La sovranità digitale europea rappresenta uno dei temi più dibattuti e strumentalizzati degli ultimi anni, spesso sollevato in risposta alle preoccupazioni sulla dipendenza tecnologica dall'estero. Eppure, quando si analizzano i dati concreti e si osserva la realtà infrastrutturale del continente, emerge un quadro che mette in discussione molte delle narrazioni correnti su questo argomento. L'Europa si trova oggi a un bivio strategico che richiede scelte pragmatiche piuttosto che proclami ideologici, soprattutto nell'era dell'intelligenza artificiale che sta ridefinendo gli equilibri economici globali.
Giovanni Severini, professionista della tecnologia con trent'anni di esperienza nelle più grandi aziende tech mondiali, offre dalla sua base di Seattle una prospettiva disincantata sul tema. Secondo la sua analisi, molte delle paure alimentate attorno alla sovranità digitale nascono da incomprensioni o dalla volontà di creare allarmismo per scopi economici e politici specifici. Il fenomeno ricorda quanto accade sui social media, dove la paura genera più engagement della verità: un albero che cade fa più rumore di un'intera foresta che cresce silenziosamente.
"Un elemento centrale del dibattito riguarda il Cloud Act, la legge statunitense che teoricamente permetterebbe al governo americano di accedere ai dati presenti su server di aziende americane ovunque nel mondo" sottolinea Severini. La normativa viene spesso presentata come uno strumento di controllo illimitato, ma la realtà giuridica è più articolata. L'accesso è consentito esclusivamente nell'ambito di indagini su terrorismo, criminalità organizzata, sfruttamento di minori, cybercrime e crimini violenti, e solo dopo l'autorizzazione di un giudice americano e dell'autorità nazionale competente. Non si tratta quindi di un potere arbitrario di acquisizione massiva di dati, ma di procedure legali circoscritte che riguardano singoli individui.
I numeri della dipendenza tecnologica europea sono impressionanti e rendono evidenti le dimensioni del problema, o forse l'assenza di alternative realistiche. I sistemi operativi per computer – Windows, MacOS, Chromebook e iOS – coprono il 97% del mercato europeo. Per quanto riguarda gli smartphone, Android e iOS raggiungono addirittura il 99,5%. I social media dominanti come Facebook, Instagram, Snapchat, X e TikTok rappresentano il 95% degli utenti attivi. Le mappe digitali utilizzate quotidianamente, Google Maps e Apple Maps, costituiscono il 95% dell'utilizzo complessivo.
Anche settori apparentemente distanti dalla tecnologia rivelano dipendenze significative. I circuiti delle carte di credito Visa, Mastercard e American Express gestiscono il 95% delle transazioni elettroniche europee. Il cloud computing, su cui si basano le operazioni di quasi tutte le aziende moderne, è dominato da quattro giganti – Azure di Microsoft, AWS di Amazon, Google Cloud e Oracle – che insieme detengono il 75% del mercato europeo. "Lo streaming musicale vede Apple, Spotify e Amazon Music controllare l'85% del settore, mentre per i contenuti video Netflix, Disney Plus e Amazon Prime rappresentano l'80% del mercato".
Questa situazione non nasce da un complotto o da scelte sbagliate recenti, ma affonda le radici nella geopolitica del dopoguerra. Durante la Conferenza di Jalta nel febbraio 1945, l'Italia e la Germania furono assegnate alla sfera di influenza anglo-americana dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. Da quel momento, il mercato italiano ed europeo è stato permeato dai modelli di vita, dalla cultura e dalla tecnologia statunitense attraverso il Piano Marshall e le successive politiche economiche. L'invasione di prodotti, musica, letteratura e tecnologia americana non è stata casuale ma parte di un disegno geopolitico preciso.
"Le preoccupazioni sulla sicurezza dei dati, per quanto legittime sul piano teorico, risultano paradossali considerando che gli Stati Uniti conoscono già praticamente ogni aspetto della vita digitale europea attraverso i servizi quotidianamente utilizzati" dice Severini. Sanno come vengono spesi i soldi tramite le carte di credito, dove si muovono le persone grazie alle mappe digitali, cosa fanno sui computer e sugli smartphone. Un dato simbolico rende ancora più chiara questa interdipendenza: il 43% delle riserve auree italiane, pur appartenendo alla Banca d'Italia, è fisicamente custodito nei caveau della Federal Reserve a New York.
Anche le infrastrutture di comunicazione rivelano dipendenze strutturali difficilmente superabili. I cavi sottomarini che trasportano le informazioni attraverso l'Atlantico sono per l'80% di proprietà di aziende private americane. In uno scenario di conflitto ipotetico con gli Stati Uniti, l'accesso alle intelligenze artificiali sarebbe l'ultimo dei problemi rispetto al blocco completo delle comunicazioni transatlantiche. Questi elementi rendono evidente come la sovranità digitale assoluta sia più un'aspirazione retorica che un obiettivo realisticamente perseguibile.
