Durante il podcast di Joe Rogan, Elon Musk ha dipinto un futuro simile a un paradiso digitale. In questo scenario, la povertà scompare e il lavoro diventa un hobby paragonabile ai videogiochi. È una visione paradisiaca che presuppone un'efficienza robotica assoluta, dove ogni bene o servizio è accessibile senza sforzo monetario. Secondo il CEO di Tesla, l'abbondanza sarà tale da rendere obsoleta la parsimonia.
Bill Gates è meno radicale ma altrettanto trasformativo. Intervenendo nel programma di Jimmy Fallon, ha ipotizzato una settimana lavorativa di tre giorni grazie all'automazione nella produzione e nell'agricoltura. Per Microsoft, la tecnologia non cancella l'attività umana ma la sposta verso compiti che riserviamo a noi stessi, risolvendo i problemi logistici della sussistenza. La produzione di cibo e beni diventerà, col tempo, un problema risolto alla radice.
Sam Altman suggerisce invece una "ricchezza estrema universale" basata sulla proprietà delle capacità computazionali. Nel podcast di Theo Von, il leader di OpenAI ha espresso dubbi sulla semplice erogazione di assegni statali. La sua proposta, analizzata nel quadro della trasformazione del welfare, prevede che i cittadini posseggano una quota di ciò che l'algoritmo crea. In questo sistema di ricchezza di base universale, le persone potrebbero barattare la propria fetta di produttività sintetica.
La distribuzione del valore nell'era della singolarità tecnologica
Jensen Huang si posiziona in un'area grigia, dubitando della coesistenza tra reddito di base e ricchezza universale. Per il CEO di Nvidia, siamo già ricchi di informazioni, un lusso che millenni fa era riservato a pochi eletti. La sua analisi, spesso focalizzata sul ritorno dell'investimento tecnologico, si allontana dal dato monetario per concentrarsi sulla disponibilità di risorse immateriali. Huang ammette tuttavia che le variabili in gioco sono troppe per formulare previsioni certe nel lungo periodo.
Dario Amodei, alla guida di Anthropic, richiama le teorie di John Maynard Keynes sulla disoccupazione tecnologica. Durante il Dealbook Summit, ha sottolineato come la società debba imparare a operare in un'epoca post-AGI (intelligenza artificiale generale). Il senso dell'esistenza dovrà spostarsi dalla sopravvivenza economica alla realizzazione personale. Amodei immagina un mondo dove il lavoro non occupa più il centro della vita sociale, riducendo drasticamente le ore passate in ufficio a favore della ricerca di significato.
Demis Hassabis di Google DeepMind parla apertamente di "abbondanza radicale". La sfida non è tecnica, ma squisitamente politica: come distribuire i frutti di un sistema che non è più a somma zero. Se la transizione avrà successo, l'umanità potrebbe trovarsi per la prima volta libera dai vincoli materiali. Resta da capire come verranno gestiti i rapporti di forza con i proprietari delle infrastrutture computazionali.
Tutto fantastico, ma questi leader sembrano dimenticare che il mondo al momento va in un’altra direzione. Le disuguaglianza non fanno che crescere e la ricchezza è tutt’altro che distribuita. Anzi, si sta concentrando proprio nelle loro mani, il che rende un po’ paradossale che siano proprio loro a parlare di ricchezza per tutti.
Se i miliardari del mondo non sono pronti a pagare più tasse o a condividere il controllo dei mezzi di produzione, come fanno a parlare di ricchezza per tutti, di reddito universale, di fine del lavoro?
Certo che il lavoro potrebbe finire. Certo che il paradigma fondamentale potrebbe non funzionare più a un certo punto. Ma l’idea di un mondo dove siamo tutti ricchi è possibile solo se loro accettano di diventare più poveri, e nel loro discorso non sembra ci sia traccia di questa idea. Citare Keynes forse non basta.
La ricchezza universale suona quindi come un'ottima strategia di marketing per mitigare il malcontento sociale, a patto di non trovarsi dalla parte sbagliata della barricata.