Il mercato del lavoro si prepara a un bivio decisivo nel corso del 2026. Dopo un anno di immobilismo forzato dall'incertezza, economisti e analisti prevedono il superamento del cosiddetto "Great Freeze", una condizione di bassa mobilità e blocco delle assunzioni che non appare più sostenibile per il sistema economico globale. Il fenomeno, che ha visto le aziende restie ad assumere sembra destinato a risolversi: come una funzione d’onda, tuttavia, non è chiaro quale sarà l’esito tra le due possibilità: un ritorno alla fluidità fisiologica o un crollo improvviso verso la recessione.
Lo scenario ottimista: fine dell'incertezza e ritorno alla fluidità
Secondo quanto riportato in questa analisi di Business Insider, molti osservatori confidano in una ripresa della dinamicità. Claudia Sahm, capo economista presso New Century Advisors, sottolinea come l'attuale fase di stallo sia alimentata dal timore di variabili macroeconomiche imprevedibili, come l'impatto dei dazi e le fluttuazioni dei costi operativi. Se questa nebbia dovesse diradarsi, le imprese potrebbero finalmente sbloccare i piani di espansione rimasti nel cassetto per tutto il 2025.
In questo contesto, aziende come ZipRecruiter hanno già rilevato che una solida maggioranza dei datori di lavoro prevede di incrementare le assunzioni in modo moderato o significativo. Il superamento dell'attesa non è solo una scelta strategica, ma una necessità operativa: il turnover naturale e i pensionamenti stanno creando lacune che le organizzazioni non possono più ignorare se vogliono mantenere un vantaggio competitivo nel mercato.
Il rischio sistemico: quando il congelamento diventa rottura
Non tutti gli indicatori, però, puntano verso l'ottimismo. Esiste una versione più cupa del 2026, in cui il mercato non si scongela, ma si spezza. Se la crescita economica dovesse rallentare ulteriormente, il passaggio dal "non assumere" al "licenziare" potrebbe essere estremamente rapido. Alcuni segnali arrivano dai vertici aziendali: Business Roundtable riporta che i piani di riduzione del personale tra i CEO sono ai massimi dalla Grande Recessione.
L'intelligenza artificiale gioca qui un ruolo ambiguo. Se da un lato l'IA generativa promette guadagni di produttività senza precedenti, dall'altro offre alle aziende la giustificazione tecnica per ridurre l'organico in settori considerati ormai maturi. Non si tratta solo di una questione di costi, ma di un cambiamento profondo nell'ethos aziendale, dove l'efficienza algoritmica inizia a competere direttamente con il capitale umano.
Mentre settori come la sanità continuano a sostenere la crescita occupazionale, in alcuni paesi, il resto del comparto business rimane in attesa di capire quale sarà il ROI reale delle nuove infrastrutture tecnologiche. Le sfide da gestire sono la scarsità di talenti, ormai strutturale, ma soprattutto affrontare un mercato che richiede competenze sempre più ibride e una capacità di adattamento istantanea ai nuovi strumenti data-driven. Sfide che possono rappresentare un ostacolo anche per lavoratori e professionisti. Ma come oggi è vera l’idea secondo cui chi non si adatta muore.
Resta da chiedersi se il ritorno a un mercato "più fluido" sia davvero la soluzione o se siamo semplicemente entrati in un'era in cui la stabilità del posto di lavoro è un concetto obsoleto, sostituito da una rincorsa continua all'aggiornamento. Quante persone serviranno davvero domani in quegli uffici che oggi sembrano così silenziosi?