L'Europa non è tuttavia priva di eccellenze tecnologiche. Nel settore delle reti mobili, due aziende europee – Ericsson e Nokia – dominano il mercato occidentale "dopo l'esclusione della cinese Huawei, rappresentando il 98% delle reti negli Stati Uniti". La produzione di chip, settore strategico per eccellenza, dipende dai macchinari di un'unica azienda olandese, ASML, senza la quale l'intera industria mondiale dei semiconduttori si fermerebbe. Anche il controllo del trasporto aereo vede il predominio di tecnologie europee, persino negli Stati Uniti.
Le disparità negli investimenti rendono però chiaro il divario da colmare. Una grande azienda aeronautica europea ha recentemente annunciato l'intenzione di costruire data center propri con un investimento di 50 milioni di euro. Nel frattempo, le quattro principali aziende cloud globali spenderanno complessivamente 300 miliardi di dollari in un solo anno fiscale per le loro infrastrutture. Una singola di queste aziende investirà da sola 80 miliardi di dollari nei prossimi dodici mesi, una cifra che supera ampiamente l'intera finanziaria italiana annuale o l'intero PNRR distribuito su cinque anni.
Piuttosto che inseguire una sovranità digitale totale impossibile da raggiungere, l'Europa potrebbe adottare strategie più pragmatiche. La proposta italiana di utilizzare l'infrastruttura degli hyperscaler americani mantenendo però i dati crittografati con chiavi esclusivamente europee rappresenta un esempio di approccio win-win. Le aziende americane vendono la loro tecnologia, mentre gli utenti europei mantengono il controllo effettivo sui propri dati attraverso la crittografia. Questa soluzione aggira il problema senza richiedere investimenti astronomici impossibili da sostenere.
Un'altra prospettiva fondamentale riguarda la sovranità digitale delle singole aziende piuttosto che degli Stati. "Un'impresa che produce pizza surgelata", per esempio, ha come vero valore i propri dati operativi e commerciali. Proteggere queste informazioni su cui operano algoritmi di intelligenza artificiale e agenti autonomi diventa prioritario per la continuità del business. Gli investimenti dovrebbero concentrarsi sulla protezione dei dati aziendali specifici piuttosto che sulla costruzione di alternative nazionali a intere infrastrutture globali.
Tre strategie concrete potrebbero permettere all'Europa di valorizzare i propri punti di forza. Prima di tutto, "lo sviluppo di intelligenze artificiali verticali specializzate in settori dove il continente eccelle: turismo, moda, arredamento, enogastronomia, patrimonio culturale". Rincorrere i modelli linguistici generalisti cinesi e americani è inutile, mentre applicazioni specifiche che sfruttano competenze uniche europee possono rappresentare un vantaggio competitivo reale. "La seconda strategia prevede contratti intelligenti con gli hyperscaler per la costruzione di data center in Europa", utilizzando spazi dismessi come caserme inutilizzate e richiedendo in cambio l'impiego di aziende locali e finanziamenti per la ricerca universitaria.
La terza proposta, probabilmente la più controversa in tempi di sovranismi crescenti, riguarda l'attrazione di talenti. Gli Stati Uniti sono diventati leader tecnologico anche grazie alla capacità di attrarre cervelli da tutto il mondo. L'Europa, e l'Italia in particolare per la sua posizione geografica, potrebbero facilmente attrarre talenti da Africa e Medio Oriente, regioni con aspettative economiche più allineate a quanto il continente può offrire rispetto a India e Cina. La nuova tassa di 100.000 dollari per i visti H1B introdotta negli Stati Uniti potrebbe rappresentare un'opportunità per l'Europa di offrire alternative competitive, attirando giovani professionisti con visti agevolati per studiare e lavorare nel continente.
L'Europa unita rimane un progetto giovane rispetto ai 250 anni della federazione americana o ai millenni di storia unitaria cinese. Le prime istituzioni europee risalgono alla fine degli anni Ottanta, e i processi democratici richiedono tempo per consolidarsi e superare le resistenze nazionali. La generazione Erasmus, cresciuta sentendosi europea piuttosto che diventarlo successivamente come le generazioni precedenti, potrebbe rappresentare la chiave per un'integrazione più profonda e scelte strategiche più coerenti. L'analogia con il caffè espresso italiano risulta illuminante: l'Italia è famosa nel mondo per questa bevanda pur non coltivando caffè, concentrandosi invece sull'eccellenza nella preparazione e diversificando le fonti di approvvigionamento.
La narrativa sulla sovranità digitale viene spesso costruita per polarizzare le opinioni e creare paure che servono interessi specifici, economici o politici. L'approccio più costruttivo richiederebbe di abbandonare slogan e ideologie per concentrarsi su soluzioni pragmatiche che valorizzino i punti di forza esistenti, creino alleanze strategiche vantaggiose e investano in settori dove l'Europa può realmente competere. La zona grigia dei compromessi intelligenti, spesso ignorata nella retorica pubblica, potrebbe contenere le vere opportunità per un continente che deve fare i conti con una dipendenza tecnologica ormai strutturale ma non necessariamente paralizzante.