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In California le proteste hanno fermato un data center

La comunità di Monterey Park ha ottenuto una moratoria contro un impianto massiccio, evidenziando una crescente resistenza nazionale verso le infrastrutture energivore dell'intelligenza artificiale.

Avatar di Valerio Porcu

a cura di Valerio Porcu

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 09/02/2026 alle 11:22
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Cinque residenti di Monterey Park hanno bloccato un progetto per un data center gigante. L'iniziativa, documentata da The Guardian, è nata lo scorso dicembre come reazione alla proposta di costruire una struttura vasta quanto quattro campi da calcio in una zona nota come la prima "Chinatown suburbana" degli Stati Uniti. Gli organizzatori hanno trasformato una preoccupazione locale in una mobilitazione capace di raccogliere quasi 5.000 firme in poche settimane, costringendo l'amministrazione cittadina a fare marcia indietro.

È solo uno dei molti casi in cui la costruzione di queste strutture genera malcontento presso la popolazione locale. Anche in Italia si stanno costruendo molte strutture, e anche da noi si presenta il problema della fornitura elettrica. Meno incisivo - ma non irrilevante - il tema dell’acqua; da noi i sistemi di raffreddamento a liquido sono quasi tutti a circuito chiuso (senza evaporazione) e quindi il prelievo di acqua è minimo. Sono molti i timori legati a questo aspetto dello sviluppo tecnologico, ma nel caso dei data center ci sono anche molte risposte. 

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Il successo di No Data Center Monterey Park dimostra che la narrazione del progresso digitale a ogni costo sta perdendo efficacia di fronte a problemi tangibili come l'aumento delle tariffe elettriche e l'inquinamento acustico. Per i cittadini, il rischio di vedere compromessa la stabilità della rete elettrica locale ha superato qualsiasi promessa di indotto economico o innovazione astratta.

La campagna di sensibilizzazione è stata condotta con un metodo frenetico e capillare, coinvolgendo il gruppo SGV Progressive Action. I volontari hanno distribuito volantini e organizzato sessioni informative in inglese, cinese e spagnolo per raggiungere la variegata popolazione locale.. Steven Kung, co-fondatore del comitato di protesta, ha descritto la vittoria come il "terzo atto di un film da Oscar", sottolineando la rapidità con cui la politica locale ha dovuto cedere alla pressione popolare.

In soli sei settimane, la comunità ha vinto ottenendo una moratoria di quarantacinque giorni.

Il fenomeno della resistenza alle infrastrutture digitali sta assumendo dimensioni rilevanti in tutti gli Stati Uniti. Esiste anche un’associazione che si occupa di monitorare la situazione, Data Center Watch; secondo i loro dati, tra marzo e giugno 2025 le comunità locali hanno causato ritardi o cancellazioni di progetti per un valore complessivo di 98 miliardi di dollari. Più di 50 gruppi attivi in 17 stati hanno preso di mira circa 30 siti, riuscendo a fermarne due terzi. Questa ondata di dissenso unisce contesti molto diversi, dalle zone agricole dell'Indiana ai sobborghi della classe media, creando alleanze politiche inedite tra ambientalisti e conservatori.

La rivolta contro le infrastrutture digitali attraversa gli Stati Uniti

In Indiana, uno dei fulcri del settore con oltre 70 strutture operative, la popolazione sta combattendo contro altri 50 progetti. Bryce Gustafson, organizzatore della Citizens Action Coalition, parla di una vera e propria "rivolta nel cuore del paese". Molti residenti percepiscono i data center come una minaccia all'identità rurale, in modo simile a quanto avvenuto con i grandi parchi solari. Nel mirino anche il sistema di potere economico che permette alle big tech di privatizzare risorse pubbliche essenziali come l’acqua.

La politica sta iniziando a recepire questi umori in vista delle prossime scadenze elettorali. In Virginia, lo stato con la più alta densità di server al mondo, la governatrice Abigail Spanberger ha basato parte della sua campagna sulla necessità che le aziende di intelligenza artificiale paghino la loro "giusta quota" dei costi energetici. Anche esponenti come Bernie Sanders e Rashida Tlaib hanno espresso sostegno a moratorie sui data center, mentre sul fronte repubblicano figure come Josh Hawley e Ron DeSantis propongono normative più stringenti per regolamentare il settore.

Qui il tema riguarda il consumo energetico, e in particolare il fatto che il rapido aumento di queste infrastrutture rende l’energia elettrica un bene scarsamente disponibile. Allo stesso tempo, colossi come Microsoft, Google e altri possono beneficiare di sconti proprio sull’energia elettrica. E a farne le spese può essere ancora una volta la comunità locale. 

Le comunità locali hanno ritardato o annullato progetti per novantotto miliardi di dollari nel 2025.

A proposito di energia, a Monterey Park l'allarme riguardava anche la salute pubblica a causa dei 14 generatori diesel previsti per il sito. L’inquinamento atmosferico è legato a malattie respiratorie come l'asma e il tumore ai polmoni. Inoltre, il massiccio consumo di acqua necessario per il raffreddamento dei server rappresenta una criticità insostenibile in regioni già colpite dalla siccità. Molte aziende, pur cercando di implementare soluzioni basate sull'efficienza energetica, faticano a mitigare l'impronta ambientale complessiva di tali strutture.

Andrew Yip, attivista di SGV Progressive Action, ha osservato che i residenti sono stati capaci di unirsi attorno a un'unica causa: la difesa del proprio tenore di vita. Nonostante la vittoria iniziale, la battaglia non è terminata. Il consiglio comunale sta valutando di sottoporre la decisione finale ai cittadini tramite un referendum a novembre, il che richiederà una campagna di informazione ancora più estesa e strutturata.

Mentre Microsoft cerca soluzioni drastiche come il nucleare a Three Mile Island, la resistenza di base suggerisce che la localizzazione dei dati non possa più essere decisa unilateralmente dai consigli di amministrazione. L'era dell'espansione invisibile delle infrastrutture digitali sembra giunta al termine, sostituita da una fase di negoziazione forzata.

I data center sono diventati una manifestazione fisica della sfiducia verso le big tech.

Non è più sufficiente citare i benefici dell'economia digitale per giustificare l'installazione di generatori industriali in quartieri residenziali. La mancanza di studi di impatto ambientale trasparenti e l'opacità dei processi decisionali hanno creato un clima di sospetto che difficilmente si placherà con semplici concessioni fiscali. La tecnologia deve ora affrontare la prova più difficile: l'integrazione in un tessuto sociale che non è più disposto a subire passivamente il peso del progresso.

Il caso californiano indica che il futuro dei data center dipenderà dalla loro capacità di diventare vicini di casa meno ingombranti. Se le aziende non sapranno gestire le esternalità negative, dalle emissioni sonore all'assorbimento di risorse idriche, il blocco di Monterey Park diventerà la norma piuttosto che l'eccezione. La sovranità dei dati sta cedendo il passo alla sovranità territoriale, costringendo l'industria a un ripensamento profondo della propria logistica globale.

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