L’Italia si scopre capofila inaspettata di una trasformazione che promette di riscrivere le regole del benessere organizzativo. Secondo i dati del report GEBS 2025 (Great Employee Benefits Study), redatto dal gruppo la Epassi, i manager italiani sono i più propensi in Europa a integrare l'intelligenza artificiale nelle proprie strategie di business. Con una percentuale del 71%, superano i colleghi britannici e distanziano nettamente i Paesi nordici, storicamente più cauti nell'affidare la gestione dei benefit agli algoritmi.
In particolare parliamo di gestione del personale e di tutte quelle attività che rientrano sotto al cappello Human Resources. Un ambito dove, in effetti, le soluzioni basate su AI sono numerose. Anche in questo caso l’AI viene apprezzata come strumento per automatizzare processi semplici, ripetitivi e macchinosi, e ritroviamo il leit motiv incentrato sull’idea di “liberare” le persone per permettere loro di fare cose più importanti.
Circa tre datori di lavoro su cinque ritengono che l’IA possa ridurre drasticamente i tempi amministrativi, permettendo una personalizzazione dei piani aziendali finora impensabile con i metodi tradizionali.
La spinta pragmatica dei manager italiani
Mentre in Finlandia e Svezia l’adozione dell'IA viene vissuta con una certa distanza, figlia forse di sistemi di welfare pubblico già molto solidi, in Italia la percezione cambia radicalmente. Qui, il welfare aziendale è visto come un pilastro fondamentale per la qualità della vita del dipendente. A tal proposito, Elisa Terraneo, (marketing manager, Eudaimon) sottolinea come la tecnologia debba diventare un alleato per costruire esperienze dinamiche e adattive. L'obiettivo è passare da un consumo passivo dei benefit a un modello on-demand, dove l'algoritmo impara a conoscere le reali necessità della persona.
"Il futuro del welfare sarà data driven, ma non potrà prescindere dalla fiducia", afferma Terraneo, evidenziando come la tecnologia da sola non basti. Il punto sembra quindi un voler evitare la trappola del soluzionismo e cercare vero valore. Non basta che un sistema sia capace di elaborare dati; deve essere in grado di generare valore umano, trasformando l'innovazione in uno strumento di ascolto e formazione continua.
Oltre il codice: il fattore fiducia
Il divario tra le aspettative dei manager (65% di ottimismo in Italia) e quelle dei lavoratori (49%) suggerisce che la transizione non sia priva di attriti. Se da un lato l'IA promette di semplificare la burocrazia, dall'altro lato i dipendenti mostrano una fiducia più alta nell'efficienza operativa che nei benefici diretti per il proprio benessere personale.
In Italia c'è la consapevolezza che il ruolo del welfare aziendale può essere decisivo rispetto alla qualità della vita. Tuttavia, affidare la gestione del benessere a un'entità automatizzata solleva questioni etiche non banali: come si può garantire che l'algoritmo non ignori i bisogni meno quantificabili o i bias cognitivi insiti nella selezione dei benefit? La personalizzazione estrema rischia di isolare il dipendente in una bolla di servizi predefiniti, perdendo quella dimensione collettiva che è alla base del welfare. Insomma, ancora una volta si ripete il messaggio: dobbiamo evitare che sia l’AI a prendere decisioni.
Resta da capire se questa accelerazione tecnologica porterà a un reale miglioramento della vita lavorativa o se finirà per essere solo un modo più veloce per gestire la stessa vecchia burocrazia.