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Le Big Tech aumentano la spesa per il lobbying UE

Le prime dieci aziende tecnologiche investono più dei leader di farmaceutica, finanza e automotive messi insieme.

Avatar di Antonino Caffo

a cura di Antonino Caffo

Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 31/10/2025 alle 13:36

La notizia in un minuto

  • Le Big Tech americane investono 151 milioni di euro annui in lobbying a Bruxelles, superando farmaceutiche, banche e automotive messe insieme, con Meta in testa con oltre 10 milioni
  • L'offensiva lobbistica mira a influenzare il Digital Markets Act e il Digital Services Act, le normative più ambiziose dell'UE per regolare le piattaforme digitali
  • L'intelligenza artificiale rappresenta il secondo fronte strategico, con le aziende che cercano di modellare le regole che definiranno gli equilibri competitivi futuri

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Le Big Tech americane hanno intensificato la loro presenza nelle stanze del potere europeo, trasformando Bruxelles in un nuovo campo di battaglia per influenzare le politiche digitali del continente. I dati raccolti da un'analisi rivelano come il settore tecnologico stia destinando risorse senza precedenti alle attività di lobbying, con cifre che superano quelle di industrie tradizionalmente molto attive sul fronte delle relazioni istituzionali. Il fenomeno evidenzia quanto sia strategico per i colossi della Silicon Valley plasmare il quadro normativo che definirà il futuro dell'economia digitale europea.

Il comparto tecnologico nel suo complesso mobilita ora circa 151 milioni di euro annui per attività di lobbying rivolte alle istituzioni dell'Unione Europea, secondo quanto riporta Politico. Si tratta di un incremento rispetto ai 113 milioni documentati nel 2023, con un balzo che testimonia l'urgenza percepita dalle aziende di far sentire la propria voce mentre l'Europa ridefinisce le regole del gioco digitale. Questo investimento massiccio coinvolge complessivamente 733 attori del settore digitale, ma sono le corporation americane a dominare la classifica dei maggiori investitori.

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Meta si è posizionata come il principale lobbista operante nell'Unione Europea, destinando oltre 10 milioni di euro l'anno per influenzare i decisori politici di Bruxelles. Dietro il colosso di Mark Zuckerberg si allineano altri giganti statunitensi: Microsoft, Apple, Amazon, Qualcomm e Google figurano tutti tra i primi posti della graduatoria degli spendaccioni. La concentrazione di risorse è tale che le prime dieci aziende tecnologiche investono collettivamente più di quanto facciano insieme i principali attori dei settori farmaceutico, finanziario e automobilistico, industrie storicamente molto presenti nei corridoi del potere europeo.

Le Big Tech spendono più di farmaceutiche, banche e case automobilistiche messe insieme

L'offensiva delle lobby tecnologiche non è casuale, ma risponde a precise preoccupazioni strategiche legate all'evoluzione del panorama regolamentare europeo. Nel mirino delle aziende ci sono principalmente due strumenti legislativi che l'UE ha sviluppato per governare l'ecosistema digitale: il Digital Markets Act (DMA) e il Digital Services Act (DSA). Queste normative rappresentano il tentativo più ambizioso dell'Europa di imporre regole stringenti alle piattaforme digitali, limitandone il potere di mercato e imponendo nuovi obblighi in termini di moderazione dei contenuti e trasparenza.

L'intelligenza artificiale costituisce l'altro grande fronte su cui si concentrano gli sforzi lobbistici. Mentre l'Unione Europea ha già adottato una regolamentazione sull'AI considerata tra le più avanzate al mondo, le aziende tecnologiche cercano di modellare l'implementazione pratica di queste norme e di influenzare eventuali futuri aggiornamenti. La posta in gioco è particolarmente alta in questo ambito, dato che l'intelligenza artificiale viene vista come il motore della prossima rivoluzione tecnologica e chi definisce le regole oggi potrebbe condizionare gli equilibri competitivi per i decenni a venire.

Questo dispiegamento di forze riflette una divergenza sempre più marcata tra l'approccio regolamentare europeo e quello americano. Mentre gli Stati Uniti hanno tradizionalmente adottato un atteggiamento più permissivo verso l'autoregolamentazione delle piattaforme digitali, l'Europa ha scelto una strada interventista, convinta che solo regole chiare possano garantire concorrenza leale, tutela dei consumatori e rispetto dei diritti fondamentali. Le aziende americane, abituate a operare in un contesto normativo più flessibile, si trovano ora a dover negoziare con un legislatore determinato a non cedere sulla propria visione di sovranità digitale.

Fonte dell'articolo: www.computerworld.com

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