OpenAI ha deciso di distribuire circa 1,5 milioni di dollari in pacchetti azionari medi per ogni dipendente, coinvolgendo una forza lavoro di circa 4.000 persone. La notizia emerge da analisi finanziarie interne condivise con gli investitori, evidenziando una disparità enorme rispetto ai benchmark storici del settore tecnologico; una strategia che si ritiene necessaria per assicurarsi la retention dei migliori collaboratori.
Sì perché nonostante le cose incredibili che possono fare le macchine moderne, in particolare quelle prodotte da OpenAI, in questi ambienti il capitale umano è diventato l'asset primario da difendere a costi che superano di 34 volte i livelli tipici delle compensazioni pre-IPO osservate negli ultimi 25 anni. Persino correggendo i dati per l'inflazione, OpenAI spende sette volte di più di quanto riportato da Google nel 2003, l'anno precedente alla sua quotazione.
L'anomalia finanziaria di San Francisco
Le proiezioni indicano che OpenAI destinerà il 46,2% del suo fatturato annuale del 2025 alla remunerazione basata su azioni. Per contestualizzare la portata di questo impegno, si può guardare ai giganti del passato: Google dedicava il 15% del fatturato alla stessa voce prima della sua IPO, mentre Meta (all'epoca Facebook) si fermava ad appena il 6%. Risulta evidente come la pressione competitiva esercitata da Mark Zuckerberg, con offerte che in rari casi hanno raggiunto il miliardo di dollari per singoli ricercatori senior, abbia forzato la mano alla dirigenza.
La necessità di prevenire fughe verso la concorrenza, come accaduto con il passaggio di oltre 20 dipendenti verso Meta, ha spinto l'azienda a eliminare il tradizionale "cliff" di sei mesi per il maturamento dei diritti azionari. Come avevamo analizzato in questo approfondimento sulla stabilità dei team Al, la capacità di trattenere figure chiave come Shengjia Zhao è fondamentale per la sopravvivenza, ma i costi attuali appaiono come una scommessa ad altissimo rischio che potrebbe diluire pesantemente il valore per gli azionisti.
Secondo le stime riportate da TechSpot, la spesa in compensazioni azionarie dovrebbe crescere di circa 3 miliardi di dollari ogni anno fino al 2030. Queste cifre sono qualcosa di più rispetto a un semplice “stipendio competitivo”; si potrebbe parlare infatti di una vera e propria barriera all'entrata finanziaria; entrare nel mondo degli LLM è praticamente impossibile per aziende con una capacità di spesa ordinaria. O, se non altro, è impossibile lavorare con i migliori professionisti sulla piazza, ma non significa che manchino specialisti bravissimi che possono lavorare per cifre meno folli (sono comunque stipendi da sogno per la maggior parte delle persone).
Potrebbe non essere un sistema particolarmente sano, e forse il futuro non sarà del tutto positivo. Dopotutto c’è ancora la possibilità che la bolla AI scoppi, e a quel punto quelle azioni usate per pagare i collaboratori potrebbero valere ben poco. Anche zero, se le cose dovessero andare particolarmente male.
Tuttavia, ad oggi forse è un’altra la domanda da farsi: quanto potrà reggere un sistema economico dove il costo del personale assorbe quasi la metà del fatturato, prima ancora di calcolare gli investimenti titanici necessari per l'infrastruttura hardware e il consumo energetico dei data center?