evitare discontinuità brutali: lo switch-off non può tradursi nello "spegnimento di un interruttore" e deve garantire che nessun territorio rimanga escluso. Torselli riconosce l'ambizione della commissaria Henna Virkkunen nel voler migliorare qualità dei servizi, attrattività per gli investimenti e competitività delle imprese europee, ma avverte che un processo troppo rapido rischierebbe di drogare il mercato, provocando aumenti di costo per l'utente finale e paradossalmente rallentando l'ammodernamento. Le aree interne e i territori a bassa densità abitativa, dove la digitalizzazione risulta antieconomica per gli operatori privati, richiedono sostegno pubblico mirato per evitare che la transizione alla fibra riproduca i divari digitali esistenti.
Open Fiber interpreta il DNA come un'opportunità per invertire il recente calo degli investimenti nella fibra ottica e scongiurare una copertura "a macchia di leopardo". Rotunno sottolinea come l'Unione Europea stesse procedendo a due velocità: mentre Spagna, Portogallo e Francia hanno già avviato lo switch-off e ne raccolgono i benefici, Germania, Belgio e parzialmente Italia risultano in ritardo. L'armonizzazione delle condizioni normative garantirebbe parità di opportunità tra Stati membri, riducendo le asimmetrie competitive che oggi penalizzano i mercati meno avanzati.
L'analisi della valutazione d'impatto fornita dalla Commissione europea rivela dati significativi. Secondo Open Fiber, le stime su crescita del PIL ed efficienza energetica associate alla transizione verso la fibra sono particolarmente rilevanti nel contesto attuale, caratterizzato dall'esplosione di applicazioni ad alto consumo energetico come i modelli di intelligenza artificiale generativa, i data center distribuiti e l'edge computing. La fibra ottica non solo offre prestazioni superiori in termini di larghezza di banda e latenza, ma riduce drasticamente il consumo elettrico rispetto alle tecnologie su rame, un vantaggio strategico in un continente che punta su sostenibilità e autonomia energetica.
Rotunno evidenzia come la connettività in fibra rappresenti l'abilitatore fondamentale per tecnologie su cui l'Italia sta investendo: quantum computing, edge cloud (su cui Open Fiber sviluppa progetti specifici), reti di sensori per il monitoraggio territoriale, telemedicina, agricoltura di precisione e automazione industriale. Lo switch-off del rame permetterebbe di accelerare questi progetti nelle aree già coperte da FTTH, offrendo maggiore certezza sul ritorno degli investimenti agli operatori. Resta tuttavia critico l'orientamento delle risorse pubbliche: l'elenco di settori e tecnologie beneficiarie degli investimenti europei risulta estremamente ampio, e secondo Rotunno il legislatore dovrebbe identificare con maggiore chiarezza le direttrici principali, concentrando l'intervento statale sulle infrastrutture per stimolare gli investimenti privati.
Stefano Da Empoli, direttore dell'Istituto per la Competitività (I-Com), esprime un giudizio complessivamente positivo sul DNA, riconoscendo lo sforzo di bilanciamento tra le diverse posizioni emerse nei rapporti Letta e Draghi, particolarmente su spettro radioelettrico e consolidamento del mercato. Lo switch-off costituisce uno dei pilastri del nuovo impianto regolatorio, coerente con la visione che innovazione e competitività passano necessariamente attraverso reti digitali più performanti. Da Empoli identifica però il nodo cruciale non nell'offerta infrastrutturale, bensì nella domanda: in Italia lo scarso utilizzo delle reti già esistenti rappresenta un problema più urgente della copertura stessa, nonostante gli investimenti in corso nelle aree bianche e grigie puntino a raggiungere i target europei in tempi relativamente brevi.
Il direttore di I-Com richiama il precedente del passaggio dall'analogico al digitale terrestre come esempio di switch-off tecnologico che, superati i timori iniziali, si è rivelato un successo completo. L'insegnamento è che serve "uno slancio verso il futuro" basato su una roadmap ben specificata, graduale e consolidata, evitando passi indietro che comprometterebbero la transizione. Sul fronte dello spettro radioelettrico, Da Empoli rileva come Bruxelles abbia optato per una soluzione intermedia tra le posizioni in campo, valorizzando positivamente anche gli sforzi di semplificazione regolatoria. Riguardo al 5G, i ritardi di Italia e Germania vengono ricondotti ai modelli d'asta progettati per massimizzare gli introari statali piuttosto che accelerare il deployment: la proposta europea, introducendo impegni di investimento vincolanti, corregge questa impostazione privilegiando l'aspetto decisivo per cittadini e competitività continentale.
Open Fiber aveva espresso soddisfazione immediata alla presentazione del DNA, definendolo "un primo passo verso la modernizzazione del settore delle telecomunicazioni europeo" grazie a un quadro normativo più chiaro e orientato alla trasformazione digitale. L'azienda italiana sottolinea come la Commissione riconosca finalmente che le infrastrutture avanzate, in particolare le reti in fibra ottica, sono decisive per la competitività e la crescita degli Stati membri. L'introduzione di un obiettivo di policy per lo switch-off, misura da tempo sostenuta da Open Fiber, può favorire migrazione verso reti più moderne e sostenibili, stimolando ulteriori investimenti infrastrutturali. L'approccio cooperativo previsto dal regolamento, coinvolgendo Stato, autorità indipendenti e operatori, mira a garantire una transizione ordinata dal rame alla fibra, minimizzando disruzioni e massimizzando l'adozione.
Più tiepido il giudizio di Connect Europe, che ha lamentato una visione non sufficientemente ambiziosa in ambito di consolidamento, semplificazione e incentivi agli investimenti, suggerendo come il testo definitivo potrebbe ancora evolversi durante l'iter parlamentare. Da Empoli ha lasciato intendere che "forse in Parlamento ci sarà spazio per qualche piccolo atto di coraggio in più", confermando che margini di miglioramento esistono senza stravolgere l'impianto generale della proposta.
Sul fronte politicamente più delicato del fair share, il contributo economico che le grandi piattaforme digitali dovrebbero versare per l'utilizzo intensivo delle reti europee, il DNA non fornisce soluzioni vincolanti, lasciando la questione aperta. Torselli interpreta questa scelta come "un dato politico" ma avverte che non deve tradursi in un tentativo di scaricare la responsabilità sui 27 governi nazionali, con il rischio di approcci frammentati e inefficaci. L'eurodeputato di FdI non si dichiara ideologicamente contrario al fair share, che aprirebbe una trattativa con le big tech e i produttori di contenuti, ma sottolinea il rischio che una tassa mal calibrata si ribalti sull'utente finale, vanificando l'obiettivo di equità. La soluzione, secondo Torselli, richiede dati certi e inconfutabili sull'impatto reale forniti a livello europeo, non da singoli Stati nazionali con capacità di analisi limitate e interessi potenzialmente divergenti.