La governance delle infrastrutture digitali sta attraversando una fase di trasformazione che travalica i confini nazionali e coinvolge direttamente il futuro tecnologico dell'Europa. Non si tratta più solo di decidere quali frequenze allocare o come interconnettere gli operatori, ma di definire chi avrà accesso alla banda ultralarga, come verranno distribuiti gli investimenti nelle aree periferiche e quale ruolo giocheranno le grandi piattaforme tech nel finanziamento delle reti di nuova generazione. In questo contesto, le associazioni civiche e i gruppi di advocacy digitale stanno rivendicando un ruolo attivo nei processi decisionali, dalla governance globale di internet fino alle consultazioni europee che plasmeranno il quadro normativo del prossimo decennio.
L'European Center for Not-for-Profit Law (ECNL) ha pubblicato nel novembre 2025, nell'ambito del progetto CADE, un documento strategico che mappa i principali forum internazionali dove si discute di internet governance e regolamentazione tecnologica. La guida fornisce alle organizzazioni della società civile gli strumenti pratici per partecipare attivamente a questi processi multilaterali, dalla presentazione di contributi scritti fino agli interventi diretti nelle audizioni pubbliche. L'obiettivo dichiarato è quello di controbilanciare le pressioni lobbistiche delle multinazionali e degli incumbent delle telecomunicazioni con analisi indipendenti focalizzate sui diritti digitali e l'accesso universale.
Parallelamente, l'Unione Europea ha presentato a gennaio 2026 il Digital Networks Act (DNA), una riforma radicale che sostituisce l'attuale Codice delle comunicazioni elettroniche con un regolamento direttamente applicabile in tutti gli Stati membri. Il DNA rappresenta il tentativo più ambizioso di armonizzare le regole sulle infrastrutture digitali a livello continentale, affrontando simultaneamente la diffusione della fibra ottica, la gestione coordinata dello spettro radio per il 5G e oltre, la resilienza delle reti e i rapporti tra operatori tradizionali e big tech.
Uno degli elementi più rilevanti della proposta riguarda la transizione completa dalle reti in rame alla fibra ottica entro il 2035. Gli Stati membri dovranno presentare piani nazionali di dismissione del rame entro il 2029, con la Commissione che si riserva il diritto di applicare sanzioni in caso di ritardi significativi. Questa timeline pone sfide tecniche e logistiche notevoli, specialmente per i Paesi con geografia complessa o vaste aree rurali dove il rapporto costi-benefici degli investimenti in fibra rimane critico. Il rischio concreto è che le regioni periferiche restino indietro, creando un digital divide di seconda generazione basato non più sulla presenza o assenza di connettività, ma sulla qualità della stessa.
Sul fronte dello spettro radio, il DNA introduce un sistema di coordinamento europeo che supera l'attuale frammentazione nazionale. L'obiettivo è creare uno spazio unico europeo delle frequenze, garantendo maggiore prevedibilità agli operatori che investono in infrastrutture 5G e future reti 6G transfrontaliere. Questo approccio potrebbe accelerare il roll-out delle reti di nuova generazione, riducendo i costi amministrativi e tecnici legati alla necessità di negoziare separatamente con decine di autorità nazionali di regolamentazione.
Una delle questioni più controverse riguarda il rapporto tra operatori di telecomunicazioni e grandi piattaforme tech. Il DNA propone framework di cooperazione volontaria sull'interconnessione e l'ottimizzazione del traffico, ma non include il principio di fair share contribution che gli operatori europei hanno rivendicato per anni. Questo significa che aziende come Google, Meta, Netflix e Amazon continueranno a beneficiare delle infrastrutture di rete senza essere obbligate a contribuire direttamente ai costi di costruzione e manutenzione, nonostante generino la maggior parte del traffico dati.
Le consultazioni pubbliche lanciate dalla Commissione Europea nel 2025 hanno evidenziato posizioni divergenti. Gli operatori tradizionali spingono per regole che garantiscano sostenibilità economica degli investimenti in fibra e 5G, mentre le piattaforme tech e le associazioni per i diritti digitali temono che obblighi di contribuzione possano compromettere la neutralità della rete e creare barriere all'ingresso per i servizi innovativi. Le organizzazioni civiche italiane hanno l'opportunità di portare in queste consultazioni un'analisi focalizzata sull'accesso equo nelle aree svantaggiate e sulla tutela dei diritti fondamentali online.
In Italia, la Regione Toscana ha recentemente evidenziato l'importanza strategica del diritto alla connettività attraverso investimenti mirati nella rete ultraveloce, sottolineando come le infrastrutture digitali debbano essere considerate un servizio essenziale al pari di acqua ed elettricità. Questo approccio riflette una crescente consapevolezza a livello regionale dell'importanza di presidiare i processi normativi europei per evitare che le specificità territoriali vengano ignorate da regolamenti pensati su scala continentale.
La combinazione tra gli strumenti di advocacy globale mappati dall'ECNL e le opportunità di intervento offerte dal processo legislativo del DNA crea uno spazio inedito per l'influenza della società civile. Ogni contributo presentato in fase di consultazione, ogni audizione presso le commissioni parlamentari europee e ogni intervento nei forum multilaterali rappresenta un tassello per orientare le future regole verso l'equità, l'apertura e la sostenibilità piuttosto che verso il semplice consolidamento delle posizioni di mercato dominanti.
Il futuro delle telecomunicazioni europee si gioca nei prossimi due anni, tra negoziati interistituzionali a Bruxelles e implementazioni nazionali. La capacità delle organizzazioni civiche di farsi attori tecnici credibili, capaci di portare analisi basate su dati e metriche concrete anziché solo principi astratti, determinerà se le reti di nuova generazione diventeranno davvero un'infrastruttura di cittadinanza democratica e inclusiva, oppure se replicheranno su scala digitale le stesse disuguaglianze che caratterizzano altri settori dell'economia europea.